Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Annus horribilis – Parte sesta

Si stava avvicinando l’estate, e con essa almeno due appuntamenti: uno, i primi esami universitari; l’altro, il tentativo ad ogni costo di entrare in postulato ed andarmene da quella casa nella quale non ritenevo più possibile restare. Sapevo che la seconda scadenza si sarebbe dovuta realizzare quell’autunno, o sarei rimasto inchiodato per i prossimi 4 anni almeno, e non ero psicologicamente ed emotivamente nelle condizioni di poterlo accettare.

Ma non ero comunque preparato, quel giorno che salii al Monte, a sentire quello che mi disse p. Luca. “P. Cesare ha deciso che puoi saltare tutta la solita trafila che normalmente viene richiesta per entrare in postulato. Devi però trascorrere almeno una o due settimane nel convento dove dovrai andare, in modo che possiate reciprocamente conoscervi; dopodiché, se per la fraternità andrà bene, potrai comunque iniziare questo autunno”. Ecco la mia espressione in una rara immagine dell’epoca.

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Cos’era successo per far velocizzare così tanto la situazione? Lo venni a sapere alcuni mesi dopo. Mio padre, preso evidentemente da un raptus di demenza senile anticipata, perché sennò non si spiega, aveva preso carta e penna e scritto direttamente allo stesso p. Cesare. Non ho mai letto personalmente la lettera in questione, mentre 2 anni fa, quando per motivi che saranno raccontati un’altra volta (molto, molto più avanti) ho dovuto mettere mani a tutta una serie di documenti che avevo nella vecchia casa dove viveva ancora mia madre, venni in possesso della risposta del frate, che confermava nella sostanza quello che mi avevano detto essere i contenuti dell’iniziativa paterna.

Fondamentalmente mio padre diceva di me, l’amato figlio, che ero un fancazzista, un bugiardo, una persona falsa e di cui non ci si poteva fidare, e che accogliendomi tra loro i frati avrebbero commesso uno dei più grandi errori della loro storia, di cui si sarebbero amaramente pentiti. La bellezza dell’amore paterno…! La genialata, come se la cosa in sé non fosse già abbastanza discutibile, era di citare come teste inequivocabile il famoso Roberto C., che sia p. Luca che, di conseguenza, p. Cesare conoscevano molto bene (e che di lì a pochi mesi sarebbe stato scomunicato ufficialmente dalla Curia vescovile torinese). Ovvio che il buon Provinciale capisse, a seguito di questa serie di perle dispensate sul mio conto, che le mie affermazioni in fondo non erano affatto così esagerate come potevano sembrare, e che realmente correvo il rischio di restare ingabbiato in una realtà che a questo punto si rivelava essere anche vagamente pericolosa dal punto di vista psicologico ed ambientale per come si stava venendo a delineare.

Tornai a casa, da una parte quasi non toccando terra con i piedi dalla felicità, dall’altra pensando a come architettare la richiesta di trascorrere almeno quell’unica settimana in convento. Tra l’altro, il postulato in questione, come già accennato in altri post, era fuori Torino, a Pinerolo, paradossalmente su una collina esattamente di fronte a dove si trovava, a poche centinaia di metri di distanza in linea d’aria, il noviziato dei Salesiani dove, se le cose avessero seguito un altro corso, io mi sarei dovuto trovare esattamente in quel momento. Lo presi come un segno.

Decisi di giocare la carta, che sapevo avrebbe sempre fatto breccia nelle difese paterne, della tripletta università-voti-stanchezza. Mi presentai al pre-appello per il primo esame universitario, a fine maggio, in modo da poter partecipare al secondo appello qualora l’esame non fosse andato bene (per regola universitaria, infatti, non ci si poteva presentare a 2 appelli consecutivi per lo stesso esame; utilizzando il pre-appello, però, si poteva di fatto dare 2 volte lo stesso esame nella medesima sessione, cosa che normalmente non sarebbe stata possibile). La scelta cadde su Diritto Costituzionale, intanto perché era uno dei pochi che realmente mi piaceva, poi perché il docente era formalmente il prof. Pizzetti, che però, essendo entrato a far parte della commissione tecnica dell’allora governo Goria, non aveva di fatto mai tenuto nemmeno una lezione, salvo tornare in tempo per farci sostenere gli esami, a seguito della caduta anticipata del Governo in questione, e che godeva fama, meritata, di essere particolarmente severo.

