Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Male oscuro – Parte seconda

La casa di Lucia era una specie di baita in una valle del pinerolese. Non era lontana dalla città, ma di fatto sembrava di essere in un altro mondo. Entrammo in una stanza avvolta in una semioscurità, che sembrava più piccola di quello che realmente fosse per il gran numero di persone, uomini e donne, che vi erano seduti. Sembrava una via di mezzo tra la sala di attesa di un medico e l’antro di una fattucchiera.

“Venite, venite!” disse una voce al di là di una tenda un po’ malconcia. “Non vi dispiace se faccio passare prima loro, vero?” e nessuno osò obiettare. Come avesse capito che eravamo entrati Sergio ed io, non lo so. Certo era che lei ed il giovane frate si conoscevano, e lui aveva un certo qual timore reverenziale nei confronti della donna. Lucia dimostrava più della sua età, che pure ad uno sguardo attento si poteva intuire: vestita come un montanaro, con abiti maschili, camicione a quadri, pantaloni sformati di velluto, l’unico vezzo che aveva, se di vezzo vogliamo parlare, era una specie di foulard che le teneva raccolti i capelli. La pelle del viso sembrava quasi cuoio, arrossata dal sole e con un non so che di lucido, non dato da sporcizia, ma dalla lunga esposizione all’aria aperta e dalla totale mancanza di trucco o cosmetici. Non sapevo definirla, e soprattutto non capivo perché Oreste avesse voluto che andassi da lei.

“Che è successo? Oh, fammi vedere, fammi vedere” Non ero ancora entrato e già mi tastava con delicatezza la caviglia, innaturalmente gonfia ed ingrossata. “E’ caduto da un muretto e ha piegato male il piede” stava spiegando Sergio, in un misto tra italiano e piemontese; “E all’ospedale hanno detto che devono operarlo, altrimenti zoppicherà per sempre”. “Ma va, ma va! Operarlo, operarlo! Sempre a pensare ad operare quando le cose si possono risolvere molto più semplicemente! Guarda qua, che ti insegno”. E cominciò a fasciarmi la caviglia, dopo avermi applicato uno strano impiastro banchiccio. “Devi fasciarla in questo modo, con le bende incrociate, in modo da tenerla assolutamente ferma. E l’impacco lo devi mettere ogni giorno fresco, meglio la sera, così penetra bene durante la notte”. Le mani passavano con sicurezza e velocità da sotto la pianta del piede fino a metà polpaccio, sovrapponendo le parti della benda come i lacci di un sandalo alla schiava. Poteva anche sembrare un po’ squinternata, ma di certo si vedeva che sapeva di cosa stesse parlando e che aveva una manualità da professionista. In effetti, Lucia era un’infermiera diplomata, che aveva coniugato la normale scienza medica con lo studio di rimedi naturali; grazie al suo diploma, poteva avere uno “studio” senza incorrere in denunce di esercizio abusivo della professione, e si dedicava, spesso gratuitamente, a chi i professionisti non se li poteva permettere.

“L’impacco è bianco d’uovo montato a neve, che serve a far uscire l’ematoma, a cui aggiungi (non ricordo quale erba aromatica da cucina

Forse non tutti sanno che Pinerolo è praticamente la “strada di ingresso” alle cosiddette “valli Valdesi”, ovvero il luogo dove i discepoli di Valdo, eretico quasi contemporaneo di Francesco d’Assisi, si rifugiarono e trovarono scampo dopo sanguinose persecuzioni da parte della Chiesa. Io li avevo sempre solo sentiti nominare, e come tutti i bravi cattolici osservanti avevo sempre pensato a loro, come a tutti i protestanti, come a degli esseri che in qualche modo dovevano per forza essere diversi da “noi”. Fu quello, perciò, il primo episodio in cui venni a contatto con una “diversità” rispetto a ciò che ero. E’ un episodio stupido, apparentemente insignificante, ma proprio per questo lasciò in me un riflesso profondo: è stato, nella sua banalità, una delle consapevolezze più importanti della mia vita.

Ma in quel momento non potevo ancora saperlo, e tornavo a casa, cioè in convento, con la mia fasciatura e la sicurezza che il lunedì non sarei andato in ospedale per farmi operare. Per circa un mese la mia caviglia rimasi bloccata dai bendaggi ed ogni giorno Sergio si dedicò all’impiastro (le bende, invece, imparai presto a sistemarmele da solo). Posso garantire che, a distanza di anni, cammino perfettamente e non ho mai zoppicato nemmeno una volta.

Probabilmente, però, questa fu la classica goccia che fece traboccare un vaso pieno di stanchezza, tensioni, emozioni tenute a freno troppo a lungo. Improvvisamente, senza rendermene minimamente conto, caddi in una forma depressiva che non avevo mai vissuto in vita mia, nemmeno nei miei momenti peggiori e di maggiore difficoltà. Ed il mio carattere mostrò uno dei suoi lati più oscuri.

 


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Male oscuro – Parte prima

La febbre che mi aveva colto in occasione dell’arrivo dei miei genitori (“Annus horribilis: – Appendice: trasmutazione”) era, in realtà, solo l’ultima di una lunga serie di disavventure che mi avevano colto dal mio arrivo a Pinerolo.

