Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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The end is just a little harder (cit.)

Dire che a casa, nel frattempo, la situazione era diventata pesante, è un eufemismo. Durante quei pochi giorni di assenza, ai miei genitori era ormai apparso in modo ineluttabile che entro pochissimo me ne sarei andato per entrare in noviziato. Mia madre sembrava costantemente sull’orlo di una crisi isterica, e mio padre oscillava tra il cercare di calmarla, una sorta di muta rassegnazione, un certo nervosismo ed una dose di orgoglio. Senza contare la gestione del “mondo intorno”. Ai miei parenti, nulla era stato detto: per quanto entrare tra i salesiani avesse ancora una certa allure aristocratica, ciononostante non corrispondeva certo alle prospettive che la mia famiglia si era fatta riguardo al mio futuro, dove la professione di avvocato sembrava essere già la meno peggio tra tutto quello che avrei potuto (dovuto…) scegliere; era quindi qualcosa che andava nascosto fino a quando non fosse più stato impossibile farlo. Gli amici a cui avevo comunicato la cosa, di contro, cominciavano a portare regali di saluto e fare le solite battute del caso, simpaticamente goliardiche; cosa che non faceva che peggiorare lo stato d’umore dei miei genitori.

Nel mezzo di questo piccolo tornado familiare c’ero io, che non sapevo più che pesci pigliare e come uscirne. Continuare sulla via salesiana mi sembrava sempre più improbabile, dopo il ritorno da Assisi, ma d’altra parte rinunciarvi ed annunciarlo a tutte le persone che credevano il contrario, genitori in primis, avrebbe significato generare reazioni il cui esito non ero in grado di prevedere. Fu con questo spirito assai confuso e depresso che mi recai da p. Luca, al Monte dei Cappuccini.

Quella volta, la consueta salita (non per nulla si chiama “Monte”) non fu per nulla piacevole. Avevo quasi paura di quello che p. Luca avrebbe potuto dirmi, e mentre camminavo si alternava la speranza di sentirmi rassicurare sul fatto che i miei dubbi fossero solo frutto dello sbandamento dell’ultimo minuto, con il timore di vedere invece distrutta la prospettiva per cui avevo sostanzialmente lottato interi anni ed il trovarmi, quindi, con un futuro tutto da ricostruire. Suonai al portone, mi annunciai ed entrai.

Come stai, come non stai, cominciai a raccontare dei due viaggi, Medjugorie ed Assisi. La misi sul ridere, la tirai per le lunghe, cercando di differire la sentenza finale. Dato che era da un po’ che non ci vedevamo, narrai anche di un incontro che si era svolto pochi giorni prima della fine dell’anno scolastico in comunità vocazionale tra tutti i prenovizi d’Italia, coloro, quindi, che sarebbero dovuti essere i miei compagni per l’anno successivo. In particolare, uno di loro mi aveva colpito, in parte per come si era presentato, in parte per motivi più… fisici… ma quest’ultimo aspetto evitai di specificarlo a p. Luca. Alla fine, era tanta la foga di convincimento che ci avevo messo, che mi ero quasi rassicurato da solo, pensando che, in fondo, forse, potevo ancora non cambiare nulla e proseguire verso il noviziato.

“Bene. Tutto questo è la cornice. Ma il quadro, che sei tu, come ci entra?” Ed ovviamente il mio mondo crollò.

Tornai verso casa, consapevole che ormai non avevo più possibilità di fuga. Dovevo comunicare la mia decisione prima di tutto ai miei, ed un istante dopo ai salesiani, ovviamente. E nessuna delle due cose sarebbe stata semplice.

In realtà, la seconda la giocai nel modo più vigliacco possibile. Chiesi di vedere quello che per diversi anni era stato il mio confessore, don Pellegrino, che in qualche modo si sentiva anche il mio mentore. Sorridendo, ed in maniera molto sbrigativa, gli comunicai piuttosto freddamente che no, non volevo più entrare in noviziato (mancavano TRE giorni alla cerimonia di ingresso ufficiale), avevo cambiato idea, ed avevo capito che la strada di don Bosco non faceva più per me. Il poveretto rimase, comprensibilmente, scioccato e “Capisco, hai avuto paura all’ultimo” mi disse, soffocando palesemente le lacrime. Non provai nemmeno a smentirlo: sarebbe stato molto più complicato, e probabilmente doloroso anche per lui, dirgli che no, non avevo affatto avuto paura, ma era realmente così, avevo capito, anche se con un certo ritardo, che quella davvero non era la mia strada. Non mi preoccupai di dirlo a nessun altro, nemmeno a chi prima di tutti avrebbe dovuto saperlo, l’Ispettore dei salesiani, lasciando l’ingrato compito al mio povero confessore. Mi girai, e per molti, moltissimi anni non rimisi mai più piede a Valdocco.

In casa fu tutto un altro paio di maniche. Ho rimosso il momento ed il modo in cui ho comunicato la decisione ai miei genitori, ma il lampo di trionfo negli occhi di mia madre e quell’espressione di “adesso non ti lascerò più andare via così facilmente” che immediatamente assunse, quelli no, non li ho dimenticati. Ed avrebbero segnato in modo definitivo il mio rapporto con lei e con mio padre, già decisamente logorato da tutto quello che era capitato in quegli ultimi anni. Ma sì, questa è un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta.


