Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Un mistero è l’uomo e il suo cuore un abisso

Stavo finalmente per coronare il mio sogno, entrando nella comunità vocazionale di Valdocco. Ma una delle domande che mi sono più sentito porre da sempre, ogniqualvolta parlo dei miei trascorsi come religioso, è “Come ti è venuta la vocazione?” (e la seconda che segue immediatamente a ruota è “E perché hai deciso di uscire?”…). Di solito, questo interrogativo, che a leggerlo sembra un po’ banale, è formulato con tonalità di voce diverse, del tipo: “Ma come cavolo ti è saltato in mente?”; oppure: “Dai, volevi giocare ad incularella in convento, eh? Tutti maschi!”; o ancora: “Poveretto, ti è capitata sta brutta cosa in un momento della tua vita; ma ne sei uscito, per fortuna”; ma anche: “Un po’ ti invidio…”.

Ho pensato molto a lungo se scrivere questo posto, quindi, perché tratterò di cose intime, che se già possono essere fraintese quando se ne parla, e la parola è mediata dal tono della voce, l’espressione degli occhi, il gesticolare, ci può essere un contraditorio che aiuti a chiarire, figurarsi quando tutto questo non c’è e la parola è solo scritta, e quindi filtrata dalle esperienze e convinzioni personali di chi legge, fraintendibile. Ma ho deciso fosse giusto trattare anche questo aspetto, quindi… partiamo!

Scena uno. Ho circa 4 anni, e sto servendo messa, inizio la mia carriera da chierichetto. Una carriera fulgida, che mi darà, e darà soprattutto a mio padre che tanto ci teneva, grandi soddisfazioni; in un paese come quello dove sono cresciuto, c’erano alcuni piccoli status symbol, e il servire messa, piuttosto che leggere le Sacre Scritture, era uno di quelli: venivi guardato con tenerezzaammirazioneinvidiacuriosità, specie se eri un bambino che continuava a ripetere di voler intraprendere la carriera ecclesiastica, e la mia famiglia di tutto questo si beava, esibendomi con falsa modestia, come fossi una specie di genio precoce della religiosità paesana.

Sto servendo messa, dicevamo, ma ovviamente non capisco granché di quello che si celebra sull’altare e, soprattutto, non capisco un granché di quella Entità sovrannaturale che tutti chiamano “Dio” ma che nessuno mi sa spiegare molto bene cosa sia e come funzioni. Pareva che se eri buono ti ricompensasse, ma neanche sempre, solo a sua discrezione, per non farti montare la testa, e se eri cattivo ti punisse, ma anche questo con poca regolarità, un po’ tipo corrente alternata. O, almeno, questo era ciò che mi dicevano tutt*, ma che mi convinceva molto poco. Avevo notato, infatti, che appena entravo un po’ nel merito (“Ma come fa Dio a sapere tutto quello che faccio? Ma dove vive Dio? Ma se ci vuole bene, perché ci sono tante persone cattive? E perché le persone cattive non vengono punite?”) arrivavano risposte vaghe, MOLTO vaghe, che mi facevano pensare che di sto Dio quell* a cui chiedevo ne sapessero quanto me, se non di meno.

Decido di andare direttamente alla fonte. Se è vero che Dio vedesentecapisce tutto di tutt*, allora DEVE ascoltarmi (la logica dei bambini di 4 anni è assolutamente ineccepibile), per cui comincio a dirgli, tra me e me, una cosa del tipo: “Ciao Dio. Senti, io non è che capisco molto di te, perché non ti vedo e non ti sento. Però mi piacerebbe che fossimo amici. Perciò se ti va di farti sentire, fammelo sapere.”

Questa richiesta va avanti per diverso tempo, praticamente ogni volta che servo messa (quindi TUTTI-I-GIORNI!), e dev’essere stato abbastanza seccante sentirsela ripetere quotidianamente, per cui, quel giorno in particolare, mentre mi avvicino al tabernacolo per prendere la pisside con le ostie da portare al famoso prevosto (vedi post precedenti) per distribuire la comunione, TAC!