Pochi giorni dopo l’inizio della mia vita in Postulato, stavo tornando in convento dopo essere stato in città a svolgere non so più quale commissione. Come ho detto altrove, il convento si trova su una collina, quindi stavo salendo diretto verso la fraternità, quando una fitta improvvisa, lancinante, mi fece piegare in due, completamente senza fiato. Fortunatamente non ero solo, ed il ragazzo che era con me, uno di quelli che frequentava occasionalmente il convento, mi sorresse; facevo davvero fatica a respirare, perché ogni tentativo di dilatare i polmoni mi causava un dolore insopportabile. Mi spaventai.

Mi sedetti, e dopo circa cinque minuti di attesa riuscii a regolarizzare la respirazione ed a rialzarmi; accompagnato come un vecchio, le braccia del mio compagno a sostenermi, arrivai non senza un notevole sforzo in convento, dove venne immediatamente chiamato il medico. La diagnosi fu “forte infiammazione alla cartilagine intercostale”, anche se non si riusciva a capire a cosa fosse dovuta, e soprattutto come mai si fosse manifestata così all’improvviso e con tale virulenza. Mi toccò un ciclo di iniezioni di cortisone. Ora, io sono TERRORIZZATO dalle iniezioni. Da bambino avevo sofferto, e forse questo ne era in qualche modo un’eredità, di problemi di respirazione, tanto che per tre-quattro anni ero andato anche d’inverno al mare in Liguria con mia madre, per respirare aria salmastra. Mi ero quindi dovuto sottoporre già all’epoca sia ad iniezioni, che a frequenti inalazioni di aerosol, e il ricordo era tutt’altro che piacevole. Fu quindi una soluzione alquanto spiacevole quella che fui costretto a subire, senza contare l’imbarazzo di stare col culo all’aria davanti ad uno sconosciuto, che nella fattispecie era fra Sergio, proprio agli inizi del mio periodo conventuale. L’amabile frate in questione, peraltro, sembrava divertirsi un mondo a punzecchiare il mio deretano, e non perdeva occasione per ricordarmi, con una punta di sadismo, l’appuntamento quotidiano con la siringa. Furono 2 settimane molto lunghe. (Per inciso, quello delle infiammazioni cartilaginee è un problema che ho ancora adesso, e si ripresenta quasi ogni inverno). Inutile dire che i miei genitori non ne seppero mai nulla, perché credo che mia madre, per la preoccupazione, avrebbe preteso una stanza in convento, se non addirittura un letto direttamente in camera mia.

Il secondo evento fu anche più fastidioso. Era trascorso meno di un mese da questo episodio, e stavamo lavorando nell’orto. Come ho accennato in precedenza (“Andreino pane e vino – Parte seconda”) una delle principali attività della giornata era la cura del grande orto (un centinaio di metri quadrati) dove venivano coltivate le verdure più diverse. Del mio scarso, per non dire nullo, amore per la vita bucolica già si sa; della mia imbranataggine si può facilmente immaginare.

Quel giorno, Sergio (sempre lui) mi aveva incaricato di estirpare delle erbacce infestanti che si erano abbarbicate tra le crepe di un muretto che costeggiava parte del perimetro dell’orto; ero quindi salito sul medesimo, guanti per proteggere le mani, stivalacci ai piedi, e stavo tirando con tutte le mie forze un rovo che non voleva saperne di sradicarsi. Una delle pietre su cui poggiavo si smosse, persi l’equilibrio e caddi all’indietro, da un’altezza di mezzo metro; tanto bastò. Piegai malamente il piede, impacciato dagli stivali di gomma, sentii un forte dolore e subito un battito pulsante nella caviglia, che via via premeva sempre di più contro la calzatura. Sfilai, faticosamente, la stessa e feci appena in tempo, perché immediatamente il collo del piede si gonfiò tanto da non poter più essere infilato nello stivale.

Inutile dire che non potevo camminare, quindi lo stoico Sergio (che credo non avesse mai visto un simile concentrato di incapacità in tutta la sua esistenza) mi prese letteralmente in braccio e mi portò in casa. Oreste, che aveva spesso l’atteggiamento da chioccia, si preoccupò istantaneamente, e volle che fossi accompagnato senza aspettare oltre in ospedale. Questa volta il responso fu “lesione ai legamenti”, ed assoluta necessità di operare urgentemente la caviglia. “Torni lunedì” (era un venerdì) “e la ricovereremo d’urgenza, bisogna operare subito, il rischio è che lei resti zoppo per tutta la vita!” fu il rassicurante discorso che il medico ci fece al termine della visita. “E se io non venissi…?” buttai lì. Mi guardò come si guarda una persona che, sotto evidente stato di shock, non sa quello che dice. “Ma non scherziamo!” Ed uscimmo.

Dato che la situazione con i miei genitori era ancora nella fase “gelo” (tutto questo si svolse prima del loro ravvedimento sulla via di Damasco), Oreste era semplicemente terrorizzato dal responso che gli aveva riportato Sergio. Avrebbe dovuto per forza informare i miei della situazione, e certamente la prospettiva non era particolarmente piacevole. “E se lo facessimo vedere da Lucia?” propose Sergio. “Sì, sì, portalo da Lucia! Magari lei riesce a fare qualcosa!” decise Oreste. E Lucia fu.


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Annus horribilis – Appendice: trasmutazione

I miei genitori decisero davvero di sparire. All’epoca (come già ricordato) non esistevano cellulari, quindi gli unici contatti che potevamo avere dipendevano da un vecchio telefono imbucato dietro ad una colonna, quasi fosse un oggetto di cui vergognarsi un po’. Se non ero io a chiamare, i miei non lo facevano. Sulle prime pensai che sarebbero capitolati molto in fretta, ma quando, 2 settimane dopo il mio ingresso a Pinerolo, cadde il mio ventesimo compleanno e la mia famiglia non si fece minimamente viva, capii che le cose erano serie.

