Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Amarcord: Time

Fin da piccolo, sono stato affascinato, forse anche un po’ ossessionato, dal concetto di “tempo” e, di conseguenza, dagli orologi.

Credo di avere avuto circa tre, quattro anni quando cercai per la prima volta di farmi insegnare a leggere quegli strani strumenti che gli adulti indossavano al polso. Il fatto, poi, che spesso coincidessero con dei gioielli mi attirava ancora di più (sono sempre stato attratto da tutto ciò che luccica, come una gazza ladra). In particolare, mia madre possedeva un orologio di oro bianco, con un bellissimo cinturino molto elaborato ed un quadrante talmente piccolo da renderlo quasi inutilizzabile; e, proprio perché così prezioso, lo teneva chiuso a chiave in un secretaire nell’ingresso di casa, la cui chiave era nascosta dentro una borsetta di pelle, a sua volta seppellita in fondo ad un cassetto… dello stesso secretaire! Insomma, una cosa che avrebbe trovato anche un ladro non vedente con le mani legate dietro la schiena, ma che ai miei genitori sembrava il massimo della sicurezza. Se lo avrebbe trovato un ladro, figuriamoci io; che, infatti, ogni tanto, di solito quando mia madre era impegnata in altro e sufficientemente distante da me, prendevo la famosa borsetta, estraevo la misteriosa chiave, aprivo l’inespugnabile secretaire e prendevo, rimirandolo come se fosse l’oggetto più bello del mondo, il (ai miei occhi) magico orologio. Mi sembrava di essere a volte Aladino che penetrava nella caverna dei 40 ladroni, a volte un mago che andava alla ricerca di un manufatto di ineguagliabile bellezza ed indicibili poteri. Per cercare di farmi desistere, mia madre spostava la preziosissima borsetta dal cassetto numero uno al cassetto numero due, alternativamente, rendendomi la vita tremendamente difficile (o perlomeno, così era convinta).

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Il primo orologio da polso che IO ebbi in regalo fu, come da prassi (era usanza ai miei tempi per tutt* i comunicandi), in occasione della mia prima Comunione. Era un Breil (“Breil? Ok!” recitava la pubblicità dell’epoca), ed a chi lo acquistava veniva regalata anche una tartarughina d’acqua (non ho mai capito cosa c’entrassero le tartarughine d’acqua con l’orologio: forse era impermeabile, ma sinceramente non ricordo); i parenti che me lo portarono avevano un negozio di orologi, e quindi tante, TANTE tartarughine, di cui sospetto volessero liberarsi il più velocemente possibile; per cui a me arrivò UN orologio e CINQUE rettilini, con grande sconcerto di mia madre e palese eccitazione di mio padre, che andò subito a comprare un acquario apposito, un cibo apposito, delle piantine acquatiche apposite, insomma tutto quello che poteva rendere felice la permanenza di quelle creaturine in casa Borgialli. Inutile dire che le sfortunate non durarono nemmeno una settimana; ma ricevettero un funerale sontuoso e colmo di lacrime (le mie) nel water del bagno principale di casa.

Ma quelli che mi eccitavano di più erano non gli orologi da polso, quanto quelli da tavolo o da parete che SUONAVANO! Questi non solo scandivano il tempo, entità misteriosa così legata alla vita ed ai suoi cicli, ma addirittura lo facevano con rintocchi solenni, come le campane, o con solo apparentemente allegri carillon, che in realtà chissà quali misteriosi messaggi segreti celavano nelle loro note. Due erano i protagonisti indiscussi di casa, in questo senso.

Il primo era un bellissimo (ai miei occhi) pendolo da parete, appeso proprio di fronte al famoso secretaire. Adoravo il battere di ogni ora, ed aspettavo con ansia di sentirne i rintocchi; un po’ meno i miei genitori, che lo ritenevano una gran rottura di scatole (anche perché i famosi rintocchi battevano pure di notte… Io non li sentivo, ho sempre goduto di un sonno profondo, loro sì). Infatti, un bel giorno smise di rintoccare, perché non più caricato; e, essendo troppo in alto per le mie manine, non potei evitare che cadesse in un oblio silenzioso. Il meccanismo, non più usato, si bloccò, e quando finalmente riuscii ad arrivare al quadrante mi accorsi che non oscillava più.

