Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Amarcord: Gira e spera, Spera e gira, Quel che vuoi si avvererà

Fermo immagine: un pomeriggio qualunque di un giorno qualunque, nel cortile di casa. Ho 10 anni e frequento la quinta elementare (vedi post “C’è tutto un mondo intorno”). La camere delle suore da cui vado a scuola si affacciano proprio su casa mia, e vedo la mia maestra ogni tanto affacciarsi alla finestra.

Ho un lungo straccio nero attaccato al collo, che mi ricade sulle spalle come un mantello, tenuto fermo da una spilla da balia; in mano una specie di bastoncino di legno; i pantaloncini e le pantofoline ai piedi, giro su me stesso come una piccola trottola, mentre il cane, Boby, saltella ed abbaia felice. La maestra, dalla sua camera, mi guarda, un attimo, poi scompare.

Cambio scena: giorno successivo, scuola. Durante un intervallo, la maestra mi prende da parte (era molto brava, si chiamava suor Attilia, sorrideva sempre, le piaceva farci cantare e ci aveva insegnato a memoria l’Inno d’Italia, cosa per cui la ringrazierò tutta la vita) e mi dice: “Ti ho visto ieri, in cortile, da solo… Mi hai fatto tanta pena…” e mi carezza la guancia, con un sorriso un po’ mesto.

Nuovo flash: la sera, casa. Mia madre sta preparando la cena, mio padre, come sempre, deve ancora rientrare dal lavoro. Le racconto quello che mi ha detto la maestra. Mia madre si ferma, si gira come una furia, con gli occhi infuocati e “Come si permette di dire che mio figlio le fa pena??? Le fa pena per cosa, poi??? Pensa che siamo cattivi genitori??? Pensa che non sono capace di badare a mio figlio??? DOMANI VADO DALLA DIRETTRICE!”.

Come sempre accade tra adulti e bambini, nessuno aveva capito niente. Suor Attilia aveva visto un bimbo solo, giocare senza nessuno, con uno straccio legato attorno al collo. Mia madre aveva visto la sua stessa esistenza, quella di genitrice, criticata e messa in discussione.

Ma in realtà io ero un grande e potente mago, che con la sua bacchetta magica ed il suo mantello incantato sfidava il possente drago che stava per divorare il mondo! Così come altre volte diventavo il Principe del Paese dell’Arcobaleno,  che distribuiva felicità a tutti coloro che soffrivano per le ingiustizie della vita; oppure il signore della Terra dei Fiori, il cui potere nascosto teneva in vita il pianeta; il coraggioso pilota di un enorme robot, che salvava il mondo dall’invasione dei cattivi; un affascinante ladro, che rubava ai poveri per dare ai ricchi; un cantante dalla voce fatata, una bambola che prendeva vita, un, un, un…

Poi la vita è trascorsa. Il mantello è diventato prima un saio, poi una giacca con cravatta, poi la cuffia di un servizio clienti, poi il giubbotto che mi accompagna sui treni che prendo. E la bacchetta magica si è trasformata in un rosario, una 24 ore, uno zaino, una serie di testi contrattuali che sono il mio pane quotidiano. Ma da qualche parte quel bambino è ancora lì, a girare su se stesso come un trottola, convinto di salvare il suo piccolo mondo, o almeno di poterlo rendere un po’ migliore di quello che è. Lo proteggo e lo nascondo, perché non voglio che venga ancora frainteso. E finché crederà che si può ancora fare qualche magia, probabilmente ci riuscirà.

Auguri per i tuoi 48 anni, ragazzino. Non stancarti di girare.

 


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Annus horribilis – Parte prima

La decisione che avevo preso non era stata indolore ne’ priva di conseguenze. Ero semplicemente sconvolto: cosa dovevo fare? Che direzione intendevo dare alla mia vita? Ero abbastanza certo di voler entrare a far parte dell’Ordine dei Frati Cappuccini, ma non era una cosa immediata, ci sarebbe voluto almeno un anno prima che questo potesse realizzarsi: e nel frattempo?

Arrivavo da una Maturità che definire deludente è un eufemismo, da un anno di vita sia scolastico che in comunità vocazionale assolutamente pesanti, dal vedere infranto quello che pensavo fosse il mio progetto di vita da sempre. Volevo una scossa forte, poter fare qualcosa che non avevo mai fatto prima, staccare completamente con il mio essere precedente e dare un taglio differente alle mie giornate. Mi sarei cercato un lavoro! Intendiamoci: non volevo certo rinunciare agli studi universitari, qualora non fossi entrato in convento (ed ormai non ero più certo di nulla), ma l’idea di rimettermi immediatamente a studiare dopo l’esperienza traumatica di Valsalice mi dava semplicemente la nausea ed un senso di rifiuto assoluto. Inoltre, mi rendevo conto di non sapere praticamente niente della vita, di essere sempre dipeso dai miei genitori, e sentivo l’esigenza di capire cosa volesse dire avere un lavoro con i suoi ritmi e le sue esigenze, e cosa significasse guadagnarsi uno stipendio. Non intendevo, quindi, cercare una sistemazione definitiva, ma un qualcosa di passaggio, tipo commesso o cameriere, che quindi potesse essere interrotto velocemente e senza conseguenze qualora la mia strada fosse andata verso l’Ordine Cappuccino o gli studi universitari.