Del resto, io chiamavo a mia volta per dovere, certamente non per piacere. Facevo una telefonata due volte a settimana (e mi sembrava già troppo…), più che altro per sincerarmi delle condizioni di salute di mio padre (“Amarcord: In salute ed in malattia”), ma l’atteggiamento freddo e distaccato che percepivo dall’altro lato della cornetta mi irritava profondamente: non ero certo io quello in torto, e questo ennesimo tentativo di mia madre (perché era con lei che parlavo prevalentemente) di suscitare i soliti sensi di colpa mi mandava letteralmente in bestia. Fosse dipeso da me, le cose sarebbero anche potute andare avanti così. Ma non dipendeva -solo- da me.

La fraternità, naturalmente, era dispiaciuta da tutta la situazione che si era venuta a creare, anche perché si verificava solo con i miei genitori: quelli di Danilo e di Carlo, infatti, erano contenti della scelta fatta dai rispettivi figli, o quantomeno la rispettavano abbastanza serenamente. Frequentavano il convento per quanto fosse possibile, considerando che entrambe vivevano a Torino o in cittadine limitrofe e Pinerolo era abbastanza distante da raggiungere, ed avevano nei confronti dei frati un atteggiamento amichevole e di affetto. Pertanto, Oreste decise che si doveva fare un tentativo anche con i miei, che oltretutto, fino a quel momento, avevano volutamente evitato ogni contatto anche personale con gli abitanti della fraternità, per cui di fatto non li conoscevano nemmeno. “Vedrai che col tempo gli passerà, devi avere pazienza”, mi ripeteva, inconsapevole che, a me, la cosa andava benissimo anche così. Decise di invitarli a pranzo.

L’occasione sarebbe stata il mio onomastico, che cade il 30 novembre. Erano ormai passati quasi 2 mesi dal mio ingresso in Postulato, e presumibilmente la voglia di vedermi di mia madre avrebbe prevalso sulla rabbia (sua) e sul senso di disprezzo per i Cappuccini (di mio padre). Li avvisai, quindi, durante una delle solite telefonate, e mi costrinsi anche a blandirli, utilizzando la ricorrenza per convincerli a venire. Non nego un certo sforzo e che, per una parte, quasi sperassi che non accettassero. Ma, d’altra parte, a Natale sarei dovuto tornare a casa per qualche giorno, e la situazione sarebbe stata ancora più complicata da gestire, quindi scelsi a mia volta il male minore. Accettarono.

Quella mattina, naturalmente era una domenica, mi alzai dal letto… e mi ridistesi subito! Un forte giramento di testa, un improvviso mal di gola, brividi che correvano su e giù per la schiena come una Ferrari a Maranello mi fecero capire subito che mi era venuto un febbrone da cavallo. Qualcuno potrebbe pensare che “la c’è la Provvidenza” (cit.), io pensai che la tensione ed il nervoso mi avessero giocato un pessimo scherzo. In ogni caso, non potevo più bloccare i miei, che certamente si stavano preparando a venire (da Rivarolo a Pinerolo ci voleva oltre un’ora di auto), ed avvertii, molto preoccupato, Oreste.

“Eeeehhh… che problema c’è? Vorrà dire che tu starai tranquillo a letto, e loro mangeranno giù con noi” mi rispose serafico come un s. Francesco qualunque. Io, al contrario, ero terrorizzato: conoscevo molto bene gli scatti d’ira di mio padre, senza dimenticare i suoi tentativi presso Provinciale e Vescovo di bloccare la mia entrata in convento, per cui l’idea di lasciare i miei da soli con i frati era una prospettiva che ai miei occhi rasentava l’apocalisse. Ma, in quel caso, non potevo davvero fare nulla per cambiare la situazione.

Sentii l’auto entrare nel cortile (riconoscevo il rumore e, soprattutto, la guida isterica di mio padre), e mi infossai ancora di più nel letto. Magari, se fossi sparito dentro al materasso, avrei superato indenne la giornata. “ANDREA! STAI MALE!” L’ingresso drammatico di mia madre nella stanza (eccezione incredibile, in quanto l’area in cui si trovavano le camere da letto, le cosiddette “celle”, di fatto era considerata claustrale, quindi vietata a tutti, tanto più ad una donna) mi riportò alla realtà. “Ma sì, è solo un po’ di febbre, dai…” tentai di minimizzare, ma ovviamente non ce ne fu verso, e mia madre assunse quell’aria da Madonna della Pietà di Michelangelo che avrebbe intenerito anche i sassi (me, no!). Credo sia salito anche mio padre, suppongo fosse abbastanza scontato, ma sinceramente non me ne ricordo. Ho solo l’immagine, ad un certo punto, di un radioso p. Oreste che, come se nulla fosse “Venite? Andiamo a pranzo?” trillò garrulo, con mia madre che lo guardava smarrita con l’aria tipica del “E devo lasciare mio figlio qui DA SOLO?”. Per fortuna, fu solo un pensiero inespresso, e stringendomi forte la mano, come se fossi IO a dover dare forza A LEI, mi lasciò.

Rimasi solo, chiedendomi cosa stesse succedendo. Allungai le orecchie, per cercare di sentire le urla di mio padre che, ne ero certo, prima o poi sarebbero arrivate. Nulla. Non sapevo come interpretare il tutto, quindi mi agitavo sempre di più, girandomi e rigirandomi nel letto, in attesa che capitasse una cosa, qualunque cosa, che mi aiutasse a capire cosa stava succedendo. Finalmente la porta si aprì.

