Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-2)

Il bus che avremmo dovuto prendere partiva presto… MOLTO presto. E quindi, quando arrivammo alla fermata di ritrovo a Torino, mio padre era già scoglionato (cosa assolutamente nella norma, dato il suo carattere così accondiscendente). Il bus in questione, poi, era a 2 piani, ed era la prima volta che tutta la famiglia Borgialli ne vedeva uno: potete quindi immaginare la mia eccitazione ed il mio non pensarci nemmeno mezzo secondo per decidere che noi saremmo assolutamente saliti al piano superiore! Quasi tutti gli altri compagni di viaggio, che ovviamente non conoscevamo, erano già seduti. Non li conoscevamo, ho scritto? Durò poco.

“Pina! Ma siamo in una piccionaia!” risuonò l’entusiastico (si fa per dire) commento paterno, con la voce discreta che lo contraddistingueva. “Zitto, Gino!” sussurrò, ormai inutilmente, l’imbarazzata madre. Ecco, la conoscenza, almeno per quanto riguardava la nostra simpatica famigliola, era bella che fatta. Da quel momento, mio padre divenne il punto di riferimento per tutto il gruppo, guida compresa, che si sbellicava ai suoi racconti, si inteneriva ascoltando della sua malattia (ops, non ne ho parlato… rimedierò con un “Amarcord”), si indignava quando parlava di politica. Sì, perché mio padre tanto era compagnone e simpatico in pubblico, quanto diventava serioso ed a volte aggressivo (con la voce) in famiglia. Mi chiedo da chi abbia potuto prendere io, almeno nel voler essere appariscente…

Comunque, a me la cosa in fondo stava benissimo: laddove mio padre avesse catalizzato attorno a sè, e di riflesso a mia madre, l’attenzione, io sarei stato più libero di farmi i fatti miei, almeno per quello che avrebbe potuto essere in una “gita” in bus che sarebbe durata poco meno di 2 settimane. Infatti, il tragitto era un vero e proprio tour: scendendo verso Ancona, da dove saremo partiti, ci dovevamo fermare alla Basilica di Loreto. Al ritorno, poi, era prevista una tappa a s. Giovanni Rotondo di ben 3 giorni, per visitare, oltre ai luoghi di p. Pio, anche Monte s. Angelo, con il santuario di s. Michele. Insomma, una vagonata di quel tipo di religiosità per cui stravedevo, proprio. Nel mezzo, Medjugorie, appunto, dove ci saremo fermati 5 giorni. Ovviamente, fin da quel momento cominciai a pensare a cosa chiedere come contrappasso per farmi risarcire dai miei genitori per quel girone dantesco in cui mi ero venuto a trovare.

Il santuario della Madonna di Loreto non mi piacque particolarmente. Lo trovai enorme e ben poco predisposto alla preghiera ed alla meditazione. Ovviamente, ancora non potevo sapere che vi sarei tornato molte volte, in seguito, una volta diventato frate cappuccino, proprio perché retto dal medesimo Ordine di cui avrei fatto parte anch’io. Marco M., invece, che era molto più “mariano” di me (nel senso che aveva una predilezione per tutto ciò che riguardava la Madonna, e si interessava di ogni santuario, ogni racconto, ogni leggenda, ogni fuffa possibile), rimase affascinato da tutta quella “grandeur” ed ogni angolo, ogni colonna, ogni cero erano suoi. E meno male che avevo voluto ci accompagnasse per non sentirmi troppo immerso in religiosate da comari! Non ci fermammo molto, in fondo: giusto il tempo di una Messa, e di un rosario, e di una predica da hoc di uno dei frati cappuccini, e del racconto di come la casa di Maria (quella VERA, eh!) fosse stata trasportata dagli angeli e deposta PROPRIO LI’, e dell’immancabile visita al negozio di chincaglieria religiosa (quella, almeno, gradita anche a me). Insomma, dopo quel primo, lunghissimo pomeriggio volevo già morire.

Ma la delusione maggiore arrivò al porto di Ancona, dove ci saremmo imbarcati su un traghetto che, durante la notte, ci avrebbe portati a Dubrovnich (o Ragusa che dir si voglia), in Croazia: il bus a due piani NON ENTRAVA! Con le lacrime agli occhi dovetti abbandonare il posto che mi ero conquistato con tanto amore nella piccionaia, e trasbordare in un dei due bus sostitutivi che avremmo dovuto usare da quel momento in poi. No, decisamente Medjugorie si stava facendo odiare sempre di più.


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Svengooo…

Ci sono alcune cose che ho sempre desiderato fare nella vita. Alcune di queste sono raggiungibili, altre meno. Ad esempio, mi sarebbe sempre piaciuto sapere cosa si prova a cadere nel vuoto. Ora, non che questo sia impossibile da realizzare, ma credo che dopo questa esperienza non avrei modo di provarne altre… Ci sono dei surrogati, certamente, tipo il bungee-jumping, ma non sono esattamente quello che vorrei provare (e, comunque, dopo essere stato operato al cuore, anche questo è diventato un desiderio abbastanza irrealizzabile).