Un attimo prima non c’era, un attimo dopo c’è: una consapevolezza, profonda, assoluta, certa, di una presenza tangibile, reale, come di qualcuno che sai perfettamente che esiste, perché ne hai esperienza, semplicemente non lo vedi, un po’ come un amico che non è fisicamente con te, ma sai che c’è, ti ama, ti pensa, ti è vicino. Una cosa del tipo “Ok, basta, piantala, sono qui, contento?”. Da quel giorno per me l’esistenza di una entità divina, non astratta, personale, è stato un dato di fatto, come l’aria che respiro e di cui non potrei dubitare, perché sarei scemo a farlo, anche se non è fisicamente tangibile.

Scena due. Diversi anni dopo, ne ho circa 16, durante una di quelle settimane di ritiro spirituale che trascorrevamo in montagna, sempre con i Salesiani (vedi post precedenti). Un giorno è sempre dedicato al cosiddetto “romitaggio”: si va verso gli alpeggi, in alto, ci si divide in modo da stare completamente soli per alcune ore, ci si ritrova, si celebra messa tutti insieme e si rientra alla casa-base. Un giorno di totale solitudine immersi nella natura, insomma.

Ogni anno, e questo è già il terzo, mi scelgo sempre lo stesso posto, una specie di sottobosco immerso tra i pini, con una vallata di fronte e cascata sullo sfondo: sì, ho un certo buongusto… Di solito, novella piccola Heidi, trascorro le 4-5 ore a disposizione leggendo, scrivendo, riposando, pregando. No, le caprette non ci sono e non mi fanno “ciao”. Ma questa volta mi sento più irrequieto, come se stesse per avvenire qualcosa. E di nuovo, un attimo prima non c’è, un attimo dopo, TAC!

Se l’esperienza che ho narrato prima è stata molto individuale, molto “io e te, tu ed io”, qui mi sento investire da quella che le religioni orientali chiamano “esperienza cosmica”, ovvero la consapevolezza del mondo, intorno e non solo, di cui si fa parte. E’ davvero difficile da spiegare, ma è come se improvvisamente capissi (nel senso esperienziale del termine, non intellettuale) e fossi in un colpo solo erbaalberoinsettouccelloacquaariasolemondo, stordito ed euforico insieme, sovreccitato e con un senso di pace interiore assoluto insieme.

Quando torniamo alla casa-base, mi precipito da quello che era in quegli anni il mio “direttore spirituale”, la persona con cui mi confrontavo e parlavo del mio cammino interiore e non, un salesiano di nome Genesio: gli racconto tutto, eccitatissimo!

“Certo, capisco, probabilmente questa mattina quando hai fatto colazione non hai digerito bene e l’altitudine, con un po’ di carenza di ossigeno, ti ha fatto questo effetto. Tranquillo, niente di grave” mi risponde con aria la più serafica del mondo.

Lo guardo, mi guarda, capisco. Non può dare corda ad un adolescente con improvvise avvisaglie di pazzia mistica: dovrebbe forse gridare con me al miracolo e convincermi di avere improvvisamente delle esperienze alla santa Teresa d’Avila? Capisco, quindi, che ci sono cose che è meglio tenere per sé, e che proprio il fatto che lui sminuisca quello che gli racconto, non dandogli troppo peso, è indice della sua importanza.

Comunque sia, da quel momento un altro tassello di consapevolezza è andato al suo posto: la sensazione, no, la PERCEZIONE dell’essere amato e di una dimensione universale di questo amore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso verso la scelta vocazionale. Decisi che per me non ci sarebbe potuta essere altra strada.

Ecco la risposta all’interrogativo iniziale, come è nata la mia vocazione. Arriverà anche quella alla seconda domanda: perché ho deciso di uscire dal convento molti anni più tardi. Ma, per il momento, stavo entrando finalmente in quella che credevo sarebbe stata la mia comunità per il resto della vita. Da qui è un’altra storia, che sarà raccontata un’altra volta.