“Domani andrai a Torino ad iscriverti all’Università”. Quella sera a cena rimasi ghiacciato. “No, io non voglio andare all’Università, non me la sento di ricominciare subito gli studi, mi fermo per un po’ poi ricomincio, devo staccare con la testa”. “Non dire sciocchezze! Tu non farai niente che non decida io! Sei a casa mia e finché starai sotto questo tetto farai quello che dico IO! TU farai l’Università e ti iscriverai a Giurisprudenza!” Il tono di mio padre era via via salito fino ad arrivare alla fase, che ben conoscevo, che non ammetteva nessuna possibilità di replica. E mia madre, che di solito in quei casi giocava il ruolo di intermediaria, rimase immobile, lo sguardo freddo chino sul cibo, continuando a mangiare come se nulla fosse. Era evidente che il mio destino era stato deciso congiuntamente, visto che l’idea del figlio avvocato era, come già ho accennato in precedenza, un chiodo fisso materno. Mi sentii soffocare. Se Università doveva essere, almeno che fosse Lettere o Filosofia, le mie due amate materie umanistiche. “Non dire scempiaggini” ribatte sprezzante mio padre quando provai almeno quel compromesso. “Sono materie inutili che non ti daranno da mangiare. Ho detto Giurisprudenza, e non si discute!”.

Smisi di mangiare, con stizza, ma non riuscii a replicare. Salii in camera e lasciai che il blocco che si era formato in gola si sciogliesse con tutta la rabbia che avevo in corpo, ma sentendomi del tutto impotente, e quasi violentato. Sapevo che continuare ora sarebbe stata una battaglia persa in partenza, ed aspettavo di poter giocare le mie carte, ben poche peraltro, in un altro momento. Ma non sapevo che quello era solo l’inizio di un crescendo che avrebbe cambiato per sempre i rapporti tra me e la mia famiglia.


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Un mistero è l’uomo e il suo cuore un abisso

Stavo finalmente per coronare il mio sogno, entrando nella comunità vocazionale di Valdocco. Ma una delle domande che mi sono più sentito porre da sempre, ogniqualvolta parlo dei miei trascorsi come religioso, è “Come ti è venuta la vocazione?” (e la seconda che segue immediatamente a ruota è “E perché hai deciso di uscire?”…). Di solito, questo interrogativo, che a leggerlo sembra un po’ banale, è formulato con tonalità di voce diverse, del tipo: “Ma come cavolo ti è saltato in mente?”; oppure: “Dai, volevi giocare ad incularella in convento, eh? Tutti maschi!”; o ancora: “Poveretto, ti è capitata sta brutta cosa in un momento della tua vita; ma ne sei uscito, per fortuna”; ma anche: “Un po’ ti invidio…”.

Ho pensato molto a lungo se scrivere questo posto, quindi, perché tratterò di cose intime, che se già possono essere fraintese quando se ne parla, e la parola è mediata dal tono della voce, l’espressione degli occhi, il gesticolare, ci può essere un contraditorio che aiuti a chiarire, figurarsi quando tutto questo non c’è e la parola è solo scritta, e quindi filtrata dalle esperienze e convinzioni personali di chi legge, fraintendibile. Ma ho deciso fosse giusto trattare anche questo aspetto, quindi… partiamo!

Scena uno. Ho circa 4 anni, e sto servendo messa, inizio la mia carriera da chierichetto. Una carriera fulgida, che mi darà, e darà soprattutto a mio padre che tanto ci teneva, grandi soddisfazioni; in un paese come quello dove sono cresciuto, c’erano alcuni piccoli status symbol, e il servire messa, piuttosto che leggere le Sacre Scritture, era uno di quelli: venivi guardato con tenerezzaammirazioneinvidiacuriosità, specie se eri un bambino che continuava a ripetere di voler intraprendere la carriera ecclesiastica, e la mia famiglia di tutto questo si beava, esibendomi con falsa modestia, come fossi una specie di genio precoce della religiosità paesana.

Sto servendo messa, dicevamo, ma ovviamente non capisco granché di quello che si celebra sull’altare e, soprattutto, non capisco un granché di quella Entità sovrannaturale che tutti chiamano “Dio” ma che nessuno mi sa spiegare molto bene cosa sia e come funzioni. Pareva che se eri buono ti ricompensasse, ma neanche sempre, solo a sua discrezione, per non farti montare la testa, e se eri cattivo ti punisse, ma anche questo con poca regolarità, un po’ tipo corrente alternata. O, almeno, questo era ciò che mi dicevano tutt*, ma che mi convinceva molto poco. Avevo notato, infatti, che appena entravo un po’ nel merito (“Ma come fa Dio a sapere tutto quello che faccio? Ma dove vive Dio? Ma se ci vuole bene, perché ci sono tante persone cattive? E perché le persone cattive non vengono punite?”) arrivavano risposte vaghe, MOLTO vaghe, che mi facevano pensare che di sto Dio quell* a cui chiedevo ne sapessero quanto me, se non di meno.

Decido di andare direttamente alla fonte. Se è vero che Dio vedesentecapisce tutto di tutt*, allora DEVE ascoltarmi (la logica dei bambini di 4 anni è assolutamente ineccepibile), per cui comincio a dirgli, tra me e me, una cosa del tipo: “Ciao Dio. Senti, io non è che capisco molto di te, perché non ti vedo e non ti sento. Però mi piacerebbe che fossimo amici. Perciò se ti va di farti sentire, fammelo sapere.”