Sarei contento di sapere cosa si prova a drogarsi od ubriacarsi, perdendo completamente il controllo. Ebbene sì, non mi sono mai ubriacato: non amo l’alcool, sono quasi del tutto astemio, ed il bere non solo non mi alletta, ma proprio non mi piace. Viceversa, ho fumacchiato un paio di volte hashish, ma non ho provato nulla di che… così come ho usato in rarissimi casi il popper (ehm…), ma anche in queste situazioni non ho avuto chissà quali illuminazioni. Intendiamoci: non sono un amante dello sballo, tuttaltro, il massimo della mia trasgressione credo sia fare indigestione di Nutella, ma ho un problema con il controllo. Sono un maniaco del controllo, soprattutto su me stesso, i miei sentimenti, le mie reazioni. E’ ovviamente una piccola forma patologica, che ho cercato nel tempo di controllare (controllare il controllo… il massimo del non-sense, credo!), o quantomeno di dirigere (anni di Yoga, meditazione za-zen, forme varie di autoanalisi ed autocoscienza… le racconterò, ovviamente); ma, proprio per questo, mi piacerebbe una volta perdere ogni forma di freno inibitore e fare qualcosa del tipo ballare seminudo in mezzo ad un mare di gen… ops, è vero, ho fatto anche questo… Vabbè, ci siamo capiti.

Comunque, una delle cose che ho sempre desiderato provare, per capire in cosa consistesse e cosa succedesse, era svenire. Sì, svenire. Del resto, una vera diva DEVE svenire almeno una volta nella vita, sennò che diva è? E, almeno questo, è un desiderio che riuscii ad esaudire.

Era estate, faceva un caldo allucinante, ed il continuo passaggio da luoghi con aria condizionata sparata a mille e visione di pinguini annessa ad esterno con temperature da deserto del Sahara mi aveva causato una fantastica influenza intestinale. Era notte inoltrata, ed io mi giravo e rigiravo (senza sapere dove andare… ah no, quello è Baglioni) nel letto, madido di sudore e con allarmanti crampi alla pancia. La mia camera era a fianco, e collegata, da una lato con quella dei miei genitori e dall’altro, tramite un fighissimo passaggio segreto (nel senso che era mascherato da una porta di un armadio a muro a 6 ante), al bagno. Potevo, quindi, andare liberamente a svolgere le mie funzioni fisiologiche senza svegliare nessuno, e così feci (ecco, “feci” direi che è il termine giusto, vista la situazione).

Ovviamente, ero già disidratato di mio, il caldo, afoso e pesante nonostante le ore notturne, fece il resto, per cui, mentre tornavo in camera mia, sentii girare la testa, mi si annebbiò la vista, poi… il buio. La prima cosa che vidi, per me quasi senza soluzione di continuità, furono le facce stralunate e preoccupatissime dei miei genitori che mi stavano praticamente incollate addosso (aumentando peraltro il caldo e la mancanza di ossigeno…), mentre io, non sapevo bene come, dallo stare in piedi mentre uscivo dal bagno mi ritrovavo, non capendo come ci fossi finito, sdraiato a letto con una pezza bagnata sulla fronte.

Misi a fuoco (per quello che la mia fortissima miopia mi consentiva) quei due visi stravolti (ma non ero io a stare male?) e chiesi: “Che ci fate qui? Cos’è successo?”

“Oddio! Sei svenuto! Come ti senti! Sei svenuto! Ti sei fatto male? Sei svenuto! Ti abbiamo sentito cadere per terra! Sei svenuto! Hai battuto la testa?! Sei svenuto! Oddio! Sei svenuto!” Una delle cose che ho sempre apprezzato dei miei è il loro sangue freddo e la capacità di mantenere un atteggiamento razionale e costruttivo. Ma posso anche capire di non averli aiutati, sorridendo come un ebete e dicendo: “Ma allora è questo che si prova quando si sviene! Come sono contento!” “CHIAMO IL DOTTORE!” (certo, erano solo le 3 di notte).

In sostanza, ero svenuto, (nel caso qualcun* non lo avesse ancora capito), precipitando contro le ante del famoso armadio-passaggio in bagno mentre stavo tornando a letto; l’effetto caduta-a-sacco-di-patate era quindi stata attutita dalle porte del medesimo, e io mi ero di fatto afflosciato come un fiore appassito (ho sempre desiderato scriverlo!), facendo però abbastanza rumore da svegliare i miei che dormivano nella stanza accanto.

Il dottore venne il giorno dopo; a me prescrisse degli integratori e fermenti lattici, a mia madre un Prozac (a mio padre nulla, ma solo perché era al lavoro, immagino). Un paio di settimane ed ero come nuovo, naturalmente, e da allora, almeno fino ad oggi, l’evento non si è più ripetuto. Ma resta una delle cose più belle che ricordi della mia adolescenza!