“Allora noi andiamo, prima che diventi troppo buio” (mio padre odiava guidare con i fari delle auto che gli venivano incontro). Il trio sorridente padre-madre-Oreste mi guardava e io non ci capivo più nulla. A dire il vero, i sorrisi dei miei erano un filo colpevoli, quello di Oreste vagamente vittorioso. “Ci sentiamo tra un paio di giorni, appena stai meglio. Chiamaci, non farci stare in pensiero!” “Tranquilli, vi chiamo io!” squillò sempre più allegro Oreste. Ed io pensai per un attimo di avere la febbre molto, MOLTO alta. Se ne andarono.

Da quel momento, TUTTE-LE-DOMENICHE i miei genitori vennero a messa in convento. E non solo a Pinerolo, ma in qualunque convento io fui successivamente trasferito (tranne durante l’anno di Noviziato che, svolgendosi a Vignola, in provincia di Modena, presentava qualche problema logistico… per fortuna mia, direi). E spesso mia madre, che va detto, era un’ottima cuoca, portava da casa il pranzo per tutti i frati e le persone presenti (ed al Monte dei Cappuccini questo voleva dire anche per una trentina di persone, a volte), mentre mio padre si occupava del vino (cosa assai gradita dai frati che, eccezion fatta per me, erano tutti ottimi bevitori). Insomma, una rivoluzione copernicana.

Va detta una cosa: la fraternità di Pinerolo, i vari Oreste, Sergio, Marcello, Roby, DanDe e DanTe, erano davvero delle brave persone, semplici ma accoglienti e, come ebbe modo di verificare mio padre, tutt’altro che stupidi o ignoranti. Avevano saputo prendere i miei genitori con delicatezza e naturalezza, facendoli sentire in qualche modo in famiglia e facendo loro comprendere di non essere in competizione per il mio amore. E di questo sarò loro sempre grato.

Certo, i miei continuavano ad essere convinti che la mia scelta di vita fosse sbagliata, e quindi non modificarono la versione data in famiglia ed al giro di amici mantenuta fino a quel momento. Ma anche questo sarebbe cambiato a 180°, dovevano solo passare un paio d’anni. Ma questa è un’altra storia, e dovremo raccontarla un’altra volta.


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Hic Sunt Leones

Era una soleggiata mattina del 1° Ottobre 1988 quando, accompagnato da una coppia di genitori con espressioni più simili a quelle che si hanno seguendo un carro funebre che nel vedere il proprio figlio realizzare un’aspirazione, entrai nel convento di Pinerolo per iniziare ufficialmente il mio anno (ma sarebbe stato uno solo…?) di Postulato.

Non riuscivo a distinguere chiaramente le mie emozioni, travolto da un misto di eccitazione, paura, speranza, determinazione, timore, rivalsa, dispiacere. Conoscevo tutto del convento, avendovi trascorso una decina di giorni solo poche settimane prima (“Andreino Pane e Vino”), ma era come vi entrassi per la prima volta, e guardandomi intorno mi pareva quasi di non riconoscerlo. Perché un conto è stare in un luogo sapendo che è un passaggio transitorio, per quanto più o meno lungo, un conto è avere la consapevolezza che quella sarà la tua vita da lì in poi.

P. Oreste era uscito nel cortile antistante il convento, sorridendo, e “Benvenuto! Benvenuto!” mi abbracciava come mi vedesse tornare dopo una lunga e sofferta assenza. C’erano anche Marcello e Roby, di DanDe e Sergio non ricordo con esattezza; quello che ricordo con certezza è che uscirono coloro che sarebbero stati i miei compagni per diversi anni a venire: Danilo e Carlo.

Danilo lo avevo già conosciuto, e quindi fu una faccia non solo familiare, ma amica, che mi fece sentire un po’ meno solo e più tranquillo. Carlo, al contrario, era ancora un perfetto sconosciuto, e mi lasciò perplesso. Di stazza che più che robusta sarebbe corretto definire “panciuta”, era evidentemente più in là negli anni di me e Danilo, tanto che inizialmente, complice anche l’immancabile barba brizzolata, lo scambiai per un frate che ancora non mi fosse stato presentato. “Ciao carrrissimo! Io sono Carrrlo!” Oltre a pizzicare la “erre” (non come Maria, in modo molto più aristocratico…), aveva modi di fare un po’ affettati, formali e vagamente snob, almeno all’inizio. Figlio unico di una famiglia della borghesia torinese, suo padre prima e lui stesso poi avevano lavorato a livello dirigenziale in Iveco. Si era sposato, aveva ricevuto l’annullamento del matrimonio, e dopo diversi anni di quella che lui definiva “ricerca”, era approdato al Monte dei Cappuccini prima e, di conseguenza, a Pinerolo poi, che frequentava nei we assiduamente da almeno un anno, un anno e mezzo. La sua ammissione al Postulato, vista la sua storia personale decisamente anomala, era stata più lunga e più “vagliata”, ma alla fine ce l’aveva fatta anche lui. Aveva esattamente 20 anni più di me, e quindi iniziava questa nuova parte della vita a 40 anni (paradossalmente, era più vecchio di un anno anche di Oreste, che sarebbe stato il nostro superiore). Dotato di grande cultura e curiosità, aveva sì questo modo di fare un po’ aristocratico, ma lo coniugava con un carattere estremamente gioviale e compagnone, creando un mix estremamente divertente, e molto spesso involontariamente esilarante, che lo facevano benvolere proprio da tutti. Paradossalmente, legai molto di più con lui che con Danilo, anche perché l’amore per lo studio e per tutto ciò che era “umanistico” ci univa dandoci lo spunto per lunghe chiacchierate. E’ stata una delle poche persone più grandi di me con cui non sono entrato in una sorta di competizione edipica, perché non sono mai riuscito a proiettare su di lui l’idea di una figura paterna: era un fratellone maggiore, quello che avevo sempre desiderato fin da bambino e che non avevo mai potuto avere. Ma, ovviamente, in quel momento non potevo ancora sapere tutto ciò, e gli strinsi la mano con un misto di curiosità e perplessità.