Questa richiesta va avanti per diverso tempo, praticamente ogni volta che servo messa (quindi TUTTI-I-GIORNI!), e dev’essere stato abbastanza seccante sentirsela ripetere quotidianamente, per cui, quel giorno in particolare, mentre mi avvicino al tabernacolo per prendere la pisside con le ostie da portare al famoso prevosto (vedi post precedenti) per distribuire la comunione, TAC!

Un attimo prima non c’era, un attimo dopo c’è: una consapevolezza, profonda, assoluta, certa, di una presenza tangibile, reale, come di qualcuno che sai perfettamente che esiste, perché ne hai esperienza, semplicemente non lo vedi, un po’ come un amico che non è fisicamente con te, ma sai che c’è, ti ama, ti pensa, ti è vicino. Una cosa del tipo “Ok, basta, piantala, sono qui, contento?”. Da quel giorno per me l’esistenza di una entità divina, non astratta, personale, è stato un dato di fatto, come l’aria che respiro e di cui non potrei dubitare, perché sarei scemo a farlo, anche se non è fisicamente tangibile.

Scena due. Diversi anni dopo, ne ho circa 16, durante una di quelle settimane di ritiro spirituale che trascorrevamo in montagna, sempre con i Salesiani (vedi post precedenti). Un giorno è sempre dedicato al cosiddetto “romitaggio”: si va verso gli alpeggi, in alto, ci si divide in modo da stare completamente soli per alcune ore, ci si ritrova, si celebra messa tutti insieme e si rientra alla casa-base. Un giorno di totale solitudine immersi nella natura, insomma.

Ogni anno, e questo è già il terzo, mi scelgo sempre lo stesso posto, una specie di sottobosco immerso tra i pini, con una vallata di fronte e cascata sullo sfondo: sì, ho un certo buongusto… Di solito, novella piccola Heidi, trascorro le 4-5 ore a disposizione leggendo, scrivendo, riposando, pregando. No, le caprette non ci sono e non mi fanno “ciao”. Ma questa volta mi sento più irrequieto, come se stesse per avvenire qualcosa. E di nuovo, un attimo prima non c’è, un attimo dopo, TAC!

Se l’esperienza che ho narrato prima è stata molto individuale, molto “io e te, tu ed io”, qui mi sento investire da quella che le religioni orientali chiamano “esperienza cosmica”, ovvero la consapevolezza del mondo, intorno e non solo, di cui si fa parte. E’ davvero difficile da spiegare, ma è come se improvvisamente capissi (nel senso esperienziale del termine, non intellettuale) e fossi in un colpo solo erbaalberoinsettouccelloacquaariasolemondo, stordito ed euforico insieme, sovreccitato e con un senso di pace interiore assoluto insieme.

Quando torniamo alla casa-base, mi precipito da quello che era in quegli anni il mio “direttore spirituale”, la persona con cui mi confrontavo e parlavo del mio cammino interiore e non, un salesiano di nome Genesio: gli racconto tutto, eccitatissimo!

“Certo, capisco, probabilmente questa mattina quando hai fatto colazione non hai digerito bene e l’altitudine, con un po’ di carenza di ossigeno, ti ha fatto questo effetto. Tranquillo, niente di grave” mi risponde con aria la più serafica del mondo.

Lo guardo, mi guarda, capisco. Non può dare corda ad un adolescente con improvvise avvisaglie di pazzia mistica: dovrebbe forse gridare con me al miracolo e convincermi di avere improvvisamente delle esperienze alla santa Teresa d’Avila? Capisco, quindi, che ci sono cose che è meglio tenere per sé, e che proprio il fatto che lui sminuisca quello che gli racconto, non dandogli troppo peso, è indice della sua importanza.

Comunque sia, da quel momento un altro tassello di consapevolezza è andato al suo posto: la sensazione, no, la PERCEZIONE dell’essere amato e di una dimensione universale di questo amore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso verso la scelta vocazionale. Decisi che per me non ci sarebbe potuta essere altra strada.

Ecco la risposta all’interrogativo iniziale, come è nata la mia vocazione. Arriverà anche quella alla seconda domanda: perché ho deciso di uscire dal convento molti anni più tardi. Ma, per il momento, stavo entrando finalmente in quella che credevo sarebbe stata la mia comunità per il resto della vita. Da qui è un’altra storia, che sarà raccontata un’altra volta.


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Donna Barbuta

Inesorabile come la fame, arrivò anche per me e la mia compagnia di amici l’appuntamento con il Compimento dei Diciotto Anni, anche detto Raggiungimento della Maggiore Età. A me personalmente fregava molto poco: non mi interessava conseguire la patente (infatti non la presi, passeranno altri dtre anni prima che questo avvenisse e lo avrei fatto, già in convento, solo sotto ripetute pressioni dei frati e dei miei genitori che si coalizzarono in tal senso) e non sarebbe fondamentalmente cambiato nulla nella mia vita, se non che avrei iniziato a votare; ma per i miei amici sembrava essere qualcosa di mitico, al pari della scoperta del Sacro Graal o dell’estrazione di Excalibur dalla roccia. Iniziò, così, una lunga sequela di feste di compleanno a cui era imperativo categorico partecipare.

Inutile dire che cercai di dribblarne il più possibile, come un novello Pelè, vista la mia propensione (che dura ancora oggi…) ad evitare festefrizzilazzi&affini; ma a qualcuna proprio NON potevo scampare. Una di queste era quella del mio (all’epoca) migliore amico Davide.

