Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Carboneria vocazionale

Uno dei motivi che mi avevano spinto a continuare la mia carriera accademica (…!) nel Ginnasio di Valdocco, era la possibilità di vivere in comunità vocazionale. Infatti, chi desiderava provare la vita di comunità, negli anni delle superiori poteva restare per tutta la settimana a vivere con altri giovini di salesiane speranze, alternando lo studio con la preghiera, la vita comune, il supporto ad alcune attività con i ragazzi che frequentavano le medie, ecc. ecc., tornando a casa nei we. Per me, che fin da bambino avevo sentito forte l’esigenza di vivere con altri miei coetanei, era come sognare il Bengodi (e, certamente, il fatto di stare tra maschietti adolescenti ed ormonati, per quanto religiosamente orientati, aveva il suo inconscio perché, ma ancora non me ne rendevo conto).

Naturalmente, l’approvazione dei genitori era necessaria alla realizzazione di questo sogno. Ed io andavo sul sicuro: i miei erano persone fortemente cattoliche, praticanti, credenti ed impegnate in parrocchia. Infatti, coerentemente, il loro “NO” fu categorico. Mia madre non poteva certo permettere che il suo pulcino, che stava sempre più diventando galletto (nonostante il suo disperato tentativo di far finta che il tempo fosse staticamente fermo a quando avevo cinque anni), stesse lontano dalle sue chiocce ali 5 giorni su 7! Mio padre pareva avere un atteggiamento più conciliante, ma certamente non osava mettersi contro la furia della genitrice. Scendemmo quindi, lui ed io, ad un compromesso.

Non ero, naturalmente, l’unica persona in queste condizioni, e per noi, zelanti reietti, esisteva una specie di Carboneria chiamata “Diaspora”. Nella Bibbia, la diaspora indica la lontananza del popolo ebraico dalla Terra Promessa, ed è uno stato più mentale ed esistenziale che puramente fisico e stanziale. Così sarebbe dovuto essere per noi: un giorno la settimana (SOLO UNO!) avremmo partecipato alla preghiera ed alla Messa in comunità, per poi tornare al nostro forzato esilio familiare. In piemontese, diciamo che era l’equivalente di “‘na frola ‘n buca a ‘n asu” (una fragola in bocca ad un asino, ovvero una cosa talmente piccola da non sentirne nemmeno il gusto), ma di questo mi sarei dovuto accontentare, nella speranza che settimana dopo settimana magari le cose fossero cambiate. Mio padre mi avrebbe coperto con mia madre, giustificando con qualche scusa il ritardo del mio rientro a casa (non dimentichiamo che ero legato agli orari di treni e/o bus, vivendo a 40km di distanza).

Vissi l’avvicinarsi del Grande Giorno con immensa emozione: finalmente anch’io avrei provato l’ebbrezza dello stare insieme, anche se per pochissimo tempo e per un’attività certamente non molto coinvolgente dal punto di vista di proattività come il partecipare ad una Messa… Ma già mi pareva tantissimo, e speravo che le cose nel tempo si sarebbero potute evolvere diversamente e positivamente: insomma, mia madre prima o poi avrebbe pur ceduto!

Quel pomeriggio, era un martedì, invece di uscire prima da scuola per andare a prendere il bus delle 17.30 mi fermai, e mi diressi verso la cappella della comunità vocazionale: fui accolto da grandi sorrisi, abbracci, rassicurazioni, come un figliol prodigo tornato all’ovile (ovviamente i responsabili della comunità conoscevano benissimo la mia situazione, e non ne avevano fatto mistero con gli altri ragazzi che invece vivevano, fortunati loro, lì in maniera stanziale; ed io stesso non avevo perso occasione per indossare i panni del martire che, testa alta ed occhio sereno anche se col cuore straziato, lottava, pervicacemente ma umilmente, contro le avversità della vita, che in quel momento si riassumevano in un solo nome: MAM-MA). Tutta questa dimostrazione di vicinanza ebbe però la spiacevole conseguenza di fare iniziare la funzione in ritardo… E canta di qua, salmeggia di là, le lancette dell’orologio, un po’ come per Cenerentola, segnarono ad un certo punto l’ineluttabile arrivo del momento in cui dovevo scappare non perché la mia carrozza si sarebbe trasformata in zucca, ma perché in caso contrario avrei perso l’ultimo treno per tornare a casa. La Messa non era ancora nemmeno a metà…