I miei genitori, evidentemente, avevano la memoria corta e non pensavano più alla famosa storia del pagellino di un paio d’anni prima (“Piccoli falsari crescono”), perché caddero facilmente nel mio inganno: avevano detto che ero un bugiardo ed una persona falsa? Si sarebbero accorti di quanto avevano ragione, se solo volevo recitare una parte. Andai, ovviamente, all’esame, perché dovevo produrre la firma che attestava che avessi realmente provato a sostenerlo; ma feci sostanzialmente scena muta davanti al docente, che quindi mi rimandò velocemente a casa. Casa dove io sostenni, con una certa fierezza, di aver dato una prova più che discreta, ma che mi aveva fruttato un banale 24 “E non voglio” dissi con convinzione “iniziare con un voto così basso che può rovinarmi tutta la media successiva!” Naturalmente mio padre non poté che darmi assolutamente ragione: non fosse mai che suo figlio (lo stesso fancazzista di cui aveva amorevolmente scritto) prendesse meno di un 27 o 28! Trascorse il mese e mezzo circa che mi separava dal secondo tentativo, durante il quale, probabilmente per tutta la tensione vissuta fino a quel momento, mi ammalai. Fu quindi facile tornare, dopo essermi di nuovo presentato all’appello, dicendo con aria furibonda “Appena mi sono seduto mi ha guardato e mi ha detto: -Lei è venuto qui un mese fa e torna adesso credendo di poter di nuovo sostenere l’esame a così poco tempo di distanza? Se ne vada-! Non mi ha praticamente fatto nessuna domanda!” Cosa che, peraltro, questa volta era abbastanza vera, perché le cose si svolsero realmente così dopo che il prof. Pizzetti mi ebbe fatto la prima, ed unica, domanda ed io feci, volutamente, scena muta.

L’esito dell’esame, voluto, abbinato alla malattia che avevo avuto, non voluta ma assolutamente provvidenziale, bastarono per dimostrare la mia stanchezza e prostrazione fisica. Dissi che se non mi fossi riposato un minimo rischiavo di bucare anche gli esami della sessione autunnale e che quindi dovevo staccare un po’ con la testa e respirare un po’ di aria diversa… fresca… tranquilla… e che, guarda caso, p. Luca mi aveva invitato a trascorrere una decina di giorni a Pinerolo.

Mia madre entrò in fase di “allarme rosso” totale, iniziando di nuovo con le sue crisi isteriche durante le quali no, assolutamente no, io in quel convento non ci sarei MAI andato. Ma mio padre, per il quale i miei risultati scolastici avevano la precedenza assoluta su qualunque cosa, convinto probabilmente anche dell’esito positivo della geniale iniziativa che aveva preso con la famosa lettera inviata a p. Cesare, decise che ci sarei andato. Dieci giorni, non uno di più. E mi avrebbero accompagnato loro, in auto, per vedere il luogo in cui mi sarei trovato. Le persone no, perché non avevano intenzione nemmeno di incontrarle.

Un pomeriggio di fine luglio, quindi, mi trovai finalmente davanti alla porta del convento di Pinerolo con il mio zaino, ed i miei genitori che mi salutavano; mio padre, forse, più perplesso, come se avesse finalmente capito di essere caduto in una trappola; mia madre che, come tanti anni prima, ripeteva “Adesso stai qui dieci giorni, poi torni a casa e non vai via maipiùmaipiùmaipiù!”, stringendomi con le lacrime agli occhi. Ma con una sorta di maggiore disperazione nella voce, come se in qualche modo capisse che, stavolta, le cose stavano precipitando verso una situazione su cui non aveva più controllo. Non aspettai nemmeno che partissero, mi voltai ed entrai. Cominciava il mio primo periodo in un convento cappuccino.