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-4)

Man mano che ci avvicinavamo a s. Giovanni Rotondo, dove avremmo soggiornato per 2 notti, mio padre si dimostrava sempre più insofferente. Del resto, era comprensibile: vuoi mettere l’idea di tornare a Rivarolo e raccontare come il viaggio lo avesse provato? Come si fosse sentito male ed avesse stoicamente resistito, finché il dolore non avesse preso il sopravvento? E come, MIRACOLOSAMENTE, tutto questo fosse avvenuto proprio mentre eravamo nei pressi di uno degli ospedali più famosi d’Italia, fondato nientepopodimeno che da padre Pio in persona? E quindi eccolo là “Pina… sto male…”, con la classica voce da sto-morendo-ma-non-voglio-farvelo-pesare-però-sto-morendo-tanto, con mia madre che, di conseguenza “Oddio! Gino, stai male? Stai male, Gino? Ma dimmi, stai male? Ma come stai, Gino? MA PARLA! Oddio, Gino sta male…” e giù a stare peggio di lui.

Morale della favola: mentre tutto il resto del gruppo prendeva posto in albergo, noi prendevamo posto in ospedale, con mio padre accompagnato all’interno su una sedia a rotelle, immagine del crocifisso, però seduto, e mia madre della Veronica, però che si asciugava il proprio, di volto, dal sudore per lo spavento. Ovviamente, non era assolutamente nulla, un semplice calo di pressione dovuto probabilmente al caldo. Poi, perché i medici lo dicessero praticamente ridendo, lo lascio alla vostra libera interpretazione. L’importante era che mio padre avesse avuto la Sua Grande Avventura da raccontare una volta tornato a casa, che naturalmente si sarebbe arricchita via via di particolari sempre più drammatici.

Archiviata la pratica-ospedale, potemmo dedicarci completamente alla pratica-padre Pio (che all’epoca non era ne’ santo ne’ beato). Visitammo le stanze in cui aveva vissuto, in cui aveva pregato, in cui era stato tentato dal dimonio (cito testualmente), fino ad arrivare alle sue miracolosamente mantenute vestigia (in realtà alla statua di cera che le racchiudeva, ma fu tutto un fiorire di “Uhhhh! Ohhhh! E’ un miracolo! Se non è l’opera divina questa…!”, anche se a me sfuggiva cosa potesse fregare a Dio di mantenere o meno integro il corpo di un vecchio barbuto, ma che fossi un miscredente ormai si era capito). Ma il colpo di scena doveva ancora arrivare. “Io” esordì la nostra guida, ovviamente un canuto frate cappuccino “sono l’ultimo dei figli spirituali di padre Pio ancora in vita. E lui mi disse che avrei potuto trasmettere l’essere suoi figli spirituali anche a tutti coloro che lo avessero invocato come padre. Quindi, se voi volete, da adesso siete tutti figli e figlie spirituali di padre Pio!”.

Svenimenti, commozioni, lacrime a profusione, sventolare di fazzoletti per evitare il mancamento… ed offerte a pioggia, naturalmente. Che poi, a quel punto, l’unicità della figliolanza di padre Pio del canuto frate mi sembrava un filo essere venuta meno, ma poco importa, come ho già detto che io fossi un miscredente eccetera eccetera. E dopo questa specie di inseminazione eterologa spirituale che ci aveva resi tutti figli e figlie spirituali del (futuro) santo cappuccino, partimmo per l’ultima tappa del viaggio, monte s. Angelo con il santuario dedicato a s. Michele Arcangelo, sul Gargano. Una curiosità. Sono 3 i santuari dedicati a s. Michele Arcangelo: il succitato, quello della Sacra di S. Michele in Piemonte ed il famosissimo Mont S. Michel in Francia. Ebbene, la distanza tra il primo ed il secondo e tra il secondo ed il terzo è esattamente identica (1000km), ed i 3 sono posti su una linea retta immaginaria, che se prolungata si congiunge con Gerusalemme. All’epoca non conoscevo questa particolarità, ma l’atmosfera del luogo, finalmente, mi colpì.

Anche qui non mancavano alcune caratteristiche, diciamo così, folcloristiche, prima fra tutte la presunta impronta che l’Arcangelo stesso avrebbe lasciato schiacciando il demonio durante una delle loro infinite lotte mistiche, orma ovviamente ben visibile e molto simile a quella di un bambino. Così come, nell’immancabile negozio di ricordi (che, come sempre, mi attirò come il fuoco una falena), una presenza infinita di rosari i più diversi dedicati a tutte le specie conosciute (conosciute…?) di angeli. Ma il santuario, di fatto scavato all’interno di una grotta, aveva un’aura di calma, di serenità, di raccoglimento che fino a quel punto, in tutto il resto del viaggio, mi era mancata. Ma, soprattutto, scoprii che era stato meta di pellegrinaggio di s. Francesco, che aveva lasciato disegnato il proprio simbolo, il Tau (lettera greca che ricorda la croce, da non confondersi col Tao, che è tutta un’altra cosa), su una delle rocce della grotta stessa.

Eccolo là, il segno che IO aspettavo. Alla fine di quella serie interminabile di soli che ballavano, madonne che piangevano (e quante ne avevo tirate giù io, di madonne), frati che si autoconservavano, un banale, semplice disegno, come quello che fanno i bambini per dire “sono stato qui”, mi richiamò alla decisione che dovevo prendere, ed in fretta, riguardo al mio futuro. Ed improvvisamente seppi anche quale sarebbe stato il credito che avrei riscosso nei confronti dei miei genitori per quelle due settimane infinite: sarei andato ad Assisi, là dove Francesco aveva vissuto, ed anch’io, come lui, avrei ascoltato quello che il Signore aveva da dirmi! E come Francesco aveva il fido frate Leone con sè, io avrei avuto il fido Marco M. ad accompagnarmi!

Fu con questa immagine a metà tra il mistico e l’eroico che mi ronzava negli occhi, entusiasmandomi ogni minuto di più, che tornai verso Torino, preparandomi a sciogliere finalmente i dubbi che non mi avevano dato tregua da quasi un anno. La mia estate non era ancora finita.


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Un piatto servito freddo

Archiviata la pratica “Maturità”, c’era ancora qualche conticino in sospeso che dovevo regolare prima di lasciare Valdocco: d. Gianni.