Anche lui, come me, faceva il pendolare per frequentare scuola a Torino, per cui prendevamo il treno insieme, tutti i giorni, andata e ritorno: in realtà si era formato un gruppetto di aficionados (per obbligo lavorativo), e si viaggiava sempre più o meno tutti insieme (dalle 4 alle 8 persone), risolvendo i giochi della settimana enigmistica e parlando del più e del meno.

Davide mi raccontava spesso dei suoi compagni di scuola, come io facevo con lui dei miei; ma, al contrario di me, lui frequentava un Istituto Magistrale dove “le femmine” erano ammesse, anzi erano la maggioranza. Ognuna di loro aveva una propria caratteristica che le aveva fatto conseguire anche il relativo soprannome. Tra tutte spiccava “Donna Barbuta”, che ovviamente non aveva come tratto specifico l’azzurro profondo degli occhi. Davide ne parlava spesso, per non dire sempre, sottolineando come fosse, ovviamente sempre alle spalle, il soggetto preferito dei pettegolezzi scolastici.

Facendo parte della piccola borghesia del mio paese, il compleanno per la maggiore età di Davide DOVEVA essere perfetto in ogni minimo particolare, per cui fu scontato invitare i, ma soprattutto le, amici/che torinesi… e me. Per settimane ci sorbimmo, in treno, il racconto, in ogni suo minimo particolare, di quanto fosse complicato organizzare una festa degna di questo nome: e gli inviti, e il buffet, e i pasticcini, e i fuochi d’artificio (ebbene sì, pure quelli), ecc ecc ecc. Insomma, alla fine non so se ero più eccitato od intimorito all’idea di prendervi parte.

E venne finalmente il mitico giorno! La festa sarebbe iniziata nel pomeriggio, per terminare una volta già tramontato il sole, in modo da poter far partire i mortarett… pardon, i fuochi d’artificio dalla terrazza dell’abitazione del festeggiato. Più che un compleanno, da come ci eravamo vestiti (e chiunque di voi abbia un minimo ricordo della moda anni ’80 può capire quanto fossimo agghiaccianti…) sembrava il Ballo delle Debuttanti: trionfi di pizzi e crinoline per le ragazze, giacche con spalline e pantaloni ascellari per i ragazzi (peraltro molto, molto pochi).

Io aiutavo il festeggiato per un buon svolgimento della festa, per cui solo quando il sole cominciava a tramontare potei avvicinarmi e fare un po’ di conversazione con gli/le altr* invitat*. Ora, io sono miope. MOLTO miope. Porto gli occhiali da quando frequentavo la terza elementare. Il terrazzo era in quel momento poco illuminato, per permettere agli imminenti petard… scusate ancora, fuochi d’artificio di risplendere nel massimo della loro beltà. Era ovvio, quindi, che avvicinandomi al gruppetto di  quattro compagnE di classe di Davide non potessi scorgere proprio tuttitutti i particolari…

“Ciao!” “Ciaaaaao…” “Bella festa, eh!” “Sììììì…” “E quindi voi siete le compagne di Davide? Mi parla spesso di voi” “Graaaaazie…” “Io sono Andrea, piacere” “Piaceeeere…” “Siete venute tutte?” “Noooo, qualcuna non poteeeeeva…” ” Ah, infatti mi sembrava doveste essere di più. Da come mi parla di voi dovete divertirvi molto a scuola, eh? La più citata è Donna Barbu…”

Mi resi conto solo in quel momento che proprio la persona a cui stavo parlando aveva un’ombra intorno alla bocca… e non spariva a seconda di come si muovevano le luci… restava lì… un’ombra inquietante… così come inquietante era il labbro inferiore che cominciava a tremare, gli occhi che si inumidivano e lei che si girava di scatto, correndo via, mentre le altre tre si coprivano le risate con le mani e correvano, lo sapevo già, da Davide a raccontargli tutto. Ora, Davide è (anche adesso) la classica persona che DEVE fare bella figura con tutt*, mantenere buoni rapporti di facciata con tutt*, essere perfetto con tutt*; quindi mi guardò (da lontano, mentre le tre arpie sghignazzavano spudoratamente) tra l’atterrito e l’inferocito e corse da Donna Barbuta a cercare di salvare il salvabile.

Non so se e come i rapporti tra loro si ricucirono, probabilmente me lo avrà anche detto, ma non ricordo; me lo avrà detto quando cominciò a riparlarmi, perché per una settimana misteriosamente sparì dal nostro solito vagone. Il mio senso di colpa in quel momento crebbe esponenzialmente; non per lui, ovviamente, della cui figura davvero poco mi importava; ma per lei, per l’umiliazione e la sofferenza che le avevo causato, anche se involontariamente. Mi ripromisi, da allora in poi, che sarei stato MOLTO più attento a quello che dicevo e con chi lo dicevo, ma quella rimane una delle mie maggiori figura di m…a di sempre. Fa il paio con quella volta che chiesi ad una ragazza che frequentava con me un corso di Yoga se voleva essere esonerata da una serie di lavori essendo incinta… solo che NON era incinta…

Ma questa è un’altra storia, ed ormai lo sapete come va a finire, vero?