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Annus horribilis – Parte seconda

Il viaggio a Medjugorie aveva lasciato strascichi su mia madre di cui non mi ero immediatamente reso conto. Aveva iniziato a ricercare il contatto con gruppi, persone, avvenimenti dove un presunto e deviato senso del miracolistico aveva preso il sopravvento su qualunque altra forma di spiritualità e religiosità. La frequentazione, fisica e/o telefonica, di movimenti mariani e non, in cui più si gridava al prodigio più si credeva di entrare in contatto con una qualche entità superiore era diventata, per lei, quasi una forma ossessiva. Non stupisce, quindi, che anche per quanto riguardava me ed i miei, per lei e mio padre, incomprensibili comportamenti nei confronti loro e delle scelte che LORO facevano, cercasse risposte presso elementi che avevano più a che fare con fattucchiere e approfittatori della creduloneria popolare che con la fede. Ma quali erano questi comportamenti che tanto creavano problema?

In contemporaea con quanto raccontato nel post precedente, dovetti sottopormi ad una visita per la colonna vertebrale. Non sono mai stato uno sportivo ne’ ho mai dato peso alla forma fisica, specie da bambino, anche in questo spinto dai miei genitori che ritenevano assolutamente più importante per il mio sviluppo di persona suonare il pianoforte piuttosto che frequentare le già di per sé superficiali lezioni di educazione fisica fin dalle elementari. Nel tempo, quindi, avevo sviluppato tutto un po’ di tutto: scoliosi, lordosi e cifosi, non a livelli patologici, ma sufficienti per farmi avere continui problemi posturali e conseguenti fastidi. Inoltre, la pratica quotidiana al pianoforte, di non meno di 2 ore giornaliere, con la posizione che richiedeva a schiena-spalle-braccia-mani, non mi aveva certo aiutato. Il dottore che mi visitò, quindi, mi prescrisse una serie di sedute di fisioterapia ed esercizi presso una struttura di Torino, dove mi dovevo recare due volte a settimana, alternando queste mattinate con quelle in cui dovevo frequentare l’Università. In sostanza, quindi, mi trovavo di nuovo a fare il pendolare ogni giorno, come era stato per gli 8 anni precedente, eccezion fatta per il periodo trascorso in comunità vocazionale.

Cosa c’entrava tutto questo con mia madre? Per due motivi principalmente. Intanto, approfittavo del mio essere a Torino per continuare ad andare al Monte dei Cappuccini da p. Luca. Non avevo messo da parte il mio intento di entrare a far parte dell’Ordine dei frati francescani, ovviamente, ed ero stato scioccamente così incauto da non nasconderlo ai miei genitori. Del resto, la frequentazione del Monte era l’unica boccata di aria fresca che avevo in quel periodo di oppressione che vivevo quotidianamente. Ma, e questo fu il vero problema, continuavo anche a vedere Marco L., quello che per primo mi aveva accompagnato da p. Luca e che non mi lasciava indifferente, diciamo così, a livello fisico, perché ormai di fatto viveva in convento, pur continuando a svolgere il proprio lavoro. Infatti, come era per i salesiani, anche per entrare nei frati Cappuccini si dovevano seguire delle tappe, che prevedevano alcuni periodi, più o meno lunghi in base alle possibilità personali (perché qui avevamo a che fare con persone adulte, non più con ragazzini incasellati in orari scolastici), trascorsi in convento per sperimentare la vita comune, per poi passare al cosiddetto “postulato”, dove invece si viveva per almeno un anno in fraternità in modo costante, per finire con il già conosciuto “noviziato”. Ovviamente, quindi, l’accoppiata “Monte dei Cappuccini-Marco L.” erano per me un richiamo irresistibile.