Gli esiti a dir poco disastrosi della sua gestione della comunità vocazionale non potevano certo passare inosservati: non solo di 3 prenovizi ne era rimasto solo 1 (io), ma diversi ragazzi avevano già anticipato che non sarebbero tornati, con la ripresa dal nuovo anno scolastico, in comunità. Insomma, una debacle su tutta la linea. Non stupisce, quindi, che il suo diretto superiore, chiamato dai salesiani “ispettore” (nel senso che è a capo di una ispettoria religiosa, composta da un certo numero di comunità), decidesse, prima della chiusura estiva, di fare una verifica sul perché ed il percome di ciò che stava capitando, colloquiando privatamente ed individualmente ciascuno di noi.

Ora, ci sono 2 considerazioni da fare. La prima: io ho sempre avuto un rapporto difficile con l’autorità, che ho sempre vissuto, specie da ragazzo, con una specie di complesso edipico, in cui il figlio (io) doveva prima o poi uccidere il padre del momento. Con d. Gianni questa situazione si era particolarmente accentuata, perché le sue paure, le sue insicurezze, i suoi tradizionalismi mal si adattavano alla mia personale visione di una comunità e di una impostazione vocazionale. A mia parziale discolpa, va detto detto che un po’ tutti la pensavamo così, cominciando dal suo diretto collaboratore, quel Piero che aveva preso i voti solo poco tempo prima (vedi post precedenti), fino all’ultimo arrivato in comunità vocazionale (che, incidentalmente, ero sempre io).

La seconda: un po’ per carattere (sono pur sempre un Bilancia, il segno dell’arte della diplomazia), un po’ per la mia storia personale, fin da piccolo la ricerca di approvazione degli altri, l’inconscia richiesta di amore ed ammirazione, mi hanno portato a sviluppare una notevole capacità di convincimento delle persone, meglio nota come “paraculaggine”. Ho capito presto che usare le parole giuste, il tono di voce adatto, il linguaggio del corpo idoneo, porta facilmente a poter manipolare chi si ha davanti. E’ un’arte che ho affinato col tempo e con lo studio di tecniche di comunicazione, ma che o c’è o non c’è. E io, modestamente, c’è!

Non dovetti nemmeno cospirare più di tanto con i miei compagni di comunità, perché alcuni di loro erano già di per sè sufficientemente incarogniti nei confronti di d. Gianni, in particolare noi, magnifici 3 (io, Marco M. e Marco L.). Quando venne il mio turno di colloquio con l’Ispettore provinciale, quindi, sfoderai tutto il mio armamentario di contrizione dispiaciuta, mista a sguardi modesti e pudichi, ad un atteggiamento di (falsa) vergogna e ad un (altrettanto falso) maldestro tentativo di difendere comunque quello che, dalle mie parole e descrizioni, risultava assolutamente indifendibile: la condotta, il modo di fare, di rapportarsi e la gestione della comunità di d. Gianni. Ero pur sempre l’unico prenovizio rimasto, e le mie parole avevano un certo peso. Come un altrettanto peso avevano le opinioni di Marco M., da sempre considerato un po’ la punta di diamante della comunità vocazionale per le sue (innegabili) molte doti.

Fu persino troppo facile. Quando lasciai definitivamente la comunità vocazionale per tornare a casa, in vista del periodo estivo che mi separava dall’ingresso in Noviziato, non mi sorprese sapere che l’anno successivo d. Gianni sarebbe stato trasferito in un’altra casa salesiana ed avrebbe ceduto a qualcun altro la responsabilità di rimettere insieme i cocci del suo disastro gestionale. La cosa, però, ormai non mi riguardava più, mentre pensavo a cosa fare a settembre e, più nell’immediato, a come riprendermi da un anno e dalla chiusura di un ciclo di studi decisamente traumatici.


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Maturità, t’avessi preso altrove…

Ed arrivò. Temuto ed atteso nello stesso tempo, finalmente l’esame di maturità (avevo sempre pensato che fosse un po’ pomposo chiamarlo così) , come un ingranaggio ben oliato, si mise in moto. Ho detto ben oliato? Mmmhhh… Noi, pur essendo uno dei Licei più rinomati di Torino, eravamo pur sempre un Istituto retto da religiosi, il che ci rendeva un pochino anomali nel panorama culturale cittadino; e questa anomalia, o meglio le sue possibili conseguenze, si manifestarono subito.

Avremmo sostenuto gli esami “in coppia” con un altro liceo, l’Alfieri, e se i nostri insegnanti si vantavano (abbastanza a sproposito, dal mio punto di vista, come raccontato in precedenza) del loro metodo pedagogico ispirato ai “sani principi della Chiesa” (…!), i nostri compagni/concorrenti, invece, arrivavano da quello che era considerato l’emblema della laicità torinese. Poco sarebbe importato, se non fosse che la Commissione, ed in particolare il suo Presidente, fecero immediatamente capire verso chi andavano le loro preferenze culturali ed ideologiche: non a noi. I nostri insegnanti, ed in particolare il membro di Commissione interno, capirono subito che aria tirava, ed erano seriamente preoccupati.

Ma questo saremmo venuti a saperlo solo successivamente. Al momento, nessuno volevo darci ulteriori preoccupazioni, vista la nostra normalissima agitazione da “notte prima degli esami”. E proprio la sera precedente l’inizio, seduti a tavola come in un consiglio di amministrazione, affrontammo la questione con i miei genitori, ansiosissimi.

