Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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FIGGHIU, TONNA! QUESTA CASA ASPETTA ATTE’!

La delusione per la scomparsa di Eliana durò un paio di mesi, ma scomparve nel momento in cui si avvicinò un momento per me eccitantissimo: la Prima Volta Fuori Casa Da Solo (cioè senza i miei)! Il mio inaspettato amore estivo, infatti, non aveva comunque scalfito il mio desiderio di avvicinarmi alla vita religiosa, ed i salesiani in questo erano bravissimi: il motto evangelico “vi farò pescatori di uomini” era da loro preso molto sul serio, e non a caso era anche una precisa indicazione di don Bosco ai suoi successori; proprio per stimolare/incuriosire le giovani menti al mistero dell’eterno, organizzavano ritiri spirituali di alcuni giorni presso una loro casa alpina, che diversi anni dopo sarebbe diventata il riposo estivo di papa Giovanni Paolo II, a Combes d’Introd, in Val d’Aosta. Ovviamente, solo persone scelte ed accuratamente selezionate venivano invitate a partecipare a queste giornate, e volevamo che io non fossi uno di quelli?

L’evento scatenò una vera e propria tempesta in casa. Da una parte mio padre era inorgoglito dal fatto che facessi parte di questa ristretta cerchia di prescelti (per lui i salesiani erano una Congregazione un po’ radical-chic, appena al di sotto dei Gesuiti, quindi assolutamente un segno di vanto che SUO FIGLIO fosse stato indicato da loro come un possibile futuro prelato), epperò era pur sempre preoccupato dal fatto che me ne andassi da solo per la prima volta; dall’altra, mia madre non aveva la minima intenzione di lasciarmi andare per ben TRE giorni via di casa senza di lei: non era mia successo e, nei suoi intenti, non sarebbe mai dovuto succedere (lo sposarmi, andare a vivere con una eventuale moglie, farmi una famiglia, penso che da parte sua non fosse proprio contemplato come possibilità)!

Il viaggio in auto da casa nostra a Torino, il giorno della partenza, fu incredibilmente silenzioso: io ero emozionatissimo (tre giorni di ritiro spirituale: chissà quali misteri sarebbero accaduti! Avremmo parlato con il Divino in persona? Ci sarebbero stati strani riti iniziatici? E poi, in fondo, che cazzo voleva dire “ritiro spirituale”? Che ci saremmo chiusi dentro anguste celle, come monaci medievali?); i miei oscillavano tra il disperato, lo sconfortato e l’ansioso andante. Imboccammo l’ultimo controviale che ci avrebbe condotti a destinazione e “Se vuoi ti riportiamo ancora indietro, a casa!” sbottò, con tono melodrammatico, mia madre. “Sì sì, se vuoi ti riportiamo a casa!” le fece eco altrettanto preoccupato mio padre. Ma, come tanti anni prima quando mi venne chiesto se volevo restare a casa od andare all’asilo, anche questa volta la mia risposta fu alquanto deludente: “No no! Io VOGLIO andarci!”

Il momento precedente la partenza era una specie di passaggio del Mar Rosso: da una lato un gruppo di genitori sull’orlo delle lacrime (a quanto pare, non ero il solo per cui quella era la Prima Volta Da Solo), dall’altro giovani maschi preadolescenti schiamazzanti come se stessero per partire per una gita scolastica (e, anche se eravamo in estate, un po’ lo era). Con un senso di euforia salii sul bus, sistemandomi vicino ad un finestrino: non volevo perdermi nemmeno un metro di strada di quell’avventura! Mia mamma venne al di là del vetro, le lacrime trattenute a stento. Io la guardavo felice, lei mi guardava disperata. Forse entrambi sentivamo inconsciamente che non era un autobus quello che ci stava allontanando, ma la vita ed il passaggio da un’età ad un’altra: e questa nessuno può fermarla, neanche una madre.