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La notte vola! (Amici Miei: parte seconda)

Una delle attività preferite delle nostre sere estive era fare infinite camminate per le strade del paese, parlando e parlando e camminando e camminando e chiacchierando e chiacchierando, come criceti che girano incessantemente nella stessa ruota. Eppure a noi sembrava di godere di chissà quale libertà, visto che potevamo tornare a casa addirittura a mezzanotte (!) ed investire i (pochi) soldi disponibili in gelati che rinfrescavano le nostre eterne passeggiate.

Era l’89 (faccio un piccolo salto temporale in avanti per praticità) ed era l’anno di “Odiens”, spettacolo di Canale 5, con la sigla cantata e ballata da Lorella Cuccarini (per maggiori informazioni, potete vedere http://it.wikipedia.org/wiki/La_notte_vola). Ora,non ricordo se l’ho già scritto, ma nel caso tornerò a fare una rivelazione che vi sconvolgerà: sono gay! E noi gay siamo un po’ strani: abbiamo la fissa di crearci delle icone, miti dello spettacolo, di solito donne, che spesso e volentieri con noi fanno fortuna e conseguentemente ci sfanculano appena possono. Si annoverano tra le tante la Zanicchi, Patty Pravo, Amanda Lear. Ed Heather Parisi.Lorella_Cuccarini_La_Notte_Vola_mezzo

A-DO-RA-VO la Parisi. Mi piaceva il suo modo di ballare, il suo famosissimo stacco di gamba, la sua pronuncia americana, il suo modo di sorridere arricciando il naso. Nulla e nessuno potevano e dovevano insidiare il suo primato ballerino televisivo, men che meno una sciacquetta che si affacciava al successo come la Cuccarini (che sarebbe diventata, anche lei, una icona gay e che ci avrebbe, anche lei, allegramente sfanculati)! Non sopportavo le sue mossette, il suo modo di agitare le gambe, così scomposto rispetto a quello del mio mito, e trovavo i suoi passi di danza sinceramente ridicoli. La cosa più assurda era quel modo di muovere le mani che sembrava imitare una papera (e per chi non si ricorda di cosa parlo, ecco il video esplicativo: https://www.youtube.com/watch?v=Sykr0FZZW7s&feature=kp).

Ora, una di quelle famose sere estive, chissà perché, venimmo a parlare proprio di lei; ed io non persi occasione per sbertucciare la sua famosa mossa di ballo con le mani. “Ma dai, ” mi accaloravo “ma seriamente, a chi può piacere una che si agita in quel modo? E come muove le mani poi! Gne-gne-gne!” E mi misi ad imitare, in modo un filo poco ortodosso e ancor meno maschio, l’immancabile movimento. Ora, diciamolo: chi non ha imitato in mezzo alla strada almeno una volta nella vita la Cuccarini? Ecco, quella fu la mia: erano circa le 23.30 di una serata agostana, i miei amici ridevano, in fondo alla strada sfrecciava un’auto parallelamente alla nostra direzione. Intorno, il silenzio.

Silenzio che fu improvvisamente rotto dallo sgommare di ruote nervose. Vedemmo ritornare di gran carriera e in retromarcia l’auto che avevamo visto passare pochi istanti prima. Inchiodò di fronte a noi, in specifico a ME, e si abbassò un finestrino. “Ahò” sbucarono quattro teste rasate ed incazzate “stavi prendendo per il culo noi?” Mentre i miei coraggiosissimi amici, attoniti, avevano fatto un passo indietro, lasciando me in singolare prima fila “No no!”, risposi “Stavo solo imitando la Cuccarini!” E’ evidente che dovevano averlo fatto una volta anche i quattro scimmieschi abitanti dell’auto, perché mi guardarono, si guardarono, mi ri-guardarono, valutarono attentamente se ci facevo o ci ero e, convinti del fatto che ci ero veramente, “Vabbè vah, per questa volta lassamò stà” sgommarono nuovamente via.

In fondo erano abbastanza noiose e monotone, quelle serate… Meno male che c’ero io a movimentarle, ogni tanto.

 


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Vacanze Romane (parte seconda)

Non risiedevamo esattamente in Roma, ma a S. Marinella, un paese vicino, sul mare. Come sempre venimmo smistati in camere doppie, e come sempre io mi ritrovai con il mio amico Donato… con un letto matrimoniale! “Mi spiace, c’è stato un errore! Cercheremo di provvedere in qualche modo!” Si affannava a spiegare il titolare dell’albergo “Ma chi se ne frega?! QUALCUNO HA DEI PROBLEMI? BATTUTE DA FARE? Lasci stare così.” Un battagliero Donato ed il suo cipiglio risolsero velocemente la situazione e vi assicuro che nessuno fece MAI un solo commento sul fatto che dividessimo lo stesso letto in quelle notti.