Il secondo era invece un orologio da tavolo: aveva un quadrante dorato con numeri romani, lancette elaborate ed un bel sole in metallo, anch’esso dorato, sulla cassa. Sembrava un piccolo campanile, non fosse per il fatto che non finiva a punta, ma con un’elegante calotta arrotondata. Lui suonava allo scoccare di un’ora precisa, come una sveglia, con un carillon dal suono delicato e la melodia un po’ triste, come dicesse “Tempus fugit, tempus fugit…” in una sorta di rassegnata malinconia. Fui io, in questo caso, l’artefice del suo silenzio: anche per lui i miei genitori avevano scelto l’oblio, smettendo di caricarlo, ma questo era decisamente più a portata di bimbo, perché posizionato su un mobile che ero in grado di raggiungere. Così, tentando di farlo rivivere, ne decretai la fine sforzando eccessivamente la molla che lo caricava, inconsapevole della delicatezza di quei misteriosi meccanismi. Sentii  una specie di “SPROING” e le lancette si fermarono. I miei genitori se ne accorsero solo diverso tempo dopo, proprio perché non se ne curavano più di tanto, e decisero di buttarlo via. Ma io non potevo permetterlo, e chiesi lacrimando di tenerlo, magari chiudendolo da qualche parte, ma con la speranza di poterlo far rivivere, un giorno. Così lo salvai, ma venne messo da parte, e gli anni passarono; prima io me ne andai di casa, poi mio padre si ammalò, infine anche mia madre si arrese all’incedere del tempo (sempre lui…) e dovetti farla ricoverare presso la casa di riposo di Rivarolo, finché venne a mancare lo scorso giugno.

Mentre mettevo a posto i suoi effetti personali, decidendo cosa tenere e cosa no, mi imbattei in lui, il piccolo orologio ormai fermo da decenni: e decisi che quello sarebbe stato ciò che avrei tenuto come ricordo; quello, e non altro. Sì, perché con tutti i cambiamenti, gli spostamenti, i traslochi, le trasformazioni che ho vissuto, mi sono abituato a non portarmi dietro nulla o quasi delle mie “vite” precedenti, se non uno, massimo due oggetti per volta, per me particolarmente significativi. Ecco che del periodo di Valdocco ho un’icona regalatami da Marco L., di cui ero inconsapevolmente innamorato; del convento ho tenuto il saio da francescano; del periodo in cui ero a Roma per laurearmi ho un crocifisso in tessere di mosaico d’oro regalatomi da un confratello croato a cui avevo corretto la tesi; e della casa in cui ho vissuto con mio padre e mia madre ho voluto tenere lui, l’orologio.

L’ho portato da un orologiaio, con poche speranze di vederlo rinascere. Ed invece “E’ il bilanciere che è rotto… Questi meccanismi sono piccoli, sottili come dei capelli… Ma ho un amico che ha dei pezzi di ricambio, lo chiamo e vediamo… – Sì, sì ciao. Senti ho un orologio così e cosà… Certo, certo… Aspetta che chiedo- Sarebbero 150 euro, è un po’ caro, per lei va bene? -Sì, sì il cliente dice che va bene, mandamelo pure- Allora la chiamo io quando è pronto, ok? Grazie, buona serata”

Quando entrate in casa mia (i/le pochissim* che possono farlo), lo vedete all’ingresso, sulla libreria. Ogni tanto lo faccio suonare, con quel carillon così delicato, e così malinconico… “Tempus fugit, tempus fugit…” sembra dire. Ma il tempo è come il sole, una ruota che gira. E, prima o poi, tutto torna; anche gli orologi dal passato.