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Crocifissi e barbe sudate

Gli anni delle elementari trascorrevano veloci, senza grossi sobbalzi tra studi, lezioni di pianoforte ed inglese, frequentazione della chiesa locale e poco altro. Amicizie continuavo a non averne molte, nonostante fossi in una classe con altri 29 bambin* (per essere precisi, 7 maschietti e 22 femminucce: sono sicuro che anche questo ha avuto un’influenza fondamentale nello sviluppo della mia gaYezza!): abitavano tutt* abbastanza lontano da me, e comunque, tra le varie lezioni che dovevo seguire ed il fatto che la scuola era a tempo pieno e terminavamo tutti i giorni alle 16, di tempo ne restava ben poco. C’erano, sì, i sabati e le domeniche, ma i primi trascorrevano per lo più facendo i compiti (in particolare esercizi di calligrafia: avevo una scrittura talmente orrenda che pure io facevo fatica a capire cosa avevo scritto, alle volte… Mi sono espresso al passato? Ops… O_O); le seconde le passavo leggendo, quando non si andava da qualche amico dei miei genitori, rigorosamente senza figli o i cui pargoli erano troppo grandi per divertirsi a giocare con un bimbetto come me. Morale della favola, pur avendo uno spiccato senso della scena (amavo fare imitazioni, raccontare favole e cercare disperatamente l’approvazione degli altri) ero diventato abbastanza timido ed introverso: insomma, un perfetto Bilancia.

Arrivò, quindi, il momento in cui decidere del mio futuro. “Come”, direte voi “già si parlava di scuole superiori? Non era presto?” Infatti, in realtà si parlò delle medie. Era OVVIO, per i miei genitori, che il loro figlio adorato non avrebbe mai frequentato scuole pubbliche che, lo sapevano tutt*, erano posti dove non si studiava, non si imparava nulla, le insegnanti fumavano in classe e spesso erano covi di pericolos* comunist* (i miei erano convinti democristiani, o meglio lo era mio padre, mia madre votava quello che le diceva lui). Sarei andato in una scuola privata, ma quale? E, soprattutto, dove? La risposta alla prima domanda era abbastanza scontata: la scelta, più o meno obbligata, cadde sugli istituti dei Salesiani, da cui proveniva anche mio padre, vuoi per tradizione di famiglia, appunto, vuoi per mancanza di reali alternative serie (secondo i miei). La risposta alla seconda domanda, invece, suscitò una accesa e prolungata discussione tra mio padre e mia madre: quest’ultima optava per la scuola più vicina, in un paese ad una decina di chilometri di distanza, che mi avrebbe quindi permesso di tornare a casa in orari tali per cui avrei potuto passare più tempo con lei (certo, l’istruzione era importante, ma non poteva mica tenermi troppo tempo fuori da casa e lontano dalle materne sottane!); il primo, invece, voleva per me il top del top: l’iscrizione alla culla della Salesianità, Valdocco, peraltro una delle scuole più prestigiose del tempo. Unico neo: si trovava a Torino, a 40 chilometri di distanza, ed avrei quindi dovuto fare il pendolare (come lui, peraltro, che a Torino ci andava a lavorare tutti i giorni). Voleva dire partire alle 7 e tornare alle 19, essendo anche quella una scuola a tempo pieno.

Di solito, il mio parere era irrilevante, se non in quei casi in cui, come questo, ciascuno dei due cercava di far pendere la bilancia a proprio favore. A me la scelta sembrava ovvia: Torino, in quelle poche volte che ci eravamo andati per qualche commissione od a visitare lontani parenti, non mi piaceva. La trovavo noiosa (associandola a cose che non mi andava affatto di fare), lontana, e sapevo che alcuni dei miei compagni sarebbero andati anch’essi dai salesiani, ma presso l’istituto più vicino.

La decisione per me era presa: NON sarei MAI andato a Valdocco!

Mio padre capitolò. Saremmo andati alla scuola che avrebbe voluto lui solo per comunicare ad un suo vecchio insegnante, presso il quale si era preventivamente informato sui passaggi da fare in caso di iscrizione, la decisione presa. Durante il viaggio in auto, mia madre era un po’ rigida e sospettosa, come se subodorasse qualcosa, ed io abbastanza scocciato: come ho detto, non amavo andare a Torino, il tragitto mi sembrava infinito e mi annoiavo decisamente. Arrivammo, finalmente, dopo un tempo che mi sembrava tremendamente lungo, parcheggiammo ed entrammo in quella che di fatto era ed è una piccola città nella città.