“Parliamoci chiaro” esordii “il primo scritto è Greco, ed ho sempre avuto voti bassissimi: questa prova è praticamente persa” Mi sembrava di essere Napoleone che pianificava l’attacco definitivo con le sue truppe “Per quanto riguarda Italiano, però, non mi preoccupo minimamente, è ovvio” In tutta la mia vita infatti, come credo di aver scritto precedentemente, non avevo mai preso un voto inferiore al 7 in questa materia, la mia preferita, e di fatto potevo tranquillamente definirmi “brillante” al riguardo. “Visto che sarà anche quello che porterò all’orale, insieme con Filosofia, non arriverò certamente al massimo punteggio, ma credo che me la potrò cavare bene”. I miei genitori assentirono: LORO FIGLIO, cioè il sottoscritto, NON POTEVA fallire, perché LORO FIGLIO, sempre io, era TROPPO INTELLIGENTE per avere una prova deludente.

Alla prima prova scritta, Greco appunto, scoprimmo che il professore che avrebbe corretto i nostri lavori era non vedente ed avrebbe trascritto in braille tutti i lavori tramite una macchina apposita. La cosa lì per lì mi fece sorridere: se già le mie traduzioni erano penose di per sé, chissà cosa sarebbe venuto fuori da una simile trasposizione! Affrontai, quindi, la prima giornata con una certa sollevata rassegnazione: non puntavo affatto su un buon risultato, quindi mi impegnai sì, ma senza nemmeno preoccuparmi troppo. Quando terminai, mi guardai in giro: insieme con l’altro Istituto, eravamo in totale 83 cristiani, e vidi 82 teste chine sui fogli, le biro che scrivevano forsennatamente, ma soprattutto i vocabolari che sembravano voler prendere il volo, da quanto venivano sfogliati. Mi sentii un po’ in imbarazzo: che figura avrei fatto a consegnare per primo se poi il risultato sarebbe stato così deludente? La Commissione poteva pensare che avevo preso il tutto un po’ troppo sottogamba… Al diavolo: non avevo voglia di stare lì a leggere e rileggere quello che avevo scritto, tanto non lo avrei cambiato comunque. Mi alzai, con una certa sfrontatezza, e di fronte agli sguardi stralunati dei miei compagni, che ben conoscevano le mie capacità di traduttore, consegnai il mio lavoro. Andata.

Il giorno dopo, prova di Italiano. Se per il Greco ero stato sorprendentemente più sollevato di quello che pensassi, sapendo già come sarebbe andata a finire, per questa proprio non mi preoccupavo. Il Commissario, con un forte accento siciliano, ci lesse le tracce, ed io decisi, pur sapendo che era un po’ rischioso, di buttarmi su quella di carattere generale. Sapevo che era di solito la meno apprezzata, perché le altre permettevano di dare una valutazione non solo sull’esposizione, ma anche sulla cultura dei candidati, ma proprio per quello le evitai: volevo evidenziare la mia conoscenza della lingua, dei termini ed il mio stile di scrittura, perché risaltasse quanto amassi e maneggiassi la nostra lingua. Questa volta non consegnai per primo, anzi: mi presi tutto il tempo per rimaneggiare, limare, impreziosire il testo, che alla fine fu di oltre sei pagine. Mi alzai abbastanza stanco, certamente più del giorno prima, ma anche molto più soddisfatto.

Il primo dei due Istituti che avrebbe affrontato le prove orali sarebbe stato l’Alfieri: avevamo diversi giorni, quindi, prima che arrivasse il nostro turno. Il nostro membro di Commissione interno ne approfittò per aggiornarci un po’ sulla situazione e darci qualche consiglio. “Su 83 persone, solo 5 hanno avuto la sufficienza nella prova scritta di Greco” ci disse un pomeriggio, mentre passeggiavamo sotto il colonnato del cortile. Ora, io sapevo di essere già perso in partenza, ma il dato era comunque quello di una vera e propria ecatombe: il nostro scoramento era assoluto. “Ma anche la prova di Italiano potrebbe riservare delle sorprese” Sbaglio, o nel dirlo aveva guardato me? “Quindi, vi consiglio di prepararvi al meglio, e magari di andare ad assistere agli orali dell’altro Istituto, in modo da capire qual è il metodo di interrogazione e le cose su cui vogliono puntare”. Ce ne andammo senza sapere cosa pensare. Tutte le nostre previsioni sembravano essere saltate come fuochi d’artificio. Decidemmo di trovarci il primo giorno delle prove orali per capire come si sarebbero messe le cose.

“E mi sa dire, signorina, in che data avvenne tutto questo?” Il barbuto Presidente di Commissione stava interrogando personalmente una maturanda dell’Alfieri (ebbene sì, noi eravamo un Liceo solo maschile, ma le ragazze esistevano, e pure loro si sottoponevano agli esami di Maturità!) “Beh, no… Ihihihihihihih… Ma non ci si può mica ricordare tutto, no?… Ihihihihihihih…” (GIURO che non sto inventando). “Eheheheheheh… Certo che no, signorina. Vada, vada pure, grazie” Era una mia impressione o le aveva fatto l’occhiolino? A giudicare dalle facce alcune basite, altre sconcertate, qualcuna divertita dei miei compagni no, non era una mia impressione. Ascoltammo qualche altro candidato, e sinceramente l’impressione che ne avemmo fu di una preparazione a dir poco approssimativa. Ora, come avrete letto nei post precedenti, io non sono affatto tenero nei confronti di Valsalice, dei suoi insegnanti e dei loro metodi; ma una cosa era certa: il nostro livello di studio era ottimo, ed in particolare alcuni miei compagni erano davvero bravi. Quelli dell’Alfieri ce li saremmo mangiati in insalata, e la Commissione non avrebbe potuto che prenderne atto. Mi sentivo molto più tranquillo.

Fui uno degli ultimi a passare, a causa del sorteggio dell’iniziale del cognome da cui iniziare che non mi aveva favorito. Era una calda mattinata di luglio, ed io mi presentai con la mia giacca, ma concedendomi il primo bottone della camicia sbottonato, lasciando a casa la cravatta. Prima di iniziare, il professore di Greco dava la propria valutazione sul compito scritto, evidenziando gli errori commessi. Mi preparai e sorrisi tra me e me.