 


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Siam tre piccoli fat(ic)ellin… Parte Terza: Andrea (ovvero il sottoscritto)

Dopo il periodo buio che aveva contraddistinto i primi mesi di convento (“Male Oscuro…”), i mesi trascorsero relativamente sereni, e veloci. La routine quotidiana si dipanava tra lavori manuali (diretti da fra Sergio, come già detto), un po’ di studio (equamente diviso tra p. Oreste, p. Marcello e p. Roby), attività più o meno sociali. Alcune cose mi piacevano di più, altre di meno.

Tra le attività manuali, una era il mio enorme spauracchio: cucinare. Ad onor del vero, dopo qualche settimana, divenne anche lo spauracchio di tutto il resto della fraternità, per cui venni spesso esonerato dall’ingrato compito… chissà perché. Anche in questo caso il responsabile ultimo era l’onnipresente fra Sergio, ma chi se ne occupava fattivamente era una cuoca, una gentilissima signora che veniva ogni mattina, domeniche e festivi esclusi ovviamente. Noi, ovvero Carlo, Danilo ed io, la affiancavamo una settimana a testa a rotazione, in modo da imparare a cucinare e preparare, di conseguenza, la cena (che poi di fatto voleva dire riscaldare quello che lei già ci lasciava pronto) ed i pranzi delle giornate in cui lei era a riposo. Incredibile, ma vero, in questo Carlo era meglio (o sarebbe più corretto dire, meno peggio) di me. Io proprio non riuscivo a farmela piacere, e quindi ottenevo risultati disastrosi.

A mia parziale di discolpa, bisogna dire che in una fraternità di 9 persone complessive, bisognava preparare almeno 4 tipi di pranzi o cene diversi: uno “normale”, uno senza sale per p. Marcello (che aveva problemi di circolazione), uno senza glutine per p. Oreste (che era celiaco), uno leggero per p. Dante (che soffriva di colite spastica nervosa)… Tutto questo mi creava uno stato di ansia e di confusione, per cui mettevo il sale dove non lo dovevo mettere, preparavo 8 dosi di pasta per celiaci ed 1 dose di pasta normale, infarcivo di spezie la carne di p. Dante… insomma, un casino. Anche la cuoca sapeva di questa mia negazione assoluta per l’arte culinaria. Un giorno, in un attimo di disattenzione, si ferì col coltello e cominciò a sanguinare; la vidi impallidire vistosamente, vacillare alcuni secondi, stringere i denti e continuare a lavorare. Solo alla fine della mattinata, quando ormai era tutto pronto, mi disse: “Io patisco alla vista del sangue, stavo per svenire, ma non potevo mica lasciarti da solo a preparare il pranzo…”. Da quel momento, per fortuna mia e della collettività, la preparazione del cibo non fu più una attività di mia competenza. Però, ho imparato a fare un arrosto che lèvati, proprio.

Altre volte, i disastri erano frutto di eccessiva fiducia nella competenza (discutibile) altrui. “Andate alla vasche” (una sorta di grossi pozzi dove veniva raccolta l’acqua piovana per irrigare l’orto) “e cominciate ad estirpare i rovi, io vi raggiungo appena finisco un altro lavoro”. “Cerrrto capo, trrranquillo”. Come si sarà capito, l’ordine impartito da fra Sergio riguardava me e Carlo… che ne sapeva di rovi quanto io di organi genitali femminili.