I giorni per visitare la città, alla fin fine, erano solo due: il terzo sarebbe stato completamente occupato dall’udienza papale e dalla successiva celebrazione; pertanto, i nostri giri turistici, rigorosamente sempre tutti insieme, erano frenetici. Colosseo, Fori Imperiali, Altare della Patria, Piramide, Piazza del Popolo, Piazza Navona, San Paolo Fuori le Mura, San Pietro in Vincoli, San Pietro… Avevo i piedi che mi sembravano bistecche, e la sera tornando in albergo crollavamo tutti stremati. Ma ormai mi ero innamorato perdutamente. Roma la si ama o la si odia. Il suo caos frenetico, il suo disordine, a volte la sua sciatteria si alternano con angoli meravigliosi, stili completamente differenti tra loro, un miscuglio di antico, rinascimentale, moderno che stordisce come una sindrome di Stendhal. E così fu per me.

Avevo, però, anche delle piccole, grandi delusioni. San Pietro mi parve enorme e dispersiva: era più un museo opulento che una chiesa. E la Pietà di Michelangelo? Me la ero immaginata enorme, incombente nella sua tragicità… ed invece era lì, una cosina piccola, a dimensione umana: che fregatura! (Non a caso mi piacque MOLTO di più il Mosè, virile e maestoso, con ricca barba e muscolatura in vista, di San Pietro in Vincoli…piccoli gay crescono). Piazza Navona non mi parve sto granché (e, lo ammetto, continua ancora oggi ad esercitare su di me poco fascino), mentre mi colpì tantissimo il Pantheon con la sua cupola bucata dall’oculos (ed, ammettiamolo, con le tombe dei Savoia). Con questo stato d’animo alternato e un po’ confuso (insomma, sti monumenti e palazzi mi piacevano o no?) giungemmo in piazza Fontana di Trevi. Si profilava un’altra delusione: ma come? Una simile bellezza costretta in una piazzetta piiiiiiiccola così che non ti permetteva, quasi, di ammirarla in tutto il suo splendore? L’ennesimo esempio di contraddizione romana.

Mentre stavamo cercando di capire se ci piaceva o meno, (non) ascoltando naturalmente le solite noiose spiegazioni storiche (avevamo una guida, santa donna, che ci accompagnava ovunque, perdendo tempo e voce nel tentativo di raccontare ad annoiati ed ormonati adolescenti interessati più alle bellezze femminili romane, che a quelle storiche, gli aneddoti e le circostanze che avevano portato alla creazione di questo e al dipinto di quello), venimmo improvvisamente spintonati con una certa violenza. Una serie di omoni stile “Men in Black” ci schiacciò con forza e senza nessuna spiegazione contro i muri dei palazzi della piazza, generando in tutti noi vibranti e sdegnate proteste: come si permettevano sti romani coatti di trattare così noi torinesi???pertini-pazienza-258x258

Poi arrivò lui, piccolino, scattante e sorridente. Vide che indossavamo i cappellini blu con la scritta “Scuola Don Bosco” e, da ex allievo salesiano quale era, si fiondò in mezzo a noi, cominciando ad elargire grandi sorrisi, strette di mano, saluti, battute, e a TUTTE le donne del gruppo (ci avevano accompagnati alcune mamme) baci sulle guance. Era appena uscito di casa e si avviava verso il Quirinale il Presidente Pertini. Fu tutto un gridolio di emozione, commozione, di “Oddio, è proprio lui…” “Mi ha stretto la mano, non la laverò MAI PIU’!” “Ci ha visti e ci è venuti incontro, che brav’uomo” e via così. Anch’io ne fui segnato profondamente: mi stupì che un uomo che fino ad allora avevo visto solo in televisione e sui giornali si fosse dimostrato così alla mano, gentile ed incurante della propria sicurezza personale (nonostante la malcelata disperazione dei “Men in Black” che, ovviamente, erano la sua scorta) e così vicino a noi, ragazzini comuni ed eccitati. Credo che in quel momento, in un certo qual modo, sia nato il mio senso dello Stato, e sono ben felice che questo ricordo sia legato ad un così grande presidente della Repubblica Italiana.

Dal sacro al profano, il giorno successivo partecipammo alla famosa udienza papale in Sala Nervi. Ennesima contraddizione: alla bellissima scultura sul palco, si contrapponevano sedioline di legno tipo quelle che si trovavano nei cinema, durissime e scomodissime. Ma il Vaticano, pensai, non si può permettere qualcosa di meglio? La successiva celebrazione sul sagrato di S. Pietro fu lunga e molto, molto calda (nel senso di temperatura ambientale, maggio a Roma è quasi come luglio a Torino) e segnò la fine della nostra trasferta romana.

La sera , prima di andare a letto, me ne andai sulla spiaggia, a guardare il mare: mentre i miei compagni ridevano, qualcuno si buttò in acqua, qualcuno cantava con l’immancabile chitarra, io ripensai a quei giorni così ricchi ed intensi, e decisi in cuor mio che, non sapevo come, non sapevo quando, ma a Roma ci avrei abitato; ormai il mio cuore era stato ferito, come la statua che rappresentava L’estasi di Santa Teresa d’Avila, e il mio amore per la Città Eterna era scoppiato definitivamente. Avrei realizzato questo mio desiderio, molti anni più tardi, ma questa è come sempre un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta.

