Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Amarcord: Time

Fin da piccolo, sono stato affascinato, forse anche un po’ ossessionato, dal concetto di “tempo” e, di conseguenza, dagli orologi.

Credo di avere avuto circa tre, quattro anni quando cercai per la prima volta di farmi insegnare a leggere quegli strani strumenti che gli adulti indossavano al polso. Il fatto, poi, che spesso coincidessero con dei gioielli mi attirava ancora di più (sono sempre stato attratto da tutto ciò che luccica, come una gazza ladra). In particolare, mia madre possedeva un orologio di oro bianco, con un bellissimo cinturino molto elaborato ed un quadrante talmente piccolo da renderlo quasi inutilizzabile; e, proprio perché così prezioso, lo teneva chiuso a chiave in un secretaire nell’ingresso di casa, la cui chiave era nascosta dentro una borsetta di pelle, a sua volta seppellita in fondo ad un cassetto… dello stesso secretaire! Insomma, una cosa che avrebbe trovato anche un ladro non vedente con le mani legate dietro la schiena, ma che ai miei genitori sembrava il massimo della sicurezza. Se lo avrebbe trovato un ladro, figuriamoci io; che, infatti, ogni tanto, di solito quando mia madre era impegnata in altro e sufficientemente distante da me, prendevo la famosa borsetta, estraevo la misteriosa chiave, aprivo l’inespugnabile secretaire e prendevo, rimirandolo come se fosse l’oggetto più bello del mondo, il (ai miei occhi) magico orologio. Mi sembrava di essere a volte Aladino che penetrava nella caverna dei 40 ladroni, a volte un mago che andava alla ricerca di un manufatto di ineguagliabile bellezza ed indicibili poteri. Per cercare di farmi desistere, mia madre spostava la preziosissima borsetta dal cassetto numero uno al cassetto numero due, alternativamente, rendendomi la vita tremendamente difficile (o perlomeno, così era convinta).

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Il primo orologio da polso che IO ebbi in regalo fu, come da prassi (era usanza ai miei tempi per tutt* i comunicandi), in occasione della mia prima Comunione. Era un Breil (“Breil? Ok!” recitava la pubblicità dell’epoca), ed a chi lo acquistava veniva regalata anche una tartarughina d’acqua (non ho mai capito cosa c’entrassero le tartarughine d’acqua con l’orologio: forse era impermeabile, ma sinceramente non ricordo); i parenti che me lo portarono avevano un negozio di orologi, e quindi tante, TANTE tartarughine, di cui sospetto volessero liberarsi il più velocemente possibile; per cui a me arrivò UN orologio e CINQUE rettilini, con grande sconcerto di mia madre e palese eccitazione di mio padre, che andò subito a comprare un acquario apposito, un cibo apposito, delle piantine acquatiche apposite, insomma tutto quello che poteva rendere felice la permanenza di quelle creaturine in casa Borgialli. Inutile dire che le sfortunate non durarono nemmeno una settimana; ma ricevettero un funerale sontuoso e colmo di lacrime (le mie) nel water del bagno principale di casa.

Ma quelli che mi eccitavano di più erano non gli orologi da polso, quanto quelli da tavolo o da parete che SUONAVANO! Questi non solo scandivano il tempo, entità misteriosa così legata alla vita ed ai suoi cicli, ma addirittura lo facevano con rintocchi solenni, come le campane, o con solo apparentemente allegri carillon, che in realtà chissà quali misteriosi messaggi segreti celavano nelle loro note. Due erano i protagonisti indiscussi di casa, in questo senso.

Il primo era un bellissimo (ai miei occhi) pendolo da parete, appeso proprio di fronte al famoso secretaire. Adoravo il battere di ogni ora, ed aspettavo con ansia di sentirne i rintocchi; un po’ meno i miei genitori, che lo ritenevano una gran rottura di scatole (anche perché i famosi rintocchi battevano pure di notte… Io non li sentivo, ho sempre goduto di un sonno profondo, loro sì). Infatti, un bel giorno smise di rintoccare, perché non più caricato; e, essendo troppo in alto per le mie manine, non potei evitare che cadesse in un oblio silenzioso. Il meccanismo, non più usato, si bloccò, e quando finalmente riuscii ad arrivare al quadrante mi accorsi che non oscillava più.