Per chi non ci fosse mai stato, Valdocco è davvero un complesso molto grande: l’imponente Basilica dedicata a Maria Ausiliatrice è uno dei simboli di Torino, ed alle sue spalle si snodano uffici, una scuola media, un ginnasio, diverse scuole professionalizzanti, un oratorio, un’altra chiesa più piccola, una cappella e, all’epoca, pure una casa editrice, la LDC, oltre naturalmente agli spazi abitativi di una comunità religiosa tra le più grandi della città. Il tutto collegato da cortili, cortiletti, passaggi, un vero e proprio dedalo di vie che ne fanno una realtà del tutto autonoma e che comprende un recinto grande di fatto un paio di isolati. Ci ero già stato altre volte, naturalmente: i miei genitori si erano sposati lì diversi anni prima, quindi non era un luogo nuovo. Ma quella volta ci addentrammo verso la scuola media, che non avevo mai visto. Ed incontrai sul mio percorso due elementi fortemente destabilizzanti.

Il primo fu lui: il Negozietto Dei Souvenir! Mio padre non ci aveva mai voluto passare, ritenendolo un’inutile perdita di tempo (e potenzialmente di soldi). Per qualche misterioso motivo, decise improvvisamente di farci una tappa, con sconcerto materno. Ora, intendiamoci: io non ne ero ancora cosciente, ma ero pur sempre un piccolo gay. E quale piccolo gay è in grado di resistere al richiamo luccicante di chincaglieria varia, che più è trash meglio è? NES-SU-NO! Crocifissi (no, non quelli da muro, quelli da indossare), rosari di ogni foggia e colore (pure profumati), addirittura anelli da mettere al dito con piccoli punti che rappresentavano le Ave Marie da recitare, in un affascinante mix di religioso e sadomaso (sembravano anellini con le borchie), fermacarte con palle di vetro che girate facevano cadere neve di polistirolo su raffigurazioni della Basilica, immaginette per tutti i gusti, persino con quadratini di abiti di d. Bosco o di altri salesiani incollati a mò di reliquia… Insomma, il bengodi del Piccolo Gay Cattolico (non dimentichiamoci che io ero convinto di diventare sacerdote, questo pensiero non mi aveva mai abbandonato, anzi nel tempo si era ulteriormente rafforzato). “Ma se venissi a scuola qui potrei passarci tutti i giorni?” Chiesi, gli occhioni (dietro le lenti da miope) sgranati. “Beh, certo, saresti proprio qui” rispose con estrema (e falsissima) nonchalance mio padre. “Figuriamoci, dopo due giorni ti saresti già annoiato di vedere le stesse cose” affermò ragionevolmente (e molto preoccupata) mia madre.

Uscimmo da quel piccolo paradiso e ci avviammo non verso la solita portoncina a vetri che infilavamo per andare dal vecchio insegnate di mio padre, ma (“Passiamo da un’altra parte, facciamo prima” stava dicendo l’innocente genitore) verso il cortile della scuola media. Era il momento della ricreazione e si sentivano i ragazzi schiamazzare. Svoltato l’angolo, comparve davanti ai miei occhi una massa di adolescenti urlante che giocava a calcio. Intendiamoci: a me il calcio non interessava affatto; a scuola,  caso strano eh, giocavo con le femmine a palla avvelenata, e i miei contatti con “il pallone” si erano limitati ad un paio di giorni di ricreazione, giusto il tempo di capire che quel sollazzo proprio non faceva per me.

Non fu, quindi, il gioco in sè che mi colpì come un fulmine a ciel sereno (cosa che, forse, aveva pensato inizialmente mio padre), quanto lui: un giovane sudato, in pantaloncini, barbuto e con discreta criniera gocciolante al vento, che svettava in mezzo a tutti quei ragazzini brufolosi. Correva impegnandosi con tutto se stesso per evitare un gol, e non potei fare a meno di notare le gambe muscolose… e non solo. Vedendoci, interruppe il gioco, e si avvicinò sorridendo: “Piacere, don Giuliano”. lo sguardo scandalizzato che gli lanciò mia madre avrebbe incenerito un’araba fenice, ma lui sembrò non accorgersene nemmeno, anzi fu molto cortese con lei e con mio padre. Io restai timidamente in silenzio, guardandolo dal basso verso l’alto, così diverso dal mio anziano prevosto, quello le cui orme avrei voluto seguire, e rendendomi vagamente conto che mi stava capitando qualcosa, ma non riuscivo bene a capire cosa.