“Bene, la sua prova è sufficiente” Calò un silenzio di tomba. Il sangue mi salì alla testa e sentii che stavo diventando paonazzo (tanto lui era non vedente e non poteva accorgersi dell’effetto delle sue parole). Mi sembrò di vedere, come avessi avuto gli occhi sulla nuca, i compagni che erano venuti ad assistere, anche se ormai per loro gli esami erano finiti, allibire e agitarsi. Improvvisamente tutto era praticamente finito, e quel pomeriggio sarei potuto tornare a casa dai miei genitori a dire loro che sì, LORO FIGLIO era DAVVERO intelligente!

“Invece abbiamo ritenuto la prova di Italiano IN-SUF-FI-CIIIIIII-ENTE”. Il pesante accento siciliano mi rimbombava improvvisamente nelle orecchie, che cominciarono a ronzare. Come prima avevo sentito il sangue schizzare alla testa, adesso improvvisamente mi sembrò che tutto cominciasse a girare e per un attimo pensai che sarei svenuto. “Sì sì, tranquillo! Non proprio insufficiente! Cinque e mezzo, cinque al sei!” La mano del mio membro interno, seduto irritualmente di fianco a me, si strinse sul mio braccio, e mi riportò alla realtà. Ero senza parole, ed il mio esame doveva ancora iniziare. E dovevo farlo proprio con quell’incompetente, quell’individuo che aveva osato dare a me, A M-E!, la prima insufficienza di Italiano in tutta la mia carriera scolastica, dall’asilo fino a quel momento! Gli avrei dimostrato con chi aveva a che fare.

“Che poesia ci PRE-SIIIIIIIIIIII-ENTA?” (Razza di imbecille che non sa nemmeno parlare) “A Silvia, di Leopardi” (Te la faccio pagare, brutto stronzo) “Cominci, la DE-CLA-MI” (A quelli dell’Alfieri le avevi fatte leggere, però. Pensi che non me la ricordi, idiota?) Non solo comincia a recitarla, ma la interpretai, la recitai come un attore consumato, alzando ed abbassando il tono di voce, inasprendolo ed addolcendolo a seconda dei versi, come dovessi tessere un incantesimo che trasformasse quel cinque in un dieci e lode. Mi fermò a metà, ed io lo guardai con un odio palese. Se ne accorse, eccome se se ne accorse, e lo ricambiò. Ma interruppe anche l’interrogazione, e mi fece quindi passare alla professoressa di Filosofia. Da quanto ci aveva detto il nostro membro interno, lei era la più ben disposta nei nostri confronti, e non si accanì ulteriormente con me: dopo cinque minuti avevo finito, ero uscito, non mi ero fermato a parlare con nessuno, quasi scappando via, con le lacrime di nervoso e di rabbia che mi scendevano dagli occhi senza che potessi fare niente per fermarle. L’unica cosa che volevo era finire con quell’incubo e vedere a quale risultato mi avrebbe portato. Ma dovevo aspettare una settimana per saperlo.


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Le Baccanti

Un ultimo, importante impegno mi/ci separava dagli esami di fine anno: la festa di Maria Ausiliatrice, il 24 maggio. In ordine di importanza, in tutto l’anno, era certamente il principale, perché coinvolgeva non solo noi della comunità vocazionale ed il mondo salesiano, ma l’intera città. A Torino, infatti, il mondo maschile si divide, per lo più, in torinisti e juventini (poi ci sono i gay come me, una gran fetta devo dire, a cui presumibilmente del calcio l’unica cosa che interessa sono i calciatori e poi ancora, ma questo è un altro discorso); il mondo femminile, invece, perlomeno quello legato ad una certa religiosità e non necessariamente, anche se verrebbe da pensarlo, agée, si divide in fans della Madonna Consolata e della Madonna Ausiliatrice, appunto.

“Come”, si dirà, “non sono la stessa cosa, la medesima Madonna?” La fate facile. Infatti, se il Dio cristiano è Uno e Trino, Maria, che è pur sempre una donna, si è moltiplicata, e come alcune esponenti del genere femminile collezionano scarpe o vestiti, lei colleziona appellativi. Sono infiniti, spesso legati a delle caratteristiche (Ausiliatrice, cioè “colei che aiuta”, è una di queste) o a luoghi specifici (la Madonna di Lourdes, per esempio, rientra in questa seconda categoria); ed ognuno di essi, normalmente, ha accanite fans, pronte a difendere con le unghie e con i denti l’assoluto primato della “LORO” Madonna rispetto alle altre. Torino, appunto, ne ha addirittura due, ognuna con la sua festa cittadina e la propria processione.

MARIA AUSILIATRICE2Si può quindi immaginare come fosse un momento importante per noi giovani aspiranti salesiani, anche se il nostro ruolo, diversamente dalla festa di s. Giovanni Bosco (vedi post “Baby, I’m a Star!”), non era di veri e propri protagonisti, ma piuttosto di supporter alle varie iniziative. Tra queste, le due principali, perché culmine di tutto un mese di preparazione, erano la veglia di preghiera notturna e la succitata processione. Fulcro di entrambe era la statua della Vergine, a cui prima venivano elevate preghiere durante la notte e poi portata in pompa magna la sera successiva. Parlo al passato perché quella fu l’unica volta che vissi di persona questo tipo di esperienza, quindi non posso essere certo che le cose si svolgano ancora così, anche se ne non ho motivo di dubitarne.