 


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Neverendin’ stooooo-oriiiii… aaa-aaa-aaa… (ovvero “DICOTI NERD!” Parte Terza)

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Da bambino non mi limitavo a leggere fumetti (vedi “DICOTI NERD!” parti Prima e Seconda). Avendo imparato a leggere a tre anni, essendo sempre solo, avendo molto tempo libero, leggevo anche favole di tutti i tipi. La parte del leone, ovviamente, la facevano le versioni Disney, i cui lungometraggi animati conoscevo a memoria; non solo perché andavamo regolarmente al cinema ogni volta che ne usciva uno, ma anche perché avevamo in casa un cofanetto composto di sette vinili con la colonna sonora completa delle principali fiabe e relativi libretti illustrati. E quando dico “colonna sonora” non intendo solo “le musiche”, ma proprio i dialoghi completi. Insomma, ancora oggi ricordo a memoria interi passaggi di Biancaneve, La Bella Addormentata, Alice nel Paese delle Meraviglie, ecc ecc, perché, naturalmente, quei dischi furono praticamente consumati a furia di ascoltarli e credo che, avessero potuto, si sarebbero suicidati dalla disperazione. Ma mi dilettavo anche con “Le fiabe Italiane”, “Il Grande Libro della Mitologia Greca e Romana”, “Le Mille e Una Notte”, la bibliografia di Gianni Rodari, fino ad arrivare, quando avevo ormai 12, 13 anni, ai “Racconti” di Edgar Alla Poe. Insomma, tutto ciò che era fantastico ed in qualche modo magico, mi attirava come il fuoco le falene.

Giocavo spesso da solo, immaginandomi tutti i personaggi di una fiaba in cui ero alternativamente re, principe (no, principessa no) e, soprattutto, mago. Una volta, indossato una specie di lungo straccio nero fissato con una spilla al collo, e preso in mano un bastoncino che aveva molto, ma molto, vagamente la forma di una bacchetta magica, cominciai a girare su me stesso come un deficiente in cortile, lanciando incantesimi (si fa per dire…) a destra e a manca, e gridando formule magiche. Peccato che la scuola elementare che frequentavo, quella delle suore di Antonia Maria Verna già citata, avesse le stanze delle religiose che si affacciavano sul succitato cortile, e che in quell’occasione mi vedesse la mia maestra (frequentavo all’epoca la quinta elementare). La sorella fu colpita al vedere quello che in classe era un brillante studente giocare da solo come un rimbambito, tanto da muoversi a compassione; incautamente disse a mia mamma, uno dei giorni seguenti, che “le avevo fatto molta pena”, suscitando le ire funeste della pelìde madre: SUO figlio che faceva pena a LEI???? Inconcepibile, era come accusarla, indirettamente, di non essere la perfetta genitrice che sapeva ASSOLUTAMENTE di essere! Credo che anche questo episodio contribuì all’atteggiamento critico, a dir poco, che mia madre tenne da lì in poi verso le scuole di religiosi.

Comunque, per molti anni a seguire le mie letture furono necessariamente più serie, un po’ per necessità, perché mica si possono continuare a leggere le stesse favole per sempre (anche se, nel frattempo, avevo esteso le mie conoscenze alla mitologia cinese, giapponese, vichinga ed egiziana), un po’ perché mio padre, ritenendo quel tipo di interessi poco indicato al genio intellettuale che voleva diventassi, mi costrinse ad approcciarmi a generi completamente diversi, e, per essere sicuro che davvero lo  facessi, a scrivere anche relativi riassunti che lui controllava (o perlomeno diceva di fare…) di volta in volta.

Finché, ero ovviamente al liceo a Valsalice, non mi imbattei in una recensione. La scuola ci passava una rivista che, tra le altre cose, suggeriva un libro in ogni numero, facendone un riassunto e dandone una valutazione critica. Quella volta toccò a “La Storia Infinita”, di M. Ende. Inutile dire che la sintesi che lessi mi intrigò non poco, e mi spinse ad investire i pochissimi risparmi che avevo (all’epoca non si usava dare una paghetta ai propri figli, quindi mi dovevo arrangiare) nell’acquisto del volume. Già il fatto di entrare in una libreria era eccitante: tutti quei libri nuovi di zecca, che sembravano dire “comprami, leggimi”, invitanti nelle loro copertine lucide, mi davano un senso di vertigine molto vicino ad un orgasmo. E quando uscii col mio bell’acquisto in borsa, mi sentii come se avessi conquistato la tana di un drago.lastoriainfinita

Lo lessi in 24h esatte. Che è pure, guarda caso, il tempo entro cui si svolge la storia raccontata nel libro stesso (non farò un riassunto, primo perché non ci starei con lo spazio, secondo perché non posso credere che esista qualcuno al mondo che non lo abbia letto!). Il sacro fuoco, necessariamente sopito, dell’amore per il fantastico tornò prepotentemente alla ribalta. Inutile dire che mi aspettavo di veder comparire un drago bianco della fortuna da un momento all’altro alla finestra di casa, o di trovare un Auryn (il simbolo dell’Infanta Imperatrice, stampato anche sulla copertina del libro che stavo leggendo) camminando per la strada.