Arrivati in loco, ci guardammo intorno. L’unica cosa evidente che saltava agli occhi era una serie di piccoli fusti, flessibili come giunchi, legati ad un muro in pietra che delimitava l’area. “Sono cerrrtamente questi” dichiarò Carlo, che, diligentemente, si stava già chinando, armato di picchetto, per sradicare le terribili piante infestanti. “Carlo, ma non ti pare strano che siano legate al muro?” obiettai timidamente. “Ma no, è perrr non darrrr fastidio”. Ero sempre più perplesso. “Carlo, ma i rovi non dovrebbero avere le spine?” tentai ancora. “Meglio, è più facile estirrrparrrli” continuò imperterritamente e convintamente (cit.) il mio compagno di lavoro. Cedetti e cominciai a menar di falcetto a mia volta. E facemmo un ottimo lavoro: dove eravamo passati noi, di sicuro non sarebbe più cresciuto nulla. Eravamo ormai all’ultima superstite quando “ODDIO! LE MORE PER LA MARMELLATA!” gridò Sergio, come lo avessero ferito mortalmente al cuore. Carlo ed io, guardandoci smarriti, cominciammo ad arretrare elegantemente e velocemente, e mentre il povero frate si chinava per verificare se fosse possibile recuperare qualcosa (illuso: noi quando facevamo qualcosa, la facevamo bene, perbacco!), ce la demmo a gambe alla chetichella, cercando rifugio da p. Oreste che si fece una allegra (ma anche un po’ amara…) risata.

Una cosa su tutte, però, mi metteva profondamente a disagio. Il sabato sera, sempre a turno, uno di noi andava con p. Oreste al dormitorio parrocchiale di Pinerolo, che accoglieva persone senza fissa dimora. Poche, a dire il vero, non più di una manciata. Ma quelle poche per me erano già troppe. Era il mio primo, vero incontro col “diverso”, con qualcuno che era completamente altro da me. Sarebbe stato solo il primo di una serie di molti, con persone ed in ambienti più disparati, ma in quel momento mi spaventava. Vedere uomini sporchi, che non avevano alcuna cura di sé, incapaci di o indifferenti a qualsiasi forma di comunicazione (o quantomeno, a forme di comunicazione a me conosciute, perché p. Oreste riusciva perfettamente a rapportarsi con loro, e sembrava addirittura che la cosa gli facesse piacere), mi destabilizzava, e come di solito avviene con ciò che non si conosce, mi facevano un po’ paura, un po’ ribrezzo. Non capivo che a volte non siamo noi a decidere, ma è la vita che decide per noi, e se non siamo attenti, o semplicemente fortunati, possiamo venirne travolti. Lo avrei compreso a mie spese molto più avanti… ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta. Per il momento, con mio grande sollievo, questa incombenza non durò che una manciata di volte, perché Pinerolo è un paesone, in fondo, e situazioni di quel genere si presentavano sporadicamente.

Non riuscivo in nulla, allora? Assolutamente no. Divenni bravissimo a lavare i panni comuni (dopo un paio di lavatrici di esperimento, diciamo), le pulizie di casa erano la mia specialità ed i conigli, a cui portavo il cibo e pulivo le gabbie, mi volevano molto bene. E, ovviamente, al di là del successo fisico, in cui eccelleva Danilo, come abbiamo detto, la gestione del gruppo di giovani che ruotava intorno al convento alla fine fu totalmente appannaggio mio. Insomma, più passavano i mesi, più mi trovavo a mio agio in quella vita che avevo così tanto desiderato.

Ma era realmente quello che volevo? Si era rivelato ciò che avevo rincorso con così tanta fatica? E, soprattutto, la mia vita futura da frate si sarebbe dipanata tra cucina, orto e poco più? Mi sembrava un po’ riduttivo rispetto alle mie aspettative, ma sapevo di essere solo all’inizio: in fondo, il postulato prima ed il noviziato poi, sono due anni “particolari”, atipici. Bisognava vedere se la vita “reale” successiva sarebbe stata quella che io avevo voluto… ma, in fondo, cosa volevo davvero?

Anche per me, solo il tempo avrebbe potuto rispondere a tutti questi interrogativi.


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Siam tre piccoli frat(ic)ellin… Parte Seconda: Carlo

Di Carlo ho già detto molto (“Hic Sunt Leones”). Con Danilo condivideva, oltre alla “erre” moscia, il carattere gioviale ed allegro, molto più del mio; con me, la famiglia e l’ambiente di provenienza, decisamente borghese e di estrazione culturale elevata. E, ovviamente, l’imbranataggine.