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Amor sacro ed amor profano

Avevo iniziato l’asilo, avevo iniziato a suonare il pianoforte, volevamo non iniziare anche a servire Messa? Ovviamente no. Del resto, era abbastanza scontato come passaggio, andando all’asilo in un istituto religioso ed essendo i miei genitori ferventi cattolici praticanti. Devo dire che, come accennato nei post precedenti, il senso del sacro mi affascinava: il rituale, le vesti, quell’atmosfera rigorosa e mistica insieme esercitavano su di me, tenero fanciullo incuriosito da tutto ciò che sapeva in qualche modo di “magico”, un’attrazione irresistibile. L’odore dell’incenso che mi piaceva, il vedere il parroco della mia città (rigorosamente chiamato da tutti “il prevosto”, un appellativo che non capivo ma aveva un sentore di ieratico distacco da noi, comuni mortali) guardato con un misto di timore reverenziale e disagio, il desiderio di essere in qualche modo “diverso” da tutti, mi convinsero: come un Grisù qualsiasi un giorno dissi ai miei: “Diventerò prete!”

Per esercitarmi, cominciai a pretendere che mia madre, quando mi comprava le patatine San Carlo (ebbene sì, già all’epoca ne ero uno dei più fedeli fans e consumatore), me le imboccasse dicendo “Il corpo di Cristo”, come se stessi assumendo un’ostia… Lo so, la cosa è vagamente blasfema, ma omnia munda mundis (tutto è puro per i puri), quindi ai miei occhi di bambino del tutto lecita e comprensibile (non ho idea di che ne pensasse mia madre, ma ricordo che questa richiesta era sempre soddisfatta con un considerevole imbarazzo). Insomma, avevo preso la mia decisione e camminavo senza timore verso questo irrevocabile obiettivo.

Senonché, scoprii con un certo stupore che, andando all’asilo ed avendo ormai scoperto l’esistenza delle femmine (vedi post precedenti), tutti i nostri amiciparenticonoscenti si aspettassero, per qualche motivo a me ignoto, che con almeno una di queste io mi fidanzassi. “E la fidanzatina non ce l’hai?” era ormai la frase con cui CHIUNQUE iniziava una conversazione con me, accompagnando la domanda con un sorrisino tra il divertito ed il complice. E chi ero io per deludere le aspettative di così tante persone? Decisi che avrei avuto non una, non due, ma TRE fidanzatine ufficiali!

Rosa era una bella bimba con capelli neri e ricci, timida e gentile; Elena la figlia di un dottore (ok, state pensando tutt* alle tre civette… maialini!) amico di mio padre, capelli castani e magrolina; Egle la più bella, ai miei occhi, con capelli biondi, portati “alla maschietta” (cioè corti corti e per nulla femminili… chissà come mai era la mia preferita, eh?!). Certo, questa situazione trigama mal si conciliava con la mia vocazione precocemente sacerdotale O_O.

Ma perché limitare a loro le mie galanti avances? Ricordo un giorno in cui, con mia madre (povera donna, sempre a lei capitavano), passeggiavamo sotto i portici del paese, ed incontrammo lui, “il prevosto”. “CIAO!” salutai garrulo. “Andrea, non si dice ciao al parroco!” mi riprese scandalizzata mia madre. “Ma tra colleghi ci diamo del tu” risposi io, che mi stavo già portando avanti col lavoro, o la vocazione che dir si voglia. Come faceva mia madre a non capire una simile banalità… Tempo una decina di metri e si incrociò una bionda signora, Vanda, che gestiva l’edicola del paese (e che conoscevo molto bene perché vendeva i fumetti di cui andavo tanto ghiotto). “Ciao, amore!” fu il mio entusiasta saluto. Lei rise allegra, mentre mia madre cercava faticosamente di uscire dalla buca sottoterra in cui era sprofondata per l’imbarazzo.

Che dire? Sono del segno zodiacale della Bilancia, e le decisioni non sono mai state il mio forte, nemmeno da bambino.