Ma il vero tracollo avvenne il mese successivo. Mi ero fidato, con piena soddisfazione, della recensione di quella rivista, quindi andai di corsa a vedere quale fosse il libro suggerito nel nuovo numero. E fu quello che divenne la mia bibbia da allora in poi, del quale molti brani conosco a memoria, che da allora rileggo ogni anno, in occasione del mio compleanno, insomma: “Il Signore degli Anelli”, di J. R. R. Tolkien. Ovviamente, leggendo semplicemente la recensione non potevo sapere a cosa stavo per andare incontro. Intanto, la mole del volume: una mappazza enorme, che mi riempiva da sola un bel pezzo di borsa scolastica; poi, il prezzo, ovviamente adeguato: assolutamente inarrivabile per le mie finanze, già duramente provate dall’acquisto precedente. Per fortuna, però, eravamo vicini a Natale, quindi chiesi ad una mia zia di regalarmelo, e così bypassai il problema economico. Sfruttando le vacanze festive, inoltre, pensavo di riuscire a leggerlo prima di riprendere la scuola, e quindi, appena ricevuto, mi misi d’impegno per riuscire nel mio progetto.

Il primo approccio fu tremendo. Se lo avete letto , saprete che ci sono una serie di prologhi all’inizio ed una altrettanto corposa serie di appendici alla fine, a cui si rimanda di continuo durante lo svolgimento della narrazione. Abituato, da buon studente, ad andare a leggere ogni singolo rimando, cominciai ad avere in testa una confusione enorme, dove le vicende di Frodo si intersecavano con l’origine dell’erba-pipa e la genealogia dei Re di Numenor. Insomma, un casino a non finire. In realtà, me la stavo godendo un mondo. Non capivo sostanzialmente niente, ma mi piaceva tantissimo, aumentava quel senso di fantastico e di proiezione in un mondo completamente diverso, eppure così reale. Lo terminai in dieci giorni (ed è una vera impresa, degna di un Eroe!), e fui costretto (certo, COS-TRET-TO!) a ricominciarlo subito, saltando questa volta tutti i “prima” e “poi” per concentrarmi solo sulla storia, e, sapendo come andava a finire, godendomi con più calma tutti i particolari e le sfumature. Questa volta impiegai ben venti giorni, e ne uscii con l’assoluta convinzione che dovevo (DO-VE-VO!) imparare a scrivere e leggere l’alfabeto elfico delle rune.

Per fortuna, gli impegni scolastici presero il sopravvento e mi obbligarono a desistere dalla mia convinzione. Ma fu l’inizio di una deriva che non terminò mai più. Intanto, decisi che era assolutamente necessario, per la mia sopravvivenza mentale e fisica, avere tutta (TUT-TA!) la bibliografia di Tolkien. Lessi, quindi, immediatamente dopo “Lo Hobbit” (facile), “Il Silmarillion” (un casino, mi intrigò moltissimo), “Albero e Foglia” e vi risparmio tutto il resto. Poi, cominciai quella raccolta infinita, che continua ancora oggi, di libri fantasy, di cui posso vantarmi essere un discreto esperto. Il sacro fuoco della nerditudine, una volta acceso, non può più essere spento.

Solo un’ultima cosa mancava perché la mia trasformazione fosse completa: la parte tecnologica. Ma era ancora un po’ presto, e, quindi, questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.

il-signore-degli-anelli


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Piccoli falsari crescono

Valsalice aveva alle proprie spalle una storia importante, e questa storia ne condizionava anche certe prassi un po’ discutibili, a mio modesto parere. Ad esempio, mentre tutto il resto del mondo divideva l’anno scolastico in quadrimestri, noi eravamo rimasti fermi ai trimestri. Non solo: giusto per mettere ancora più sotto pressione i già abbastanza spremuti studenti, a metà trimestre veniva mandato alle famiglie il “pagellino informativo”, con la media dei voti raggiunta fino a quel momento. E’ chiaro che, parlando di un periodo di circa un mese e mezzo, capitava spesso e (non) volentieri che questa “media” fosse data, in realtà, da un voto solo (la nostra classe era formata da venti persone, interrogarci tutti richiedeva il suo tempo), magari da un’unica interrogazione orale, e quindi non fosse proprio molto attendibile. Ma questo era irrilevante agli occhi dei nostri genitori, o quantomeno dei miei.

I miei orari, poi, erano ulteriormente peggiorati: se prima partivo da casa alle 7 per tornare alle 19, ma avendo già sbrigato compiti, studiato ed addirittura esercitatomi al pianoforte (perché a Valdocco parte del pomeriggio era dedicato allo studio, appunto), adesso partivo alle 6.40 (Valsalice era dall’altra parte della città e mi ci voleva molto più tempo per raggiungerla) e tornavo alle 15 (non avevamo il tempo pieno), mangiavo, studiavo con l’abbiocco prevedibile da post-pranzo, interrompevo verso le 18, suonavo il pianoforte per almeno un paio d’ore, cenavo e crollavo a letto. Aggiunto al disagio che vivevo in quell’ambiente scolastico, non c’era da stupirsi che i miei voti ricordassero più il “Viaggio al centro della terra” di Verne che non il “Dalla terra alla luna” del medesimo autore. Vivevo, quindi, la consegna dell’odiato pagellino con un’ansia ed una rabbia difficilmente esprimibili.