“Hic sunt Leones!” esclamò un entusiasta p. Roby. Il Postulato, infatti, non aveva accolto nessuno negli ultimi due anni, e avere adesso addirittura tre persone che entravano era una grande gioia per tutti, ma soprattutto per lui, che nella formazione e nell’accompagnamento delle “nuove leve” aveva investito gran parte della vita conventuale. Non poteva sapere, e nemmeno noi, che di tre ne sarebbe rimasto solo uno, proprio quello che più di tutti aveva faticato per essere ammesso e sembrava il più improbabile del gruppo. Ma questa è un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta. Adesso, mentre il portone si chiudeva alle nostre spalle, si apriva un capitolo completamente nuovo della mia vita.

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Un momento: e i miei genitori? Labbra serrate, pugni stretti “Se ci vuoi sentire, chiamaci” avevano sibilato, indicando chiaramente che LORO non si sarebbero fatti vivi. Non ci credevo molto, ma mi sbagliavo, avrebbero mantenuto la loro promessa. Si girarono, salirono in auto e se ne andarono, senza nemmeno mettere piede in convento, proprio mia madre che fino ad allora aveva severamente ispezionato ogni camera in cui avrei dovuto soggiornare. Non salutarono nessuno dei frati, determinati a non avere nulla a che fare con quel branco di poveracci contadinotti, indegni di mischiare la loro quotidianità con la mia. Avrebbero mantenuto per oltre due mesi questo atteggiamento, ma anche la torre apparentemente più fortificata è destinata a capitolare, prima o poi. Sarebbe successo anche a loro.


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Andreino pane e vino – Parte seconda

Se avevo pensato che vivere in fraternità sarebbe stato relativamente semplice avendo avuto già l’esperienza di un anno in comunità vocazionale a Valdocco, mi sbagliavo. Mentre qui, infatti, eravamo tutti studenti, ed i tempi erano scanditi fondamentalmente da scuola e studio e tutto il resto, attività più prettamente religioso-spirituali a parte, era demandato ad altri, là si trattava di gestire una quotidianità fatta dall’alternanza preghiera-pulizie-orto-preghiera-cucina-pulizie-riposo-preghiera-lavoretti-preghiera-cucina-serata-preghiera-sonno. Si potrà notare che, oltre alla preghiera, c’era quindi una serie di attività a me del tutto sconosciute con cui dovevo venire a contatto per la prima volta: se le pulizie in qualche modo già me le ero gestite tra i salesiani, qui scoprivo l’esistenza del dover cucinare, a pranzo solo un giorno a settimana, ma a cena, incredibile ma vero, tutte le sere!; del dover svolgere lavori di normale gestione della casa (lampadine, queste sconosciute…); e, soprattutto, dell’ORTO!!! Io, che avevo SEMPRE odiato una dimensione bucolica che andasse oltre il guardare documentari in televisione, mi ritrovavo a dover fare i conti con pomodori, insalate, i Temibili Fagiolini (qualcuno di voi ha mai provato lo stracciamento di palle ed il conseguente mal di schiena del raccogliere i fagiolini?), ed i conigli.

Ma da una parte non potevo certamente fare molto lo schizzinoso, dovendo dare di me non una buona, un’OTTIMA impressione, visto che da quegli unici dieci giorni dipendeva l’esito della mia ammissione in postulato per l’autunno, e dall’altra tutte quelle novità in fondo mi incuriosivano e ci mettevo tutta la mia buona volontà. Il più delle volte, va detto, con esiti disastrosi. Fra Sergio, che era la persona preposta alla gestione di tutta la parte pratica della giornata mia e di Danilo, se con quest’ultimo non aveva grossi problemi, visto che era decisamente più sveglio e capace di me, nei miei confronti capì molto presto che doveva armarsi di molta, molta pazienza ed un atteggiamento decisamente stoico. Dopo aver quindi puntato già molto in alto per le mie possibilità (“Sei capace di aiutarmi a sistemare l’impianto elettrico, sì?”), comprese che doveva partire dalle basi (“No, se tieni la scopa in quel modo ti spazzi sui piedi, e non va bene…”). Insomma, un vero spasso… per me, forse non tanto per lui.

D’altra parte, in quello che invece erano le prime infarciture di storia francescana e rudimenti di teologia e spiritualità, ovviamente ero già decisamente su un altro livello. Anche troppo, forse: il buon p. Oreste, che come ho detto nel post precedente in certi momenti peccava di timidezza e denotava una certa insicurezza, al sentire il mio modo di parlare, vedere la mia cultura generale, verificare la mia conoscenza della vita di Francesco d’Assisi, conoscere quella che era stata la mia esperienza tra i salesiani, si intimidì, e questo atteggiamento gli sarebbe rimasto sempre come sotteso nei nostri rapporti. Ad onor del vero, è un qualcosa che ancora oggi, se voglio, accentuo e mi torna utile in determinati contesti. Al contrario, invece, p. Roby, che apprezzava moltissimo questa mia preparazione ed il mix di imbranataggine quasi infantile e livello culturale sopra la media, diceva spesso “Ci vuole gente come te tra di noi, gente preparata” e questo, naturalmente, non poteva che farmi un enorme piacere, oltre ad ingrossare il mio ego per altri aspetti un po’ saccagnato.