Il resto è storia. Tornammo a casa con mia madre inferocita , consapevole di aver perso la sua più grande partita (“Un prete in pantaloncini! E’ vergognoso!”); mio padre sornione che se la rideva nemmeno troppo sotto i baffi (“Vedrai che si troverà bene”); ed io, entusiasta come il bambino che ero e deciso più che mai:

SAREI ASSOLUTAMENTE andato a Valdocco!

La scuola media ed il cortile dove avvenne l'incontro con la barba sudata

La scuola media ed il cortile dove avvenne l’incontro con la barba sudata


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Lingue, che passione!

L’anno dell’asilo era passato senza infamia e senza lode, alcune malattie infantili le avevo fatte, con grande soddisfazione dei miei genitori (significava che sarei stato meno a casa nel periodo scolastico vero e proprio, tutto tempo guadagnato allo studio), le lezioni di pianoforte andavano a gonfie vele (frequentavo, in effetti, una insegnante che trascorreva più tempo a fare conversazione e dividere con me patatine, cioccolata, biscotti e quantaltro, che ad insegnarmi la nobile arte della musica… La cuccagna durò un paio d’anni, poi i miei genitori la sgamarono ed io cambiai maestro, ahimè). Eppure, mi rimaneva tanto tempo libero a disposizione (almeno secondo i miei: faccio notare che, frequentando una scuola privata -perché dall’asilo ero passato alle elementari sempre gestite dalle stesse religiose- terminavo le lezioni tutti i giorni alle 16), per cui perché non riempirlo con una bella scuola di lingua inglese?

Detto, fatto. I miei mi iscrissero alla gloriosa “British School”, con insegnanti madrelingua, per iniziare ad avvicinarmi all’inglese, la prima, nelle loro intenzioni, di una serie di lingue straniere da imparare in vista di una fulgida carriera… una fulgida carriera in… insomma, per una fulgida carriera di qualsiasi tipo le lingue sarebbero pur servite, no?! Intanto, questa ennesima eccezione agli orari scolastici (per frequentare pianoforte, una volta a settimana, e inglese, due volte a settimana, dovevo uscire da scuola prima degli altri) faceva storcere alle dolci suorine il baffuto naso, in quanto sembravo un privilegiato rispetto a tutt* gli/le altr* (privilegiato: sai che culo!). Inoltre, mentre i miei compagni una volta terminate le lezioni se ne andavano allegramente gli uni a casa degli altri e socializzavano, giocando e facendo i compiti insieme, io mi trovavo ancora una volta ad essere solo, senza contare che una volta terminate le lezioni di pianoforte ed inglese mi restavano ancora i compiti da fare. Però ero molto privilegiato.

Potete quindi ben immaginare l’entusiasmo con cui affrontai questo nuovo impegno culturale. Intendiamoci: gli insegnanti erano molto bravi, io poi avevo una maestra davvero simpatica e mi trovavo sostanzialmente bene. Ma capite che dovevo suonare almeno un’ora al giorno per imparare solfeggio ed esercitarmi al pianoforte tutte le settimane con pezzi nuovi; fare compiti e studiare per la scuola, che essendo parificata, prevedeva un esame di stato ogni anno per passare alla classe superiore; lo stesso valeva, ovviamente, anche per la scuola d’inglese, che al termine del ciclo annuale faceva sostenere esami interni per poter proseguire; e tutto questo alla tenera età di 7 anni. Insomma, prima o poi qualcosa doveva pure andare storto.

Il fattaccio avvenne al terzo anno della scuola di lingue. La mia insegnante venne sostituita da un giovane maschio baffuto, molto simpatico, che rideva spesso, ma aveva il piccolo, irrilevante difetto di non sapere spiccicare una-parola-una in italiano. Ora, va bene che di solito cercavano di farci parlare inglese tutto il tempo e la nostra lingua d’origine era utilizzata solo in caso di emergenza, ma proprio non poterla MAI usare per cercare di capire meglio le cose generava qualche difficoltà (almeno a me). All’epoca avevo 9 anni e il mio senso di responsabilità (oltre che la consapevolezza che per andare in quella scuola i miei genitori pagavano lire sonanti) era proporzionato all’età. Terminato l’anno e sostenuto l’esame di rito, il risultato fu: BOCCIATO! (ad essere precisi: rimandato. Ci sarebbe stato un esame di riparazione a settembre, che avrei superato e mi avrebbe permesso di passare comunque al livello successivo; ma questo, in quel momento, era irrilevante).