P.S.: Donato non era venuto in spiaggia con noi, aveva deciso di andare subito a dormire. Tornai in albergo, aprii delicatamente la porta e fui sorpreso, quindi, di vedere la luce del suo comodino ancora accesa. Si girò e mi guardò. “Scusa, non volevo svegliarti” “… com’è buia questa galleria…” e si rigirò dall’altra parte, continuando a sognare. Inutile dire che, il giorno dopo, quando gli raccontai l’episodio sul bus che ci stava riportando a casa, mi guardò come se avessi lasciato il cervello in albergo…


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Preghiere, mutande e vin brulè

Combes, dove si svolgevano i famosi giorni di ritiro spirituale, mi fece immediatamente un’impressione bellissima. Intanto, io amavo profondamente la montagna: mio padre d’estate aveva ricoperto il ruolo di gestore della casa di villeggiatura per i dipendenti dell’azienda per cui lavorava, l’AEM (Azienda Energetica Municipale di Torino), fino ai miei 7 anni, per cui io avevo trascorso con lui almeno un mese all’anno a Ceresole Reale, nel Parco del Gran Paradiso, ed avevo imparato a scoprire ed apprezzare le bellezze alpine. Era un luogo che associavo al vento, al sole e ad una certa libertà, non avendo mio padre sempre tempo di starmi dietro, vista l’attività che svolgeva, per cui ho sempre identificato questi concetti con l’essenza stessa della montagna; poi, la parte più spirituale del mio essere si è sempre sentita attratta dalla maestosità delle vette che, pur potentemente ancorate alla terra, tendono in modo quasi spasmodico verso il cielo, ben rappresentando, quindi, la dualità del mio essere e dei miei stati d’animo.

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Uno scorcio di panorama visibile dalla Casa Alpina

Inutile dire che anche qui il senso di libertà e di liberazione che provai furono travolgenti: il panorama già ben si prestava a queste sensazioni, incastonando la casa estiva dei salesiani poco lontano da uno strapiombo ai cui piedi si apriva la valle al cui centro spiccava la città di Aosta con ai lati l’arco alpino; poi, ero per la prima volta senza i miei genitori o altro parentame assortito intorno, e poco importava che ci fossero altri 29 ragazzi della mia età, un numero imprecisato di salesiani e qualche volontario per le attività pratiche, tipo lo sfamare un gruppo di preadolescenti resi ulteriormente affamati dall’aria frizzantina montana.

Le giornate trascorsero alternando momenti di preghiera, di riflessioni su passi evangelici, di silenzio (questi ultimi ben pochi e molto brevi, a voler ben guardare…) con attività di gruppo, workshops e giochi: per una volta, non ero il solito escluso, ma potevo finalmente integrarmi con i miei coetanei e sentirmi parte di un gruppo; credo che questa sensazione avrebbe, in futuro, giocato un ruolo fondamentale nella mia scelta religiosa e nel tentativo di entrare nella Congregazione Salesiana. Ma anche qui riuscii a farmi notare.

La valle ai piedi della collinetta ch chiamavamo "pancia della mucca", con Aosta sullo sfondo

La valle ai piedi della collinetta che chiamavamo “pancia della mucca”, con Aosta sullo sfondo

La sera si andava a dormire divisi in due grandi camerate, un po’ stile militare (credo: in realtà io il militare non l’ho mai fatto, come vedremo più avanti), ed ognuno di noi si era portato un sacco a pelo da mettere sui materassi delle brandine: molto spartano, ma si trattava in fondo di due sole notti, e, per qualche motivo che non mi era molto chiaro, trovavo tutta la situazione estremamente eccitante. Ovviamente, non si andava a dormire vestiti, ci si infilava un pigiama; e, ovviamente, io a casa, dove non avevo fratelli o sorelle, ero abituato a togliermi pantaloni e mutande direttamente in camera, seduto sul letto: non vedevo il motivo di fare diversamente lì, e la presenza degli altri 29 non mi dava minimamente fastidio… anzi…! “Ma cosa fai? Queste operazioni si fanno in bagno!” fu il preoccupatissimo rimprovero di uno dei nostri responsabili che accorreva di gran carriera durante le mie operazioni di esposizione dei gioielli(ni) di famiglia. “Che problema c’è? Siamo tutti maschi…” fu la mia innocentissima e disarmante risposta. L’occhiataccia che ricevetti in risposta, per quanto non ne capissi molto il senso, mi convinse la sera dopo a seguire il gentile invito e a compiere la svestizione in luoghi un po’ meno pubblici.