Volenteroso, disponibile, gentile fino ad essere affettato nel suo modo di fare, era di contro incredibilmente negato per tutto ciò che fosse manualità, persino più di me, che dalla mia avevo, perlomeno, l’età più giovane e quindi più pronta ad imparare (ma forse non si trattava nemmeno di età, semplicemente proprio di predisposizione). Del resto, non si poteva pensare che una persona di quarant’anni passasse senza colpo ferire dal ricoprire un posto di dirigente Iveco a spalare merda (in senso letterale, direi) nell’orto del convento.

A questo proposito, ricordo perfettamente un giorno in particolare: era primavera, faceva già abbastanza caldo, e la stazza di Carlo, non esattamente quella di una silfide, non aiutava a svolgere i lavori contadini che posso assicurare essere, per chi non vi è abituato, decisamente faticosi. Pensando forse di aiutarlo, oppure sapendo che era il più robusto dei tre, “Carlo, per favore, vai a prendere la carretta piena di letame che ho lasciato di sopra e portala qui”, ordinò Sergio. “Cerrrto, capo”, il malcapitato rispose.

L’orto del convento era, rispetto all’edificio principale, alcuni metri più in basso, e vi si arrivava attraverso un sentiero un po’ sdrucciolevole. “Ma si è perso?” Chiese Sergio a me e Danilo, dopo che Carlo era scomparso da un buon quarto d’ora. “Eccomi! Sto arrrivand…OH CAZZO!”.

Mi voltai appena in tempo per vedere la scena, come al rallenty: Carlo sta spingendo una carriola piena di letame… prende un buco per terra… la carriola si impianta improvvisamente… preso dalla discesa, tentando di non farla rovesciare, Carlo si inciampa… scivola… cade di pancia… e centra pienamente, con tutta la facciona, la carriola ed il suo contenuto. Il tempo riprende a scorrere normalmente, mentre Sergio, Danilo ed io scoppiamo a ridere, piegandoci in due come degli scemi (e anche un po’ bastardi, diciamolo).

“Sto bene, sto bene… Posso solo andarrre a darrrmi una rrrinfrrrescata, Serrrgio?” chiese, con tutto il suo imperturbabile aplomb Carlo. E già sapevamo che non lo avremmo più rivisto per tutta la mattina (perché, da buon ex-dirigente, quando poteva trovare una scusa per tagliare i lavori più fastidiosi, il nostro era bravissimo).

Che Carlo fosse accettato per entrare in noviziato, e quindi proseguire il percorso per giungere ai voti ed alla consacrazione religiosa, era cosa certa; ma sarebbe riuscito ad adattarsi ad una vita conventuale, decisamente diversa da quello del suo passato? La sua età non sarebbe stata un ostacolo alla lunga insormontabile? Come per Danilo, solo il tempo avrebbe potuto rispondere a questo interrogativo.


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Siam tre piccoli frat(ic)ellin… Parte prima: Danilo

Danilo ed io eravamo come il giorno e la notte. Pratico e sanguigno lui, intellettualoide e timido io; bravissimo nei lavori manuali lui, tremendamente impedito io; libero e self-confident lui, impacciato e pieno di complessi io. Con queste premesse, non potevamo che sviluppare una sorta di reciproco senso di inferiorità: lui si sentiva a disagio nei miei confronti, perché io ero quello che “aveva studiato”, e pensava fossi il prediletto di p. Oreste per questa mia (presunta) cultura; io lo vedevo come tutto ciò che avrei voluto essere e non ero, sveglio, capace, attivo… e, soprattutto, SESSUALMENTE esperto.

Sì, perché si presagiva, parlando, che non era arrivato al convento virgineo come il sottoscritto (aveva 3 anni più di me, quindi 23 all’epoca), anche se non è mai stato troppo esplicito con me al riguardo, probabilmente intuendo la mia imbranatagg… volevo dire, inesperienza in materia, e questo lo ammantava, ai miei occhi, di una allure un po’ maiala, che da un lato mi metteva a disagio, dall’altro lo rendeva (inconsciamente) tremendamente sexy.