La tragedia che si scatenò fa impallidire i commediografi greci, e Romeo e Giulietta al confronto diventa un romanzo d’avventure. Nonna e zie materne mi circondarono consolandomi, accarezzandomi, baciandomi, maledicendo gli insegnanti che, naturalmente, con la loro incompetenza erano i veri colpevoli del mio fallimento. Mia madre scoprì strade e vicoli finora inesplorati e che non sapevo nemmeno esistessero per evitare le genitrici degli altri miei compagni. Credo di aver anche saltato qualche giorno a scuola (quella vera) per evitare domande inopportune delle altre mamme. E mio padre si chiuse in un cupo silenzio: la cena, quella sera, sembrava l’ultimo pasto di un condannato a morte.

In tutto questo, io ero beatamente tranquillo e non capivo proprio il perché di tutto quel subbuglio. Insomma, suonavo molto bene il pianoforte e ricevevo grandi complimenti a riguardo; a scuola (sempre quella vera) ero un gran secchione, tutti gli anni superavo l’esame di stato brillantemente; non vedevo proprio dove stava il problema di una rimandatura in inglese: avrei sostenuto l’esame a settembre e sarebbe finito tutto lì! Ma ormai avevo capito da tempo che gli adulti erano strani e si complicavano la vita inutilmente. Peccato che mio padre non fosse d’accordo con me. Pertanto, quando quella sera venne a sedersi sul divano per guardare la televisione, ed io, per fargli uno scherzo e farlo ridere, gli misi una appuntita matita sotto il sedere facendogli fare un salto alla Sara Simeoni, cominciò ad urlare come un forsennato, mandandomi bruscamente a letto gridando che ero in punizione fino a data da destinarsi e con mia madre che mi guardava con il suo tipico sguardo da “ma-come-fai-ad-essere-così-ingrato-con-noi-che-ti-vogliamo-tanto-bene-e-facciamo-tutto-questo-per-te” (Freud, mi leggi?). Ok, il gesto non era stato il più furbo che potessi fare, ma era a fin di bene, dopotutto.

Inutile dire che trascorsi l’estate a fare compiti di inglese tutti i giorni, rimediai l’esame a settembre, ma da allora mi rimase una cordiale antipatia verso ogni lingua che non fosse quella italiana (che continuavo ad amare moltissimo). Antipatia che si sarebbe manifestata anche in futuro davanti ai (a quel punto vani) tentativi di mio padre di farmi studiare anche francese e tedesco, nonché (ma qui la cosa si fece più complicata) in occasione dei miei approcci obbligati al latino e greco del liceo.

Le lingue per me furono veramente una passione, ma intesa in senso biblico, come quella di Cristo.


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C’è tutto un mondo intorno

Come si sarà capito dai post precedenti, mia madre, che come già detto era (è…) un filo possessiva, decise di tenermi attaccato a sè il più possibile, e fosse dipeso da lei probabilmente avrei avuto anche un precettore privato che sarebbe venuto ad insegnare direttamente in casa. Ma, ovviamente, non essendo realistico, si pose in famiglia il problema dei problemi: mandarmi all’asilo o no???

Mia madre, è chiaro, era ferocemente per il “no”! Strapparmi dalle sue amorevoli braccia prima del dovuto (ovvero dell’inizio della scuola dell’obbligo)? Mai! Mio padre, invece, era molto più pragmatico: entrando in contatto con il mondo esterno (perché esisteva un mondo, là fuori), mi sarei certamente ammalato (ci sono quelle fastidiose malattie infantili che all’epoca non prevedevano ancora nessun tipo di vaccino); ammalandomi, avrei perso fondamentali giorni di frequenza scolastica (il fatto che io sapessi già leggere, scrivere e far di conto era irrilevante); pertanto, meglio anticipare il tutto durante un innocuo periodo all’asilo, piuttosto che mettere seriamente a rischio la mia formazione rimandando il ferale momento del morbillo a quando avessi frequentato le ben più importanti scuole elementari! Vinse mio padre.