A noi più “vecchi” toccava l’onere/onore di stare accanto alla famosa statua, circondata da alcune transenne protettive, durante parte della veglia notturna. “Vedrai”, mi dicevano, gli occhi brillanti di eccitazione, i miei compagni che avevano già vissuto questa esperienza gli anni precedenti “è bellissimo, molto toccante!”. Essendo il primo anno che vi prendevo parte, non capivo bene il perché di quella nostra presenza, ma il mio interrogativo durò pochissimo, il tempo di entrare in chiesa e prendere posizione.

La statua era letteralmente assediata, circondata da donne di tutti i tipi, le estrazioni sociali (almeno a vederle) e le età, che incuranti delle preghiere che dal pulpito un qualche celebrante invitava a recitare, si sbracciavano, spingendosi fino all’inverosimile, cerando di far toccare al simulacro della Vergine gli oggetti più diversi, ma soprattutto immaginette della stessa Ausiliatrice. Eravamo noi, officianti di quel rito a metà strada tra superstizione atavica ed ingenua religiosità popolare, a svolgere da filtro osmotico, girando su noi stessi senza soluzione di continuità, come dervisci impazziti, al ritmo di mano-immaginetta-statua-mano-mano-rosario-statua-mano e via di seguito, incessantemente, un oceano di braccia sbracciate verso di noi e bocche aperte in una litania continua ed incomprensibile. Mi sentivo il sangue salire alla testa, e come in un baccanale moderno fui preso anch’io da una frenesia eccitata, sentendomi sacerdote di un rito che non riguardava più l’Ausiliatrice, ma si rifaceva a qualcosa di ben più primordiale, istintivo.

“Basta, ragazzi, è ora che veniate via, è molto tardi e domani sarà una giornata impegnativa”. D. Gianni era improvvisamente comparso accanto a noi, superando non so come quell’oceano implorante. “No, non possiamo smettere, chi continuerà senza di noi???” mi sentii dire affannato, eccitato, come se fosse qualcun altro a parlare e non io, di solito così distaccato, così razionale. “Non vi preoccupate, ci pensiamo noi”. E, non ricordo proprio in che modo, ci ritrovammo in camerata, il sangue ancora pulsante e caldo, ma con la testa ormai svuotata, con quella sensazione di sbornia da smaltire. Mi svegliai dopo poche ore di sonno (in effetti, eravamo andati via verso le 2 del mattino) e pensai che non avrei mai più voluto vivere una cosa del genere: non mi riconoscevo in quel tipo di religiosità, e l’essermene lasciato trascinare, perdendo il controllo di cui ero sempre andato molto fiero (e che avevo sempre usato come un’armatura il più impenetrabile possibile) mi infastidiva e quasi me ne vergognavo davanti a me stesso. In effetti, il mio modo di vivere la spiritualità da lì in poi sarebbe stato molto diverso, ma in quel momento l’unica cosa impellente che mi si presentava da affrontare era l’esame di maturità: tutto il resto, le mie decisioni, confusioni, interrogativi, doveva aspettare ed essere affrontato un’altra volta.


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Ne resterà soltanto uno

Le settimane correvano veloci verso la fine dell’anno scolastico, quindi verso il mio esame di  maturità, quindi verso una decisione definitiva che doveva essere presa: noviziato salesiano o no? Continuare il percorso che avevo difeso con le unghie e con i denti o cambiare? E, in questo caso, indirizzarmi verso i cappuccini o meno?

Quello che era stato il mio primo colloquio con p. Luca, a cui ovviamente erano seguiti molti altri a scadenza praticamente settimanale, era stato decisamente accantonato dal mio conscio: era EVIDENTE che si era trattato di un suo modo di mettermi alla prova e che io l’avevo BRILLANTEMENTE superato, insistendo nel continuare a frequentarlo e dimostrandogli che la mia vocazione religiosa era vera, chiara e salda! Solo, non ero ancora sicuro di quale indirizzo dovessi seguire…

Soprattutto, dopo che i miei genitori, volenti o nolenti, avevano cominciato a considerare come ineluttabile il mio ingresso in noviziato, l’idea di dover ricominciare da capo, convincendoli a questo punto a farmi frequentare UN’ALTRA comunità, quella francescana, che per di più non si trovava nemmeno a Torino, mi spaventava non poco. Infatti, l’aver vissuto tra i salesiani per un anno non serviva a nulla, qualora avessi voluto entrare in un Ordine religioso diverso, ed avrei quindi dovuto rifare tutta la trafila: un altro anno minimo di comunità, questa volta tra i cappuccini, a cui sarebbe succeduto, se tutto fosse andato bene, il noviziato. Con l’aggravante, appunto, che l’equivalente di quello che avevo fatto a Valdocco con i salesiani, per i cappuccini si trovava in un paese distante una quarantina di chilometri da Torino, che diventavano un’ottantina rispetto a dove risiedevano i miei, con tutte le complicazioni del caso. Insomma, avevo le idee più confuse che mai.

In quel periodo il nostro formatore, Piero, stava per prendere i voti definiti. Mettetevi comod*, che questa volta una spiegazione è d’obbligo: i tre voti sono povertà (che non ha bisogno di spiegazioni), castità (nemmeno) ed obbedienza (al proprio superiore). Solo i religiosi si impegnano a viverli, perché si tratta di una scelta. Diverso, invece, per i sacerdoti, che non prendono i voti, ma fanno delle “promesse”: di celibato (che è un po’ diverso dalla castità…) e di obbedienza (al proprio vescovo). Non si parla di povertà perché, mentre i religiosi vivono in comunità e sono da questa economicamente supportati (e dipendenti), i sacerdoti in un certo qual senso devono “badare a loro stessi”, e quindi hanno necessità di gestire il denaro in modo autonomo. Ora, i voti, proprio perché sono una scelta e non una imposizione (come invece le promesse dei sacerdoti, a cui la Chiesa in sostanza dice: “Se vuoi essere un mio ministro, ti obbligo a sottostare a queste regole”), non sono subito definitivi: è obbligatorio per Diritto Canonico prendere i voti per un periodo temporaneo, non inferiore a tre anni e non superiore a sei (che possono, in casi particolari, arrivare fino ad un massimo di nove). Si ha, quindi, il tempo di tornare sui propri passi, qualora ci si renda conto che si è presa proprio una bella cantonata. Altrimenti, terminato questo periodo, si prendono quelli che dovrebbero essere voti definitivi, per la vita (parola-chiave: dovrebbero… come si vedrà molto più avanti). Fine delle spiegazioni, molto veloci (ma non illudetevi, che probabilmente ci torneremo sopra)