Richiamo che, secondo mia madre, mi allontanavano di nuovo da lei, che già scottata dall’esperienza salesiana era diventata sempre più ossessiva ed ossessionata. Un giorno mi sorprese al telefono proprio con Marco (nel secolo scorso non esistevano i cellulari, ahimè…) e scoppiò in una scenata isterica, come se stessi cospirando chissà quali nefandezze. Il tempo di rientrare dal lavoro mio padre e la sera stessa dopo cena, “Da domani non andrai più a Torino per la fisioterapia, ma solo per le lezioni all’Università. Tanto sappiamo gli orari (avevo l’obbligo di frequenza, quindi non potevo sgarrare), quindi da adesso in poi ti dedicherai solo allo studio. Non devi perdere tempo dietro ai frati o ad altro, se ne parlerà una volta che ti sarai laureato” fu la sentenza emessa.

Mi chiesi se fossero impazziti o cosa. Fui talmente scioccato da non riuscire a replicare praticamente nulla, guardandoli con bocca aperta ed occhi spalancati come mi trovassi in un horror di serie B. Non avevo via di scampo, perché non solo ero costretto a frequentare le lezioni, ma con me erano iscritte alla stessa facoltà delle ragazze con cui si seguivano insieme i corsi e che, soprattutto, erano figlie di amici di famiglia, da cui, quindi, i miei genitori potevano tranquillamente sapere se effettivamente frequentassi l’Ateneo o meno. Se già prima mi ero sentito in gabbia, adesso mi pareva di non avere più ossigeno per respirare, ed entrai in uno stato di agitazione costante.

“Per il momento non possiamo fare altro, tieni duro e fai come ti dicono, magari con il tempo, vedendo che stai tranquillo, anche i tuoi si rilasseranno ed allenteranno la tensione…” mi disse un pochissimo convinto p. Luca quando, disperato, gli raccontai della cosa. “Non capisco, non ce la faccio… Non posso continuare così, ormai sono quasi 3 mesi che andiamo avanti… Io non capisco cosa gli abbia detto questo Roberto C…” “ROBERTO C.?”

I miei genitori si erano lasciati sfuggire di essere andati da un presunto veggente della nostra zona, appunto tale Roberto C., e che era stato lui a suggerire loro di stringere la morsa nei miei confronti. Tale individuo, però, era ben conosciuto da p. Luca, che si era occupato di lui per conto della Curia vescovile, proprio per capire di che tipo di persona si trattasse. “Cerca di capire cos’ha detto su di te e poi fammelo sapere” fu quindi la sua richiesta. Niente di più facile.

La rabbia e la paura che covavo da tempo dentro di me non chiedevano altro che una scusa per trovare un violento sfogo, e questa fu la scintilla di uno scontro che volutamente cercai con mia madre. Cominciai, tornato a casa, ad urlare, volutamente, per liberarmi della tensione nervosa, per ferirla, per restituirle il male che mi stava facendo. Ma lei fece altrettanto, gridando che lei mi aveva voluto, era venuta a cercarmi in brefotrofio, e quindi “TU SEI MIO!”. Ed il famoso Roberto C., vedendo una foto che i miei gli avevano portato, aveva sentenziato che io ero gay, anche se non poteva dire se avessi già avuto esperienze sessuali o meno, e quindi di fare attenzione alle persone che frequentavo. Da qui, la proibizione assoluta di vedere Marco L., e già che c’eravamo anche p. Luca.

Quando, a metà tra lo sconvolto e il furioso, raccontai allo stesso frate quanto sopra (dopo aver raccontato ai miei non so più quale scusa per poter salire al Monte) “Strano”, disse lui guardandomi attentamente “Roberto è uno sfruttatore ed una persona sporca, ma ha delle innegabili capacità parasensoriali, e di solito quello che dice di una persona è vero…”. Certo che era vero, ma io non ne ero ancora consapevole, ed in quel momento non mi interessava affatto, anzi lo ritenevo la farneticazione di un pazzo che cercava solo (ed anche questo era assolutamente inoppugnabile) di sfruttare economicamente ed emotivamente i miei. E se di mia madre non mi stupivo, non riuscivo a capacitarmi di come mio padre, di solito assolutamente razionale e concreto, fosse caduto preda di simili deliri da streghe di paese.