Vergognandomi come un ladro, e sorridendo a mò di scusa come un ebete, cominciai ad indietreggiare, rinculando ed avvicinandomi alla porta, che aprii con estrema delicatezza e chiusi sbattendola precipitosamente, buttandomi letteralmente giù per le scale temendo di non arrivare in tempo alla stazione. Inutile dire che gli sguardi perplessi che accompagnarono tutta l’operazione mi trasformarono in una specie di pomodoro rosso di vergogna ed imbarazzo. E già questo mi creò molta perplessità sulle possibilità che questa situazione si potesse ripetere di settimana in settimana.

Ma il colpo ferale giunse quando arrivai a casa. Mio padre mi aveva aspettato, apparentemente per coprirmi con mia madre, ma quando entrai lo sguardo di lei, fronte corrucciata, occhi stretti ed accusatori, sopracciglia a formare una linea unica e dritta, sembrava quello di una moderna Medusa, pronta a trasformarmi in pietra da un momento all’altro. “Tu sei stato in comunità vocazionale!” fu il suo benvenuto. “IO??? NO!” spergiurai, sbattendo innocente le palpebre come una vergine pudica. “Smettila! E tu zitto!” (laddove il “tu” in questione era mio padre). “Non ci andrai mai più! Chiaro?! Mai più!”. Ed il mio tentativo carbonaro fu stroncato sul nascere.

Non seppi mai se fu mio padre che, in un ingenuo od intimorito impeto di sincerità, aveva parlato con mia madre, o se lei avesse colto autonomamente dalla mia eccitazione qualcosa (ho sempre pensato che, come io sono dotato del naturale radar omosessuale che mi consente di percepire se un uomo appartenga o meno al mio stesso genere, il famoso “GayDar” a cui dedicheremo un post futuro, così lei fosse dotata di una specie di MammaDar, che le consentiva di sgamare i miei più o meno maldestri tentativi di sfuggire alle sue amorevoli spire). Fatto sta che quella fu la mia prima ed ultima esperienza di diaspora, e visti i risultati devo dire che, in parte, ne fui sollevato. Mi sarei preso la mia rivincita, perché l’ultimo anno di liceo, quello della Maturità, lo avrei passato davvero in comunità, ma in quel momento ancora non potevo prevederlo… E, naturalmente, ne parlerò più avanti, perché questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta.


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The Addams Family

Ok, non proprio Addams, ovviamente, ma Borgialli, cioè la mia famiglia. In effetti, credo sia ora di fare una breve presentazione ufficiale del “Piccolo Mondo Antico” in cui mi trovavo a muovere i miei primi passi. Naturalmente cercherò di omettere nomi di persone e città: non è carino rischiare di ricevere una denuncia per sputtanamento pubblico non consentito.

Intanto, il mio paese: sono nato a Torino, è vero, ma i miei abitavano, ed abitano tuttora, in una ridente (…) località del Canavese a circa 40km dal capoluogo. Ora, 40km possono essere un nulla, oppure una enormità. Nel nostro caso, buona la seconda. Pur essendo relativamente popoloso, circa 12.000 abitanti all’epoca, era il classico coacervo di pettegolezzi, curiosità morbose, sorrisi e sorrisetti che al confronto Wisteria Lane di Desperate Housewifes lèvati, proprio. Ed i miei parenti, o perlomeno parte di loro, ci sguazzavano in pieno.