Ora, Piero era arrivato a quest’ultima fase, che per un religioso è l’equivalente di un matrimonio per una coppia, con tutto quel che ne consegue: feste, balli, canti, frizzi e lazzi annessi (ma senza festa di addio al celibato/nubilato): insomma, si invitano parenti, amici, conoscenti, c’è una celebrazione importante in chiesa, a cui segue l’immancabile momento mangia-e-bevi (abbondantemente). Tutta la comunità, quindi, fu coinvolta nella preparazione di questo evento, ed un ruolo più di primo piano lo avemmo noi tre prenovizi. Al culmine del rito, una volta fatta la promessa definitiva, Piero, in un santuario di Maria Ausiliatrice gremito di gente, disse: “A settembre altri tre ragazzi entreranno in noviziato per prendere i voti come io ho fatto oggi. Vi chiedo di pregare per loro e di accompagnarli in questo cammino” Luci, motore, azione: partimmo con un canto, Pippo, PierD. e lo stesso Piero a suonare, io a cantare, folla in silenzio, commozione a gogò.

Ma i tre, poche settimane dopo, scesero a due: Pippo comunicò, a d. Asti prima e a noi tutti immediatamente dopo, di aver deciso di interrompere il percorso vocazionale e che non sarebbe più entrato in noviziato a settembre. Restavamo PierD. ed io. Ora, che un prenovizio decida pochi mesi prima di non entrare più in noviziato è un fatto oltre che abbastanza raro a verificarsi, anche molto deprimente per tutti, responsabili della comunità in primis. Ovvio, quindi, che le aspettative e le pressioni su noi due superstiti aumentassero ulteriormente.

Poco prima dell’arrivo degli esami di fine anno scolastico, ci fu un incontro tra tutti coloro che sarebbero entrati in noviziato a settembre. Sì, perché mica eravamo solo noi tre (anzi, noi due): il noviziato era unico per tutta Italia, quindi ci saremmo ritrovati con persone che fino a quel momento non avevamo mai visto ne’ conosciuto, provenienti da ogni regione. Ma eravamo noi quelli che arrivavano da Valdocco, la culla, il luogo di nascita della Congregazione Salesiana, dove d. Bosco, il nostro fondatore, aveva vissuto, operato ed iniziato la sua opera! Quindi, venivamo guardati con una certa invidia ed ammirazione dagli altri, perché da sempre la nostra comunità era ritenuta la prima inter pares. Ancora pressioni ed aspettative.

Ed ancora un caduto: anche PierD., a pochi giorni dall’inizio degli esami, comunicò ad un ormai attonito e terrorizzato d. Asti che nemmeno lui sarebbe entrato in noviziato a settembre. Ne resterà soltanto uno (cit.), e quell’uno ero io: come potevo, a questo punto, tirarmi indietro? Come potevo deludere le aspettative dell’intera comunità vocazionale? Senza contare che, in fondo in fondo, l’idea un po’ non mi dispiaceva: sarei stato l’unico superstite di Valdocco, un punto di riferimento per tutto il noviziato, accolto, una volta terminato l’anno, con tutti gli onori del caso quando fossi tornato. Ero sempre più frastornato e sballottato dagli eventi e dai miei stati d’animo. Ma gli esami erano ormai alle porte e tutto il resto doveva necessariamente passare in secondo piano.

E quindi sarà raccontato un’altra volta.


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Se qualcosa si muove in mezzo alle gambe…

Monte.Cappuccini-800Circa una volta al mese tenevamo un “ritiro spirituale”: in pratica si dedicava una mattinata (perché togliere spazio un giorno intero ai vari impegni era chiedere troppo…) ad ascoltare una conferenzina/discorso/predica/chiamatelo-come-volete più o meno edificante su argomenti i più svariati (il pensiero di d. Bosco, un tema evangelico, un momento specifico dell’anno liturgico…), pensarci sopra in silenzio individualmente per un’oretta (che in realtà di solito veniva trascorsa parlottando tra noi a gruppetti come cospiratori) e chiudendo il tutto con la celebrazione della Messa. Il più delle volte restavamo a Valdocco ed il tutto, conferenzina compresa, era gestito direttamente da d. Gianni; ma vista la nostra sempre più evidente insofferenza nei suoi confronti (ed anche le sue decisamente scarse capacità di oratore, eccezionale invece come sonnifero), quella volta si decise di andare fuori-ma-non-troppo (sempre per non perdere troppo tempo) e lasciare tutta la gestione in mano ad un “esterno”. La scelta cadde, guarda un po’ il caso, sul Monte dei Cappuccini come luogo e sul responsabile della comunità di frati che vi abitava, p. Luca, come relatore.