All’inizio del secondo anno decisi che non potevo continuare così, ed avevo un’unica soluzione possibile davanti: no, non migliorare i risultati scolastici, falsificare il pagellino! Ero relativamente tranquillo sul fatto che la cosa sarebbe passata liscia: non era un documento ufficiale come la pagella trimestrale, i miei genitori non partecipavano mai agli incontri con gli insegnati, vista la distanza e gli orari di ricevimento, ed avrei potuto migliorare i disastrosi voti prima della fine del trimestre, allineandoli a quelli “presunti”. Con pazienza certosina ed una precisione che nemmeno gli amanuensi medievali, trasformai l’insufficienza cronica di Greco in qualcosa di più accettabile. Non andai oltre con altre materie, perché non si deve mai esagerare nella vita.

Chiaramente, passare improvvisamente da un 4 ad un 6 di Greco scritto era quantomeno inaspettato, e mio padre e mia madre rimasero notevolmente sorpresi della cosa; giustificai l’incredibile miracolo adducendolo ad un cambiamento momentaneo di docente: nel mio racconto il buon (si fa per dire) “Callistos” si era infortunato (in fondo aveva una certa età…) ed aveva quindi ceduto la cattedra al più incline alla sufficienza professore di Latino. L’eventuale ritorno alla mia solita media sarebbe poi stato motivato dal rientro in ruolo dell’odiato insegnante. Se non altro, il momento dell’ennesima umiliazione contornata da urla paterne sulla mia ingratitudine e pigrizia era stato rimandato. O così credevo.

Un giorno il “Callistos” a termine lezione mi chiese di fermarmi. “Ieri è venuto tuo padre a colloquio” ed il mondo mi crollò addosso. Ma cxxxo, mio padre mai, e dico MAI, in tutta la mia vita scolastica era andato a colloquio con gli insegnanti, e proprio quella volta doveva scegliere per farlo? “Mi ha detto che è contento che tu sia migliorato di Greco scritto: devi dirmi qualcosa?” Sgamato. Ho sempre pensato che, di fronte all’evidenza, negare sia inutile, oltre che autolesionista, meglio tentare una via più vicina ad una parvenza di pentimento, per provare a suscitare compassione nell’interlocutore. Spiattellai quindi il mio piano ingegnoso (oddio, ingegnoso mica tanto). “Ho capito. Si può sbagliare, ma l’importante è assumersi la responsabilità di quello che si è fatto: tu adesso andrai dai tuoi genitori e racconterai tutto quello che è successo”. Certo, come no, facevo prima ad autodiseredarmi. “Promesso”, mentii spudoratamente, consapevole che la china diventava sempre più pericolosamente in discesa. Passò circa una settimana, durante la quale tenni,soprattutto durante le lezioni di Greco, un profilo il più basso possibile, fino a che “Hai fatto quello che mi avevi promesso?” mi chiese il “Callistos”. “Certamente!” squillai, fissandolo dritto negli occhi, per dare ancora maggior forza alla mia affermazione. “Bravo!” chiuse lui, sorridendo; e per me la cosa finiva lì. Per me, appunto.

Un pomeriggio rientrai a casa, e trovai mia madre ad aspettarmi sulle scale. “Che cos’hai fatto!?” chiese, labbra tremolanti e sguardo a metà tra il furente ed il basito. “Perché? Che è successo?” chiesi, già immaginano la disastrosa risposta. “Ci ha chiamati il professore di Greco. Ci ha detto di averti dato una insufficienza, e che tu hai cambiato il voto sul pagellino. Non oso pensare cosa dirà papà! Perché lo hai fatto?” (Perché odio quel posto? Odio quelle persone? Odio questi ritmi? Perché vi interessa solo sapere come vado a scuola, ma di come sto non vi sognate nemmeno di chiedermelo? Perché sono stufo di dover corrispondere alle vostre aspettative, che tanto non raggiungo mai perché per voi c’è sempre qualcuno migliore di me?) “Non volevo darvi un dispiacere…” (Vile, sei un vile). Quella sera mio padre fu, fortunatamente, completamente silenzioso, un po’ per la vergogna che provava nei confronti dell’Istituto, un po’ perché, probabilmente, si rendeva conto di non riconoscere più quella persona che gli stava davanti e che mai avrebbe pensato potesse fare una cosa simile.

Tornato in classe, non feci parola di tutto questo con il “Callistos”, ne’ lui sollevò più la questione con me. Ma qualcosa si era definitivamente rotto, nei confronti della scuola, dei miei genitori, e si stava pericolosamente incrinando anche nella mia convinzione di voler a tutti i costi entrare nella Congregazione Salesiana, la cui immagine ideale corrispondeva sempre meno a quella reale che mi trovavo quotidianamente davanti. Ma si faceva anche sempre più strada non la voglia, ma proprio la necessità fisica di andare via da una casa che sentivo ogni giorno che passava sempre meno mia.


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Manager del domani

Gli anni passavano, e venne il momento di lasciare la mia amata Valdocco per passare al livello superiore: il liceo. Il problema della scelta non si era mai posto: come il destino della principessa Aurora era segnato fin dalla nascita, e prevedeva la puntura con un fuso avvelenato che l’avrebbe fatta cadere in un sonno profondo fino all’arrivo del Vero Amore, così il mio sarebbe stato quello di frequentare una delle scuole più prestigiose di Torino, vanto ed orgoglio dei Salesiani, Valsalice.