I miei genitori meriteranno dei post a parte. Per ora mi soffermo sulla corte dei miracoli che ci girava intorno. Del mio nonno paterno ho vaghissimi ricordi; viveva con noi, ma venne a mancare quando avevo poco più di 4 anni, e di lui mi resta solo una foto che ci ritrae insieme in cortile, io bimbetto paffuto, lui vecchietto curvo: ci teniamo per mano, e non si capisce chi conduce chi; ma si sa, bambini ed anziani in fondo sono diversi all’aspetto, ma simili nell’animo. Sua moglie, la nonna paterna, non l’ho mai conosciuta, ma, come accennato in un altro post, in qualche modo la porto sempre con me, in quanto devo il mio nome, Andrea, a lei, che si chiamava Andreina.

Situazione uguale e contraria da parte di madre: mai conosciuto il nonno, presenza attiva (MOLTO attiva) la nonna. Madre di una tribù di 5 figlie (l’ultima delle quali mia mamma) e un figlio, rimasta vedova dovette badare da sola alla famiglia relativamente presto, ma per sua fortuna aveva ascendenze prussiane, e si capiva… Eccome, se si capiva. Era quella che, quando mi vide, decise che ero il bambino più bello del mondo, molto più dei miei cugini suoi nipoti naturali (sì, era dotata di notevole buongusto), ma questo non la esimeva dal considerarsi una specie di generale che doveva condurre le proprie truppe verso le guerra della vita, e prendeva questo incarico molto sul serio. Mi viziava, ovviamente, come tutte le nonne: con quello che dava da mangiare a me (che ero di salute un po’ cagionevole, a dire il vero) probabilmente in anni passati aveva sfamato l’intera famiglia. Ma aveva un cipiglio da generale Radetzky e, soprattutto, sapeva istillare perfettamente quel senso di colpa che sarebbe poi stato il tratto distintivo di mia madre. Ricordo una volta in cui, non so più per quale motivo, ero a casa sua ed ero offeso con lei. Si pranzava là e lei aveva preparato un’insalata di sedano, di cui ero particolarmente ghiotto. Ovviamente, non perse occasione per farmelo notare in tutti i modi: “La nonna, CHE TI VUOLE BENE, TI ha preparato l’insalata di sedano… quella che A TE piace tanto… la NONNA… quella CHE-TI-VUOLE-TANTO-BENE…!” Avevo circa 8 anni, potete ben capire con quali traumi infantili sono cresciuto. E questo è uno di quei casi da manuale in cui l’allieva (mia madre) avrebbe superato la maestra (mia nonna). Purtroppo, anche lei venne a mancare relativamente presto, verso i miei 11 anni.

Poi, loro: gli zii/zie. Due zitelle da parte di padre, altrettante da parte di madre, cui se ne aggiungono altre due sposate, ed un unico maschio rimasto anch’egli signorino. Insomma, una vera invasione! E la parte materna non era particolarmente ben disposta verso quella paterna, che considerava non della stessa altezza sociale. Perciò mio padre non vedeva di buon occhio, cordialmente ricambiato, tutto il parentame acquisito. Intorno a tutti noi si muoveva, poi, un piccolo universo fatto di amici, conoscenti, colleghi di mio padre (mia madre, quando mi adottarono, lasciò il proprio lavoro per dedicarsi anima e corpo al frugoletto) che accompagnarono, negli anni a venire, la mia crescita, ma sempre abbastanza superficialmente. I miei genitori, infatti, da bravi piemontesi DOC, erano un po’ orsi e non amavano molto la vita sociale, tratto che hanno trasmesso in effetti anche a me. Anch’io amo molto gli orsi… i bears, per dirla all’americana… e chi bazzica un po’ il mondo gay sa a cosa mi riferisco, per tutt* gli/le altr* c’è Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Comunità_ursina O_O