Così, come una Raperonzolo qualunque, fui strappato dalla mia torre dorata e buttato nel mare magnum della convivenza (più o meno) civile: insomma, feci il mio bravo debutto in società. Nella fattispecie, la “società” in questione era composta da nanetti e nanette tre-cinquenni che frequentavano il locale asilo gestito da (ebbene sì, ancora loro…) suore. Lo dico qui una volta per tutte: io non ho mai frequentato una scuola pubblica (salvo un anno di università, facoltà di Giurisprudenza) in vita mia, perché mica potevi mischiarmi col volgo! Vabbè vabbè dover per forza andare a scuola, ma almeno che fossero scuole di un certo livello (padre dixit).

La scoperta del fatto che esistevano elementi viventi e senzienti della mia stessa età con cui potevo interagire e, finalmente, giocare, fu per me una vera e propria folgorazione. Ricordo chiaramente un giorno in cui mia madre (caso, notate bene, che durante il periodo della scuola dell’obbligo non si verificò MAI PIU’) disse, speranzosa: “Se non vuoi andare all’asilo e vuoi restare a casa con me, non ti ci porto, eh”. Strabuzzai gli occhi, incapace di credere a quello che stavo sentendo: potevo restare a casa?! “NO NO! CI VADO, CI VADO!” Fu la mia ingenua e sincera risposta. Povera mamma, delusa in ogni sua aspettativa (e ancora non sapeva che fossi gay, che sarei entrato in convento, che ne sarei anche uscito… Insomma, ho dovuto abituarla alle delusioni con una certa gradualità, ma cominciando fin da subito: i genitori vanno educati il prima possibile).

Il cortiletto interno della scuola dove avrei frequentato asilo ed elementari

Il cortiletto interno della scuola dove avrei frequentato asilo ed elementari

Una piccola rivincita, però, mia madre la ebbe. Sin da quando avevo tre anni, mio padre iniziò a farmi ascoltare dischi, che collezionava affettuosamente, con brani di musica classica. Appena riuscii ad arrivare con le braccine abbastanza in alto da raggiungere il piatto, imparai a metterli da solo e a farli suonare quando volevo. Il mio preferito era Vivaldi con le sue “Quattro Stagioni”: lo ascoltavo fino alla nausea (di mia madre, che ogni tanto nascondeva il disco pur di non farmelo suonare più). Quando iniziai ad andare all’asilo, non si sa bene perché e percome, ai miei genitori venne in mente che mica potevo limitarmi a fare come tutti gli altri bambini: leggere, giocare, mangiare e dormire. No, io dovevo anche imparare a suonare uno strumento musicale, che si sa, nella vita può sempre servire! Generosamente, da parte loro, interpellato sulla scelta dello strumento in questione (su quella di imparare a suonare no, non fui interpellato, era un “si fà”, punto), mi venne spontaneo scegliere il violino, così amato nelle musiche vivaldiane ascoltate per tanto tempo. Ma lo strumento preferito di mia madre era il pianoforte. Inutile dirvi cosa iniziai a strimpellare a cinque anni, vero? In tutta onestà, il nostro sodalizio (mio e del pianoforte) fu lungo ed intenso: continuai a suonarlo fino ai 20 anni, con più che discreti risultati. Ad un certo punto, si pose anche la possibilità di andare al Conservatorio, ma si fecero altre scelte. Quando entrai in convento, fui costretto ad interrompere la mia attività artistica (si sa, il pianoforte non è esattamente uno strumento tascabile), ed ora ho perso ogni manualità. Quando torno a casa ci guardiamo (lui è ancora lì, in salotto) e ci sorridiamo complici, come due amanti che non fanno più l’amore ma il cui sentimento è rimasto immutato nel tempo.

Con l’asilo si concluse un primo, breve ciclo di vita, ed iniziò un nuovo pezzo di strada, come la nostra mai dimenticata CandyCandy che ad un certo punto dovette lasciare l’amata Casa di Pony. Ma (indovinate un po’) questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta (nel prossimo post… coming soon).