La prima sera dormire non fu semplice: eravamo tutti estremamente eccitati, com’è normale che siano ragazzi di 12 anni o giù di lì la notte in montagna, anche in mancanza di elementi femminili, per cui i salesiani che giravano nelle camerate ebbero il loro bel daffare a cercare di convincerci che la notte era fatta per riposare e non per tirarsi cuscini, chiaccherare da una brandina all’altra o fare chissà che altro (non pensate male, malizios*). Quindi, non so per questo motivo o perché ne avevano bisogno loro più di noi, la seconda ed ultima sera decisero di concludere il campo non con un bel bicchiere di the come il giorno prima, ma con abbondanti dosi di vin brulè  (per chi non lo conoscesse, ecco un link esplicativo: http://it.wikipedia.org/wiki/Vin_brul%C3%A9). Cantammo come non ci fosse un domani, ridemmo come non ci fosse un domani, ci giurammo amicizia eterna come non ci fosse un domani, e crollammo addormentati come non era accaduto ieri: la seconda notte anche i nostri responsabili riuscirono tranquillamente a riposare, le camerate registrarono al massimo sonore russate, ma niente di più.

Tre giorni sono pochi, e volarono velocissimi: neanche il tempo di dire “vin brulè” ed eravamo già di ritorno sulla strada di casa. L’autobus ci depositò fuori dal cortile della scuola da cui eravamo partiti solo poche ore prima, che sembravano già una vita fa. Il portone si aprì, ed io, che ero il primo, vidi al lato opposto il gruppo di genitori che ci aspettava… e di madri! (suggerisco di continuare la lettura con questa scena e colonna sonora in sottofondo: http://www.youtube.com/watch?v=BxjX_jn_0gA). Come una specie di slavina, un primo, piccolo elemento si mosse, cominciando a correre, e tutte le altre dietro di lei, formando quella che a me sembrava un’onda umana, non tanto per la quantità, ma per l’intensità del movimento, il cui obiettivo era quello di raggiungerci e travolgerci; ed indovinate un po’ chi era questo primo elemento che mise in moto il terrificante meccanismo? Ovviamente lei, MIA madre. Mi abbracciò, mi strinse, mi guardò preoccupata, si allontanò un attimo per squadrarmi meglio, mi riabbracciò come tornassi da un campo di sminamento in Africa, invece che da un ritiro vocazionale in montagna. “Adesso torniamo a casa e non vai via maipiùmaipiùmaipiù” era l’allarmantissimo (per me) mantra che recitava, come si fosse incantato il disco. E, mentre salivamo in auto per tornare a casa, io già pensavo all’estate successiva ed ai mesi che mi separavano dal prossimo ritiro spirituale.


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Questo piccolo grande amore (parte seconda)

Quel famoso nascondino mi rimediò un sonoro ceffone da parte di mia madre. La genitrice era facile alle sberle, che non aveva mai particolarmente lesinato. Capitò una volta, in casa di amici di famiglia, che, innervosita per non so quale motivo (avevo circa 4 anni), mi mollasse uno spataflone in faccia, facendomi ovviamente piangere. Il patriarca della famiglia ospite la guardò con occhi di fuoco: “Guai a te se lo rifai un’altra volta davanti a me!” fu la sua sdegnatissima reazione. Mia madre ammutolì, in quella casa fui sempre salvo, ma di norma quella regola altrove non valeva.

Anche quella sera non fece eccezione: ero stato lavato, cambiato e profumato come le lenzuola stese al sole, per la famosa passeggiata post-cena. Ma il gioco, le corse, l’eccitazione per aver conosciuto Eliana avevano creato un effetto-sudore per cui sembrava mi fossi immerso in mare completamente vestito. “Guarda come ti sei conciato! Non so chi mi trattenga dal darti una sberla!… Anzi, lo so: nessuno!” SCIAF. Sinceramente, me ne fregai altamente: che male può fare un ceffone il giorno in cui hai conosciuto il tuo primo, grande amore? Cambiati (di nuovo) i vestiti, finalmente uscimmo, ed è superfluo dire che alla passeggiata si unirono Eliana e la sua famiglia (ovvero certamente una madre, credo un fratellino e non ricordo chi altri).

I giorni seguenti fummo logicamente inseparabili. In spiaggia eravamo insieme; a pranzo e cena eravamo insieme; a giocare eravamo insieme; solo a dormire non andavamo insieme, ma sinceramente non ci passava nemmeno per la testa: eravamo entrambi ancora troppo giovani e, diciamocelo, imbranati per pensare ad altro che non fosse il tenersi teneramente mano nella mano come i fidanzatini di Peynet, scambiandoci sguardi che causavano carie e, nei casi più disperati, coma diabetici dato l’elevatissimo tasso di zuccherosità presente, abbassando lo sguardo, le gote rosse, salvo poi cercarci immediatamente di nuovo con gli occhi, come avessimo paura che l’uno o l’altra potesse sparisse improvvisamente.