Complice il periodo estivo, un paio di giornate furono anche dedicate ad escursioni montane, che eccitavano tantissimo Oreste, il quale sembrava trasformarsi in una capra tibetana. “Aspetta! ASPETTA! Che non ti stanno dietro!” urlava stizzito fra Sergio, mentre io, che ovviamente era la prima volta che scalavo una seppure piccola cima (oddio, piccola… circa 3000 metri), tentavo disperatamente di non cadere rovinosamente in qualche burrone. “Sei sempre il solito! Non ascolti e fai di testa tua” ” Ma sì, ma sì… siamo tutti vivi no?” I battibecchi tra Oreste e Sergio erano la norma, e mi divertivano molto, oltre a lasciarmi anche abbastanza stupito: in fondo, il primo era il superiore del secondo, in quanto guardiano del convento, eppure questa formalità cedeva il passo alla normalità di un qualsiasi rapporto che si sviluppava in una sorta di famiglia, dove al posto dei legami di sangue c’erano quelli dati da una scelta di vita comune. Tutto questo su di me, che da sempre avevo vissuto la mia solitudine come un peso a volte insopportabile da gestire, esercitava il fascino del canto di una sirena. Mi sembrava fosse tutto quello che avevo sempre desiderato e tutto quello che avrei voluto da lì in poi.

I dieci giorni, ovviamente, volarono in un “amen”. Mi sembrava di essere appena arrivato, che già era ora di ripartire. Sapevo cosa sarebbe avvenuto adesso: la fraternità, ed in particolare Oreste, Roby, Marcello e Sergio, avrebbe dato il suo parere al Provinciale, p. Cesare, sull’opportunità della mia ammissione o meno per l’autunno, ed avrei quindi potuto sapere a breve se la mia vita sarebbe cambiata o se avrei dovuto tornare in quella specie di inferno che mi sembrava ormai essere casa. Era solo questione di (poco) tempo.


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Andreino pane e vino – Parte prima

Il convento di Pinerolo è anomalo. Non è infatti il classico edificio che viene in mente quando si parla di “convento”, con chiostro, porticato, lunghi corridoi austeri e tutto l’armamentario da Nome della Rosa. E’ una struttura relativamente recente, un grosso casermone di cemento rettangolare, a 3 piani, che al posto del chiostro ha nella parte posteriore un ampio giardino che si affaccia sulla città di Pinerolo. A fianco, in una grande casa di fine ottocento, c’era un’altra comunità di frati che si occupava dei confratelli più anziani di tutta la Provincia (religiosa), una sorta di casa di riposo però gestita sempre da Cappuccini per Cappuccini. Si trattava, quindi, di 2 fraternità confinanti, ma tra di loro separate e con ritmi e gestioni della quotidianità estremamente diverse.

Quella di prima accoglienza, il famoso postulato in cui stavo entrando per la prima volta, era composta all’epoca da 6 frati. Il cosiddetto “guardiano”, ovvero il responsabile della comunità., era p. Oreste, che all’epoca era poco meno che quarantenne, dinamico, ma nel contempo un po’ timido, con un vistoso riportino sulla pelata che quando tirava vento sventolava come una bandierina brizzolata, facendoci ridere moltissimo (ma lui ci teneva da morire).

L’economo, ovvero quello che gestiva tutti gli aspetti amministrativi, era p. Dante, o come dicevan tutti (cit.) DanDe, perché essendo abruzzese non riusciva a pronunciare la “T”: il motivo per cui fosse stato nominato economo era chiaro immediatamente, in quanto era dotato di braccine molto, molto corte. Il fatto di chiamarlo DanDe ci permetteva di distinguerlo da un altro frate suo omonimo, p. Dante appunto, appassionato di montagna ed un po’ alternativo nei modi di fare, spiccio, simpatico, oserei dire persino un po’ grezzo, e proprio per questo, probabilmente, designato ad essere il cappellano di circensi, nomadi e carcerati, che frequentava e seguiva con regolarità e molta dedizione, uno dei due che, cosa più unica che rara, non aveva la barba.

Marcello era magro ed allampanato, e pativa di frequenti stati di debolezza, che lo costringevano a volte a letto per intere giornate: soffriva molto di questa sua condizione perché gli sembrava di essere di peso per la fraternità, quindi, nei momenti in cui invece stava bene, lavorava moltissimo quasi a compensare i periodi di inattività forzata; p. Oreste gli era molto affezionato e cercava in tutti i modi di dargli sollievo quando stava male.

P. Roberto, affettuosamente chiamato p. Roby (o nella extended version, Roby Uan Kenobi), era il decano del convento, ed assomigliava tremendamente a Yoda di Star Wars: piccolino, barbetta, pelato, inseparabile dal suo saio (mentre tutti gli altri vestivano in abiti civili); era molto allegro e nel contempo approfittava un po’ dell’investitura da “vecchio saggio” che tutti in qualche modo gli avevano attribuito, anche perché per molti anni era stato colui che si era occupato della formazione dei giovani confratelli, tra cui gli stessi con cui ora condivideva la quotidianità, P. Oreste e p. Marcello, che nutrivano per lui una via di mezzo tra un timore reverenziale (“Era severissimo!” continuavano a dirci un po’ spaventati) e l’affetto che si prova per il nonno di casa; in realtà non era così vecchio, avrà avuto poco più di 60 anni, ma dimostrava più dell’età che aveva (e ne approfittava spudoratamente); era anche vagamente civettuolo, e ci teneva sempre ad avere un po’ di profumo (sì, proprio profumo) in tasca perché, diceva, “Non voglio puzzare di vecchio!”.