Il secondo era invece un orologio da tavolo: aveva un quadrante dorato con numeri romani, lancette elaborate ed un bel sole in metallo, anch’esso dorato, sulla cassa. Sembrava un piccolo campanile, non fosse per il fatto che non finiva a punta, ma con un’elegante calotta arrotondata. Lui suonava allo scoccare di un’ora precisa, come una sveglia, con un carillon dal suono delicato e la melodia un po’ triste, come dicesse “Tempus fugit, tempus fugit…” in una sorta di rassegnata malinconia. Fui io, in questo caso, l’artefice del suo silenzio: anche per lui i miei genitori avevano scelto l’oblio, smettendo di caricarlo, ma questo era decisamente più a portata di bimbo, perché posizionato su un mobile che ero in grado di raggiungere. Così, tentando di farlo rivivere, ne decretai la fine sforzando eccessivamente la molla che lo caricava, inconsapevole della delicatezza di quei misteriosi meccanismi. Sentii  una specie di “SPROING” e le lancette si fermarono. I miei genitori se ne accorsero solo diverso tempo dopo, proprio perché non se ne curavano più di tanto, e decisero di buttarlo via. Ma io non potevo permetterlo, e chiesi lacrimando di tenerlo, magari chiudendolo da qualche parte, ma con la speranza di poterlo far rivivere, un giorno. Così lo salvai, ma venne messo da parte, e gli anni passarono; prima io me ne andai di casa, poi mio padre si ammalò, infine anche mia madre si arrese all’incedere del tempo (sempre lui…) e dovetti farla ricoverare presso la casa di riposo di Rivarolo, finché venne a mancare lo scorso giugno.

Mentre mettevo a posto i suoi effetti personali, decidendo cosa tenere e cosa no, mi imbattei in lui, il piccolo orologio ormai fermo da decenni: e decisi che quello sarebbe stato ciò che avrei tenuto come ricordo; quello, e non altro. Sì, perché con tutti i cambiamenti, gli spostamenti, i traslochi, le trasformazioni che ho vissuto, mi sono abituato a non portarmi dietro nulla o quasi delle mie “vite” precedenti, se non uno, massimo due oggetti per volta, per me particolarmente significativi. Ecco che del periodo di Valdocco ho un’icona regalatami da Marco L., di cui ero inconsapevolmente innamorato; del convento ho tenuto il saio da francescano; del periodo in cui ero a Roma per laurearmi ho un crocifisso in tessere di mosaico d’oro regalatomi da un confratello croato a cui avevo corretto la tesi; e della casa in cui ho vissuto con mio padre e mia madre ho voluto tenere lui, l’orologio.

L’ho portato da un orologiaio, con poche speranze di vederlo rinascere. Ed invece “E’ il bilanciere che è rotto… Questi meccanismi sono piccoli, sottili come dei capelli… Ma ho un amico che ha dei pezzi di ricambio, lo chiamo e vediamo… – Sì, sì ciao. Senti ho un orologio così e cosà… Certo, certo… Aspetta che chiedo- Sarebbero 150 euro, è un po’ caro, per lei va bene? -Sì, sì il cliente dice che va bene, mandamelo pure- Allora la chiamo io quando è pronto, ok? Grazie, buona serata”

Quando entrate in casa mia (i/le pochissim* che possono farlo), lo vedete all’ingresso, sulla libreria. Ogni tanto lo faccio suonare, con quel carillon così delicato, e così malinconico… “Tempus fugit, tempus fugit…” sembra dire. Ma il tempo è come il sole, una ruota che gira. E, prima o poi, tutto torna; anche gli orologi dal passato.