Una sera andammo al cinemino all’aperto locale: trasmettevano un inguardabile e famosissimo, ancora oggi, tra noi nerd, b-movie di Spiderman (http://www.ubcfumetti.com/mag/spidermovies.htm), ma ovviamente per noi il titolo in sé non era importante: ciò che contava era che andassimo al cinema insieme. Naturalmente “insieme” significava con tutte le rispettive famiglie, che per me comprendeva solo mia madre, per lei anche gli altri di cui sopra: non fosse mai che nelle nostre giovani menti preadolescenziali (e soprattutto negli organi più a sud dei cervelli) sorgessero strani impeti e voglie! Ad un certo punto, avvicinandoci allo spazio dove si sarebbe trasmessa la pellicola, lei tirò fuori dalla sua borsettina un paio di occhiali. UN-PAIO-DI-OCCHIALI, capite? “Ma sei miope anche tu?” chiesi meravigliato “Eh, sì…” rispose un po’ imbarazzata. Uccellini cominciarono a cantare, campanelli a suonare a festa ed io mi sentii la persona più felice della terra: era miope! Come ME! Era un chiaro segno del destino (l’ennesimo) che fossimo fatti l’uno per l’altra, ed il fatto che al mondo ci fosse qualche altro milione di persone miopi era un dettaglio del tutto irrilevante, che non scalfiva minimamente la nostra convinzione.

Ma, come recita De Andrè a proposito di Marinella, “come le più belle cose, vivesti solo un giorno, come le rose”. Non Eliana, naturalmente, ma la nostra storia d’amore eterna, che tanto eterna non poteva essere. Già le passioni estive hanno di solito vita breve, ma qui si parlava di 2 settimane di mare e, per di più, lei partì prima di me. Sì, essendo arrivata già da alcuni giorni quando noi iniziammo il nostro periodo, naturalmente ad un certo punto dovette andare via. Ed il mio mondo crollò. Quella mattina non andammo in spiaggia, per salutarla. In effetti, non ci salutammo affatto, perché eravamo entrambi muti, continuando a tenerci per mano come se quel gesto potesse improvvisamente interrompere il corso dei minuti che scorrevano inesorabilmente verso la sua partenza. Continuavo a guardare la sua auto che si riempiva di valigie, come se fossi immerso in una boccia di cristallo che si riempiva d’acqua, togliendomi il respiro. “Scrivimi…” supplicai. “Scrivimi…” implorò. “Su, su, vi scriverete e resterete in contatto” garrularono in coro le nostre madri. Poi l’auto partì, lei girata verso di me sul sedile posteriore, le mani schiacciate contro il lunotto, mentre io piangevo tutte le mie lacrime senza riuscire ad emettere un singhiozzo, lasciandole semplicemente scorrere lungo le guance. Degli ultimi 5 giorni di vacanza non serbo più alcun ricordo.

Finì anche per noi il periodo di mare, venne mio padre a riprenderci ed io cercai di recuperare i cocci del mio giovane cuore spezzato tornando a casa. Trascorsero alcune settimane, e nessuno mi scrisse. “Perché non le scrivi tu?” suggerì un giorno mia madre. “Non oso…” fu la prevedibile risposta. Purtroppo, in questo caso la regola dell’unduetremibutto non funzionava; e dentro di me ero sicuro che la stessa situazione si stava consumando chilometri più in là, in quel di Verona: la conoscevo troppo bene, per non sapere che non avrebbe mai avuto il coraggio di prendere, lei per prima, in mano una penna. L’estate finì, venne l’autunno, ricominciò la scuola e come tutte le piccole grandi delusioni d’amore giovanile anche questa passò. Ma mai, mai  venne dimenticata; ed ancora oggi, ogni tanto, mi chiedo dove sia Eliana, cosa stia facendo, se è felice; e, soprattutto, cosa sarebbe successo se, invece di un ragazzino timido, un intraprendente scrittore avesse avuto il coraggio di prendere in mano quella penna e mantenere i contatti col suo primo, piccolo grande amore, l’unico amore eterosessuale che abbia mai vissuto in vita mia.


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Questo piccolo grande amore (parte prima)

Ogni anno, d’estate, andavamo al mare, mia madre ed io. Mio padre non lo sopportava, quindi ci accompagnava in auto, poi tornava a casa, e veniva due settimane dopo a riprenderci. Sì, perché vi trascorrevamo 15 giorni, per giustificare i quali mia madre diceva sempre: “Io lavoro come una negra (all’epoca non c’era il politically correct n.d.r.) tutto l’anno, almeno per 2 settimane voglio mettere i piedi sotto la tavola e non fare nulla!”. Tutti i torti non li aveva, ma non era del tutto vero che non facesse nulla: si portava dietro una montagna di valigie con cambi di vestiti praticamente quotidiani, soprattutto per me, che venivo esibito come fossi una specie di Barbie gigante; quindi, la sera, in camera, lavava gli indumenti necessari, soprattutto l’intimo, e (non sia mai che io indossassi un paio di mutande stropicciate!) la mattina li stirava. Comunque, almeno non cucinava e trascorreva le giornata sulla spiaggia, alternando mezzorapancia-mezzoraschiena-mezzoralatodestro-mezzoralatosinistro.