Per chi non è di Torino e non ci è mai venuto (VERGOGNA!), il Monte dei Cappuccini è uno dei simboli della nostra città: il 90% delle foto panoramiche di Torino che in genere si vedono, vengono scattate dal piazzale antistante il santuario (il rimanente 10% di solito dalla Mole), che si alza immediatamente al di là del Po, in quella che viene comunemente chiamata “la collina torinese” (sede delle abitazioni dei Paperoni locali). Come evidente dal nome, vi abita di una comunità di frati cappuccini (nonostante l’edificio sia di proprietà del Comune, oggi Città Metropolitana, e monumento nazionale), che per chi non lo sapesse sono il terzo ed ultimo, storicamente parlando, Ordine Francescano. Per questa volta non vi ammorberò  con la storia del Francescanesimo, tanto vi toccherà in uno dei prossimi post… Per quanto riguarda, invece, il Monte, potete fare riferimento al seguente link:

https://it.wikipedia.org/wiki/Monte_dei_Cappuccini

Il suddetto ritiro spirituale si svolse PRIMA degli eventi raccontati nel post precedente. Ma già in quell’occasione l’atmosfera che si respirava, la sacralità e la storicità del luogo, l’allure complessiva avevano fatto una notevole impressione su di me. Così come notevole impressione avevo ricevuto anche dal suddetto predicatore nonché superiore della comunità, p. Luca, bravissimo nel tenere desta la nostra attenzione e che mi aveva dato idea di essere persona simpatica, oltre che preparata. Potete quindi immaginare la mia sorpresa ed il mio entusiasmo quando Marco L. mi disse: “Sai, è da un po’ che frequento il Monte (da qui in poi lo indicherò così) e vado a parlare con p. Luca, se vuoi una delle prossime volte puoi venire con me”. SE volevo? Era esattamente QUELLO che volevo! Il mio desiderio di incontrare qualcuno che mi aiutasse ad conoscere di più s. Francesco e la sua spiritualità era magicamente esaudito, ed oltretutto grazie a Marco L., con cui, con questa scusa, avrei potuto passare ANCORA più tempo (come se già non ne trascorressimo abbastanza…) e conoscendo quel frate che mi era tanto piaciuto!

Al Monte si arriva necessariamente a piedi, nel senso che il tratto dalla riva del Po fino al santuario, tutto in salita, non è servito da mezzi pubblici; ci si può arrivare in auto, ma ovviamente noi non l’avevamo, quindi… Ma a me andava benissimo così: salire con Marco L., in un tratto che, pur essendo ancora piena città, è anche molto verde e per certi aspetti molto romantico (non a caso, specie la sera, il Monte è luogo di ritrovo di coppiette, fricchettoni, ed altra varia umanità), era qualcosa di meraviglioso, e già mi vedevo con lui, uniti per l’eternità dalla medesima passione, puramente spirituale s’intende (…!), condividere saio e cella (così come viene chiamata la stanza personale di frati e monaci N.d.R.) come i primi compagni di Francesco d’Assisi. P. Luca ci aspettava perché, ovviamente, ci si dava appuntamento di volta in volta (so che per chi non è molto pratico di ambienti ecclesiastici può sembrare strano, ma non è che frati e religiosi in genere se ne stiano tutto il giorno in casa a non fare altro che aspettare gente che gli vada a parlare…).

“Ciao, Luca” (ah, sono già al “tu” sti due?), “questo è Andrea, di cui ti ho parlato. Anche lui è in crisi” (beh, in crisi, insomma… non è che volessi essere presentato proprio come un povero disgraziato che non sa più che pesci pigliare… grazie, Marco) “e voleva parlare un po’ con te”. “Bene, vieni pure, così mi racconti un po’ di te” (certo che sto p. Luca ha pure una bella voce, profonda ma non troppo…). “Allora io vado e vi lascio soli così parlate tranquilli” (COME TU VAI???). “Ok, ciao Marco, ci sentiamo la prossima settimana”. Bene, mi trovavo da solo con uno praticamente sconosciuto che avevo visto una sola volta nella vita a dover parlare dei fatti miei mentre Marco se n’era tranquillamente andato. Beh, avrei fatto in fretta, mi sentivo decisamente in imbarazzo.

Infatti: trascorsi lì circa tre ore. E parlavo, parlavo, parlavo. Del mio essere adottato, del mio sentirmi perennemente solo, del mio desiderio vacazionale avuto fin da bambino, degli ostacoli posti dai miei genitori, della disillusione vissuta in comunità vocazionale, delle mie amicizie soprattutto con Marco M. e Marco L.. Parlai di tutto… e rivelai anche oltre le parole, anche oltre ciò di cui ero consapevole.

“Bene” disse alla fine di un quasi monologo p. Luca, che mi aveva interrotto solo per fare qualche domanda qua e là, “adesso devi dirmi cosa vuoi fare”. “Beh, vorrei capire se la spiritualità francescana può…” “No, guarda, dobbiamo essere chiari: se quando mi dai la mano per salutarmi e mentre mi parli senti qualcosa che si muove in mezzo alle gambe, quello non è ricerca di spiritualità, è un’altra cosa!” Mi guardava serissimo.

Rimasi senza fiato. Ma cosa stava dicendo? Ma mi aveva ascoltato? Di che stava parlando? Ero confuso ed anche abbastanza offeso: nessuno si era mai permesso di parlarmi in quel modo! Evidentemente avevo sbagliato tutto, non era la persona che faceva al caso mio.

“Quindi, che vuoi fare?” “Magari potremmo vederci la prossima settimana…?” (ma come avevo potuto chiedere una cosa del genere dopo quello che mi aveva detto?) “Va bene, pensaci su e la prossima volta ne riparliamo”.

Ridiscesi dal Monte confuso, frastornato ed ancora più destabilizzato di quando ero arrivato, ormai quasi quattro ore prima. Il mio futuro e le mie decisioni mi sembravano sempre più incerti; ma ero anche deciso a non permettere a nessuno di mettere in discussione la mia serietà e la volontà che mi avevano fatto arrivare fino a quel punto, contro tutto e contro tutti. Non potevo accettare di essere qualcosa di diverso da ciò che mi ero programmato fin dall’infanzia. E lo avrei dimostrato.

Naturalmente, un’altra volta.

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