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Il nome, vagamente romantico ed un po’ Oxfordiano, trae in inganno: non si trova, infatti, sulle rive di un fiume o di un lago, segnata da placidi salici piangenti che chinano le loro chiome sull’acqua, ma sulla precollina torinese, appena passato il Po, e come ogni Liceo che si rispetti è un luogo un po’ austero, reso all’epoca ancora più serio dalla totale assenza, come già a Valdocco, di esponenti del genere femminile. Ebbene sì, ancora una volta mi trovavo in un ambiente a totale tasso maschile, dove l’unica testimonianza di vita dotata di seni era la professoressa di Scienze, Chimica e Biologia, che oltretutto era anche giovane ed, ai nostri occhi, carina… il che lascia ben immaginare l’effetto che poteva avere sugli ormoni di giovani baldanzosi e completamente privi di altre bellezze muliebri. Del resto, il cliché della professoressa e dell’alunno è iscritto nel codice genetico di ogni maschio italiano, e consacrato da anni ed anni di film di Edwige Fenech ed Alvaro Vitali.

Ero ben contento di proseguire il mio percorso in ambito salesiano, perché ritenevo sarebbe stato di aiuto e conferma alle mie velleità vocazionali; senonché la prima doccia fredda arrivò proprio all’inizio del nuovo anno scolastico, alla cerimonia ufficiale a cui partecipammo noi nuovi arrivati (un po’ sullo stile dello Smistamento di Harry Potter, ma senza Cappello Parlante). Il Direttore dell’Istituto fece un lungo discorso su quanto fossimo fortunati a frequentare quell’Istituto (ok, normale, Cicero pro domo sua), di quante persone importanti ed insigni esponenti del mondo culturale e politico ci avessero preceduto (e vabbè, facciamo un po’ gli sboroni…) e che quindi noi dovevamo impegnarci al massimo, perché (e cito testualmente) “(in crescendo) destinati ad essere la classe dirigente del futuro, (quasi urlando) I MANAGER DEL DOMANI!” (scroscio di applausi, ego, e non solo, che si gonfiavano, e qualche lacrima di commozione da parte dei più sensibili).

Ok, qualcosa non mi tornava: va bene essere orgogliosi di quello che si fa, della storia che ci si porta dietro, dei risultati anche importanti raggiunti, ma eravamo pur sempre in un istituto religioso… non avremmo dovuto parlare più di etica, di spiritualità, di attenzione agli altri e di tutte quelle belle cose che avevo sempre sentito affermare essere i capisaldi dello stile salesiano? Che era ‘sta presentazione in stile televendita americana? Le mie perplessità divennero certezze nel momento in cui conobbi il parterre che costituiva il corpo docente e che mi avrebbe accompagnato (o sarebbe meglio dire con cui mi sarei scontrato) per i successivi tre anni.

Professoressa a parte (la cui presenza lì per me resta ancora oggi un mistero), l’età media era intorno ai 65 anni, con punte di 73. Ben diversi dai severi, ma bonari, insegnati di Valdocco, i loro omologhi della collina (sembrava di essere in un altro universo, altro che) presentavano caratteri e stili che definire bizzarri è un simpatico eufemismo. Il professore di Greco era una persona intelligentissima e dotata di una cultura immensa, ma si faceva chiamare “O Callistos”, che in greco significa “Il Meraviglioso”, ed era noto per darci un compito in classe a settimana, il cui risultato era una insufficienza generale tranna che ad una persona, giusto per non doverlo annullare: credo di non essere mai stato io quella persona. L’omologo di Latino ed Italiano pizzicava la erre, era timido e come molti timidi si difendeva assumendo un atteggiamento un po’ di scherno, un po’ aggressivo che lo rendeva decisamente più antipatico di quanto poi realmente sarebbe stato. L’insegnante di Matematica era anche il Preside della scuola, non era particolarmente odioso, ma, chissà per quale motivo, lui ed io non ci eravamo per nulla simpatici: già la materia non era tra le mie preferite, ma in quel triennio divenne davvero una tortura, non perdendo lui occasione per mettermi in difficoltà con un sadismo ed una costanza peraltro ammirevoli. Quello di Fisica era completamente pazzo: il più anziano tra tutti, parlava da solo durante le lezioni, muovendosi a scatti con le mani e la testa, ma non interrogava mai, dando a quasi tutti una insufficienza sulla pagella dei primi due trimestri, che si trasformava miracolosamente in una sufficienza a fine anno. Ma la vera battaglia avvenne tra me e il docente di Storia e Filosofia: sprezzante e sadico, si divertiva ad umiliare e mettere in imbarazzo chi tra noi era più facile al rossore, facendo battute discutibili per una persona qualunque, figuriamoci, ai miei occhi, per un sacerdote. Iniziai a disprezzarlo (laddove, invece, adoravo la materia che insegnava, Filosofia) ed a mettermi più o meno apertamente contro di lui ogniqualvolta ne avessi l’occasione, mentre lui, da parte sua, dimostrava praticamente sempre chi aveva il coltello dalla parte del manico.

Il risultato di tutto questo fu un crollo in verticale dei miei risultati scolastici: io, da sempre considerato un secchione e che potevo contare le insufficienze di tutta la mia carriera scolastica sulle dita di una mano, cominciai ad avere il rendimento di un Franti qualsiasi ed a scoprire un Andrea che non avevo ancora conosciuto: sprezzante dell’autorità, polemico, incurante dei danni che si sarebbe causato con le proprie mani, pur di difendere quelli che gli sembravano essere ideali irrinunciabili ed, in quel luogo, costantemente traditi. A cosa mi avrebbe portato tutto questo è, naturalmente, un’altra storia e la dovremo raccontare un’altra volta.