Chiudeva la combriccola il più giovane dei frati, frà Sergio, che a differenza degli altri non era sacerdote, anch’egli senza barba, e si occupava di tutto ciò che era “manualità” in convento, a cominciare dal non piccolo orto (un centinaio di metri quadrati), dalla coltivazione delle more (almeno finché non siamo arrivati noi… ne parlerò più avanti…) e tutto ciò che era di gestione “pratica”: una sorta di tuttofare, insomma (compreso anche cucinare quando la signora che di norma svolgeva questo compito aveva il giorno di riposo settimanale).

Nota: sottolineo l’assenza di barba in Dante e Sergio perché per i frati cappuccini era una tradizione, e, fino alla fine degli anni 60, addirittura un obbligo averla. Questo perché l’Ordine Cappuccino nasce nel 1500 come riforma degli altri due Ordini Francescani, Conventuali e Minori, e per distinguersi da essi, ed in qualche modo assimilarsi alle fasce più povere della popolazione, con cui voleva condividere l’appartenenza, scelse appunto di avere come simbolo del proprio “pauperismo” la barba. Anche se l’obbligo non c’è più, ancora oggi la quasi totalità dei frati Cappuccini continuano ad essere barbuti. Inutile dire che dal momento in cui entrai in quel convento, la barba divenne anche per me un imperativo categorico (del resto, fin da bambino ne ero stato affascinato e avevo pensato che da grande me la sarei fatta crescere) e da allora, salvo che per necessità mediche (in occasione dell’operazione al cuore che abbi nel 2010) non l’ho mai più tagliata.

In tutto ciò arrivai io, tra l’eccitato, l’intimidito ed il preoccupato. Era un posto nuovo, con persone nuove, con ritmi di vita nuovi, con attività nuove… insomma, una vero salto nel buio! Mi sembrava, per certi aspetti, di essere finito nella Piccola Casa nella Prateria, e mi sentivo decisamente un pesce fuor d’acqua. Per fortuna, nei giorni in cui io ero lì, c’era anche un altro ragazzo, di 2 anni più vecchio di me, Danilo, che già da un po’ frequentava il convento e, presumibilmente, sarebbe entrato come postulante a tutti gli effetti quello stesso autunno (come auspicavo avvenisse anche per me). La sua presenza mi fece ovviamente sentire un po’ meno spaesato, anche se lo stacco da quello che finora era stato il mio ambiente era comunque bello tosto. Iniziavano così i miei primi 10 giorni.


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Annus horribilis – Parte sesta

Si stava avvicinando l’estate, e con essa almeno due appuntamenti: uno, i primi esami universitari; l’altro, il tentativo ad ogni costo di entrare in postulato ed andarmene da quella casa nella quale non ritenevo più possibile restare. Sapevo che la seconda scadenza si sarebbe dovuta realizzare quell’autunno, o sarei rimasto inchiodato per i prossimi 4 anni almeno, e non ero psicologicamente ed emotivamente nelle condizioni di poterlo accettare.

Ma non ero comunque preparato, quel giorno che salii al Monte, a sentire quello che mi disse p. Luca. “P. Cesare ha deciso che puoi saltare tutta la solita trafila che normalmente viene richiesta per entrare in postulato. Devi però trascorrere almeno una o due settimane nel convento dove dovrai andare, in modo che possiate reciprocamente conoscervi; dopodiché, se per la fraternità andrà bene, potrai comunque iniziare questo autunno”. Ecco la mia espressione in una rara immagine dell’epoca.

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Cos’era successo per far velocizzare così tanto la situazione? Lo venni a sapere alcuni mesi dopo. Mio padre, preso evidentemente da un raptus di demenza senile anticipata, perché sennò non si spiega, aveva preso carta e penna e scritto direttamente allo stesso p. Cesare. Non ho mai letto personalmente la lettera in questione, mentre 2 anni fa, quando per motivi che saranno raccontati un’altra volta (molto, molto più avanti) ho dovuto mettere mani a tutta una serie di documenti che avevo nella vecchia casa dove viveva ancora mia madre, venni in possesso della risposta del frate, che confermava nella sostanza quello che mi avevano detto essere i contenuti dell’iniziativa paterna.

Fondamentalmente mio padre diceva di me, l’amato figlio, che ero un fancazzista, un bugiardo, una persona falsa e di cui non ci si poteva fidare, e che accogliendomi tra loro i frati avrebbero commesso uno dei più grandi errori della loro storia, di cui si sarebbero amaramente pentiti. La bellezza dell’amore paterno…! La genialata, come se la cosa in sé non fosse già abbastanza discutibile, era di citare come teste inequivocabile il famoso Roberto C., che sia p. Luca che, di conseguenza, p. Cesare conoscevano molto bene (e che di lì a pochi mesi sarebbe stato scomunicato ufficialmente dalla Curia vescovile torinese). Ovvio che il buon Provinciale capisse, a seguito di questa serie di perle dispensate sul mio conto, che le mie affermazioni in fondo non erano affatto così esagerate come potevano sembrare, e che realmente correvo il rischio di restare ingabbiato in una realtà che a questo punto si rivelava essere anche vagamente pericolosa dal punto di vista psicologico ed ambientale per come si stava venendo a delineare.