Ma anche così non se ne usciva. Si stava avvicinando Natale, erano trascorsi ormai 3 mesi in un crescendo di vessazioni, sospetti, paure e rinfacciamenti reciproci tra me ed i miei e la situazione, con quella nuova rivelazione, era diventata emotivamente e psicologicamente insostenibile. Mancava davvero poco.


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Annus horribilis – Parte prima

La decisione che avevo preso non era stata indolore ne’ priva di conseguenze. Ero semplicemente sconvolto: cosa dovevo fare? Che direzione intendevo dare alla mia vita? Ero abbastanza certo di voler entrare a far parte dell’Ordine dei Frati Cappuccini, ma non era una cosa immediata, ci sarebbe voluto almeno un anno prima che questo potesse realizzarsi: e nel frattempo?

Arrivavo da una Maturità che definire deludente è un eufemismo, da un anno di vita sia scolastico che in comunità vocazionale assolutamente pesanti, dal vedere infranto quello che pensavo fosse il mio progetto di vita da sempre. Volevo una scossa forte, poter fare qualcosa che non avevo mai fatto prima, staccare completamente con il mio essere precedente e dare un taglio differente alle mie giornate. Mi sarei cercato un lavoro! Intendiamoci: non volevo certo rinunciare agli studi universitari, qualora non fossi entrato in convento (ed ormai non ero più certo di nulla), ma l’idea di rimettermi immediatamente a studiare dopo l’esperienza traumatica di Valsalice mi dava semplicemente la nausea ed un senso di rifiuto assoluto. Inoltre, mi rendevo conto di non sapere praticamente niente della vita, di essere sempre dipeso dai miei genitori, e sentivo l’esigenza di capire cosa volesse dire avere un lavoro con i suoi ritmi e le sue esigenze, e cosa significasse guadagnarsi uno stipendio. Non intendevo, quindi, cercare una sistemazione definitiva, ma un qualcosa di passaggio, tipo commesso o cameriere, che quindi potesse essere interrotto velocemente e senza conseguenze qualora la mia strada fosse andata verso l’Ordine Cappuccino o gli studi universitari.

“Domani andrai a Torino ad iscriverti all’Università”. Quella sera a cena rimasi ghiacciato. “No, io non voglio andare all’Università, non me la sento di ricominciare subito gli studi, mi fermo per un po’ poi ricomincio, devo staccare con la testa”. “Non dire sciocchezze! Tu non farai niente che non decida io! Sei a casa mia e finché starai sotto questo tetto farai quello che dico IO! TU farai l’Università e ti iscriverai a Giurisprudenza!” Il tono di mio padre era via via salito fino ad arrivare alla fase, che ben conoscevo, che non ammetteva nessuna possibilità di replica. E mia madre, che di solito in quei casi giocava il ruolo di intermediaria, rimase immobile, lo sguardo freddo chino sul cibo, continuando a mangiare come se nulla fosse. Era evidente che il mio destino era stato deciso congiuntamente, visto che l’idea del figlio avvocato era, come già ho accennato in precedenza, un chiodo fisso materno. Mi sentii soffocare. Se Università doveva essere, almeno che fosse Lettere o Filosofia, le mie due amate materie umanistiche. “Non dire scempiaggini” ribatte sprezzante mio padre quando provai almeno quel compromesso. “Sono materie inutili che non ti daranno da mangiare. Ho detto Giurisprudenza, e non si discute!”.

Smisi di mangiare, con stizza, ma non riuscii a replicare. Salii in camera e lasciai che il blocco che si era formato in gola si sciogliesse con tutta la rabbia che avevo in corpo, ma sentendomi del tutto impotente, e quasi violentato. Sapevo che continuare ora sarebbe stata una battaglia persa in partenza, ed aspettavo di poter giocare le mie carte, ben poche peraltro, in un altro momento. Ma non sapevo che quello era solo l’inizio di un crescendo che avrebbe cambiato per sempre i rapporti tra me e la mia famiglia.