Personalmente ODIAVO quelle settimane. Ero molto pallido di carnagione, e lo stare al sole mi era impossibile, causandomi fortissimi eritemi (soprattutto da bambino; col tempo, per fortuna, il problema è rientrato, ma ancora oggi, nei primi giorni di esposizione, devo mettere creme con protezione asbesto). Naturalmente, il non avere avuto molti amici da bambino, i continui scherzi a cui ero sottoposto nel periodo delle medie, l’amore per la lettura ed i fumetti, non mi rendevano particolarmente intraprendente nel cercare di giocare con gli altri bambini villeggianti; quindi, la mia timidezza nel tempo era aumentata e trascorrevo le giornata sotto l’ombrellone, annoiandomi come non mai (in prima media avrei imparato finalmente a nuotare, ma la mia miopia non mi invogliava comunque ad entrare in acqua: ero praticamente una talpa vagante). Andavamo ogni anno presso una pensione a Bellaria-Igea Marina, convenzionata con l’azienda per cui lavorava mio padre. Ma quell’anno, avevo terminato la seconda media, non ricordo per quale motivo decidemmo di spostarci a Riccione. Fu lì che avvennero due passaggi di vita fondamentali per me e la mia crescita personale.

Erano ormai passati i primi 3 giorni, e come sempre io non avevo ancora fatto amicizia con nessuno. Ormai preadolescente, trascorrevo comunque le giornate e i dopocena attaccato alle gonne materne, come un disadattato sociale qualunque. Mia madre , ormai lo sappiamo tutt*, era molto gelosa e possessiva, ma in certi momenti si rompeva le palle pure lei di avermi appiccicato addosso, oppure era semplicemente imbarazzata dal fatto che SUO FIGLIO non socializzasse con gli altri, come invece facevano tutti i pargoli delle altre coppie presenti. Quella sera si era deciso di fare due passi dopo cena insieme con alcune persone conosciute nei giorni scorsi, ma non subito, pertanto mia madre, vedendo che i miei coetanei stavano giocando, urlando, scorazzando come faceva qualsiasi ragazzino della mia età a parte me, mi invitò ad unirmi a loro (tradotto: a togliermi dai coglioni, mentre lei fumava come un turco con le amiche).

Guardavo in disparte un gruppetto che giocava a nascondino, ovviamente senza pensare minimamente di avvicinarmi; ma una ragazzina di un paio d’anno più grande di me se ne accorse, e si avvicinò. “Perché non giochi anche tu?” “Perché non oso, non conosco nessuno” “Ho capito, sei timido, vero? Anch’io lo ero, sai? (Ok, mi stava raccontando una balla stratosferica, era ovvio! Si era avvicinata senza conoscermi, parlava come fossimo amici da una vita e dava l’impressione di essere tutto, meno che timida) Sai come ho fatto? Mi sono detta: -Conto fino a 3 e mi butto!- Funziona, eh! Provaci, vedrai che col tempo andrà sempre meglio! Intanto EHI, VOI LAGGIU’, FATE GIOCARE A NASCONDINO ANCHE IL MIO AMICO?”

L’insegnamento del contare fino a 3 e buttarsi è stata una delle cose più importanti di tutta la mia vita. Mi ha salvato in situazioni dalle quali non avrei sinceramente saputo uscire, mi ha reso una persona più forte e sicura, ed ha tirato fuori quel lato estremamente sociale del mio carattere che anni di inibizione rischiavano di far scomparire per sempre. Non ricordo nemmeno come si chiamasse quella ragazza, ma è stata una delle insegnanti fondamentali del mio percorso come persona (e, lo ammetto, a volte uso questo metodo ancora adesso).

Ma in quel momento non potevo certo saperlo: ero impegnato a diventare rosso come un peperone, mentre un gruppetto di perfetti sconosciuti si avvicinava, capeggiati da una delle figlie del gestore della pensione presso cui alloggiavamo. “Vuoi giocare con noi, allora?” “Eh, se volete…” “Sì, sì, va bene, solo che deve ancora uscire dal nascondiglio quella scema che non ha capito che abbiamo finito questo giro (tecnicamente il giro finiva se e quando la scema usciva e veniva presa o faceva un liberitutti, ma era chiaro che le due non si amavano, e comunque quella era la figlia del capo della struttura, mica potevo contraddirla). STREGHETTAAAA??? ESCI FUORI! DOVE SEI? STREGHETTAAAA??!!”

Uscì. Uscì, con il suo vestitino bianco e rosa con gonnellina larga anni ’60. Uscì, con i suoi capelli biondo cenere. Uscì, con le sue gambe magre, dritte e affusolate. Uscì, circondata dalla luce del tramonto, il chiacchericcio dei villeggianti che improvvisa spariva e tutto intorno che si fermava. Uscì, ed il mio cuore le andò incontro: era la persona più bella che avessi mai visto. “(Unoduetre) Ciao, io mi chiamo Andrea…” “Io sono Eliana, ciao (è timida anche lei, si vede!)” “(Unoduetre) Posso giocare con voi?” “Certo… vuoi che ti faccia vedere dove nasconderci?” “(Unoduetre) Sì sì!”E scappammo via, guardandoci di sottecchi, emozionati ed imbarazzati, non capendo come mai, noi due timidini, mai incontrati fino a quella sera, ci sentissimo come ritrovati dopo un’eternità.