Tornai a casa, da una parte quasi non toccando terra con i piedi dalla felicità, dall’altra pensando a come architettare la richiesta di trascorrere almeno quell’unica settimana in convento. Tra l’altro, il postulato in questione, come già accennato in altri post, era fuori Torino, a Pinerolo, paradossalmente su una collina esattamente di fronte a dove si trovava, a poche centinaia di metri di distanza in linea d’aria, il noviziato dei Salesiani dove, se le cose avessero seguito un altro corso, io mi sarei dovuto trovare esattamente in quel momento. Lo presi come un segno.

Decisi di giocare la carta, che sapevo avrebbe sempre fatto breccia nelle difese paterne, della tripletta università-voti-stanchezza. Mi presentai al pre-appello per il primo esame universitario, a fine maggio, in modo da poter partecipare al secondo appello qualora l’esame non fosse andato bene (per regola universitaria, infatti, non ci si poteva presentare a 2 appelli consecutivi per lo stesso esame; utilizzando il pre-appello, però, si poteva di fatto dare 2 volte lo stesso esame nella medesima sessione, cosa che normalmente non sarebbe stata possibile). La scelta cadde su Diritto Costituzionale, intanto perché era uno dei pochi che realmente mi piaceva, poi perché il docente era formalmente il prof. Pizzetti, che però, essendo entrato a far parte della commissione tecnica dell’allora governo Goria, non aveva di fatto mai tenuto nemmeno una lezione, salvo tornare in tempo per farci sostenere gli esami, a seguito della caduta anticipata del Governo in questione, e che godeva fama, meritata, di essere particolarmente severo.

I miei genitori, evidentemente, avevano la memoria corta e non pensavano più alla famosa storia del pagellino di un paio d’anni prima (“Piccoli falsari crescono”), perché caddero facilmente nel mio inganno: avevano detto che ero un bugiardo ed una persona falsa? Si sarebbero accorti di quanto avevano ragione, se solo volevo recitare una parte. Andai, ovviamente, all’esame, perché dovevo produrre la firma che attestava che avessi realmente provato a sostenerlo; ma feci sostanzialmente scena muta davanti al docente, che quindi mi rimandò velocemente a casa. Casa dove io sostenni, con una certa fierezza, di aver dato una prova più che discreta, ma che mi aveva fruttato un banale 24 “E non voglio” dissi con convinzione “iniziare con un voto così basso che può rovinarmi tutta la media successiva!” Naturalmente mio padre non poté che darmi assolutamente ragione: non fosse mai che suo figlio (lo stesso fancazzista di cui aveva amorevolmente scritto) prendesse meno di un 27 o 28! Trascorse il mese e mezzo circa che mi separava dal secondo tentativo, durante il quale, probabilmente per tutta la tensione vissuta fino a quel momento, mi ammalai. Fu quindi facile tornare, dopo essermi di nuovo presentato all’appello, dicendo con aria furibonda “Appena mi sono seduto mi ha guardato e mi ha detto: -Lei è venuto qui un mese fa e torna adesso credendo di poter di nuovo sostenere l’esame a così poco tempo di distanza? Se ne vada-! Non mi ha praticamente fatto nessuna domanda!” Cosa che, peraltro, questa volta era abbastanza vera, perché le cose si svolsero realmente così dopo che il prof. Pizzetti mi ebbe fatto la prima, ed unica, domanda ed io feci, volutamente, scena muta.

L’esito dell’esame, voluto, abbinato alla malattia che avevo avuto, non voluta ma assolutamente provvidenziale, bastarono per dimostrare la mia stanchezza e prostrazione fisica. Dissi che se non mi fossi riposato un minimo rischiavo di bucare anche gli esami della sessione autunnale e che quindi dovevo staccare un po’ con la testa e respirare un po’ di aria diversa… fresca… tranquilla… e che, guarda caso, p. Luca mi aveva invitato a trascorrere una decina di giorni a Pinerolo.

Mia madre entrò in fase di “allarme rosso” totale, iniziando di nuovo con le sue crisi isteriche durante le quali no, assolutamente no, io in quel convento non ci sarei MAI andato. Ma mio padre, per il quale i miei risultati scolastici avevano la precedenza assoluta su qualunque cosa, convinto probabilmente anche dell’esito positivo della geniale iniziativa che aveva preso con la famosa lettera inviata a p. Cesare, decise che ci sarei andato. Dieci giorni, non uno di più. E mi avrebbero accompagnato loro, in auto, per vedere il luogo in cui mi sarei trovato. Le persone no, perché non avevano intenzione nemmeno di incontrarle.

Un pomeriggio di fine luglio, quindi, mi trovai finalmente davanti alla porta del convento di Pinerolo con il mio zaino, ed i miei genitori che mi salutavano; mio padre, forse, più perplesso, come se avesse finalmente capito di essere caduto in una trappola; mia madre che, come tanti anni prima, ripeteva “Adesso stai qui dieci giorni, poi torni a casa e non vai via maipiùmaipiùmaipiù!”, stringendomi con le lacrime agli occhi. Ma con una sorta di maggiore disperazione nella voce, come se in qualche modo capisse che, stavolta, le cose stavano precipitando verso una situazione su cui non aveva più controllo. Non aspettai nemmeno che partissero, mi voltai ed entrai. Cominciava il mio primo periodo in un convento cappuccino.