Trovammo un equilibrio nei nostri caratteri mettendo insieme quello che ci mancava reciprocamente: in sostanza, io divenni la mente e lui il braccio (anche se, devo ammetterlo, era comunque lui il maschio Alpha -non che ci volesse molto eh- e quindi, spesso, imponeva le proprie idee comunque). Col tempo, saremmo diventati amici rispettandoci proprio per le nostre diversità.

In convento, per ovvie affinità, aveva sviluppato un rapporto di amore-antagonismo nei confronti di fra Sergio, che era quello che si occupava di stabilire e distribuire le mansioni pratiche quotidiane. Discutevano di impianti elettrici, lavori nell’orto, pulizie della casa, mentre io li guardavo come si guarda una specie estranea parlare un linguaggio sconosciuto… Inutile dire che questa loro complicità mi ingelosiva tantissimo, buttandomi, ogni tanto, nello sconforto e rischiando di farmi ripiombare in quella sorta di stato depressivo di cui avevo sofferto nelle prime settimane: con loro mi sentivo costantemente inadeguato, e i miei studi mi rendevo conto non servissero assolutamente a nulla.

Come ogni ambiente religioso che si rispetti, anche intorno al nostro convento sfarfalleggiavano alcuni/e giovani, più o meno insoddisfatti/e dell’oratorio locale, piuttosto che attratti/e dalla spiritualità francescana. I due che facevano la parte dei leoni con loro erano p. Roby ed, ovviamente, Danilo. Del primo, con quella sua aria da Obi Una Kenobi, gli occhi furbetti ed il carattere gioviale, abbiamo già detto (vedi “Holy (?) Night”), anche se le ragazze, al contrario delle più o meno attempate signore che frequentavano le messe festive, lo consideravano come un nonno burbero ed affettuoso. Il secondo, sa va sans dire, le attraeva invece col suo fascino sardo, la “erre” un po’ moscia, il suo fare da guascone… mentre io stavo a rosicare tantissimo. Non per le ragazze, beninteso (non capivo bene perché, ma in fondo non mi interessavano molto…), ma per quell’atteggiamento di sfrontata sicurezza che sapevo di non avere e che avrei pagato per riuscire ad ottenere, anche solo in parte.

Mi chiedevo, con atteggiamento un po’ stizzito, un po’ acidulo, se Danilo fosse realmente fatto per la vita conventuale, anche se era chiaro che non avrebbe avuto nessun ostacolo ad accedere al Noviziato… ma solo il tempo avrebbe potuto rispondere a questo interrogativo.


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Male oscuro – Parte quarta

Ancora una volta, me la sarei dovuta cavare da solo. Ed ovviamente, visto che ero in un convento, instradato su un percorso che mi avrebbe dovuto portare a diventare frate cappuccino, convinto della mia vocazione francescana, decisi che l’unica cosa che mi avrebbe potuto aiutare in quel frangente sarebbe stata la meditazione.

Ho volutamente detto “meditazione” e non “preghiera”. Infatti, nell’anno che avevo trascorso in comunità vocazionale a Valdocco, avevamo partecipato ad una serie di incontri sulla preghiera, durante uno dei quali era stato presentato un libro: “Dio nel Silenzio”, di Gentili-Schnoller (ironia della sorte, quest’ultimo era un frate cappuccino, ma all’epoca io non lo sapevo). Era la fine degli anni ’80, e cominciava ad affacciarsi un po’ ovunque quello che sarebbe diventato il movimento New Age e che avrebbe coinvolto anche parte della Chiesa nella ricerca di una forma di spiritualità diversa, più legata all’esperienza intima e personale dell’individuo che a quella collettiva e liturgica della comunità. Il libro in questione affrontava e coniugava la tradizione, spesso ingessata, del cattolicesimo con le pratiche meditative e yogiche, più legate al mondo induista e buddhista, coniugando corpo e spirito in un “unicum” ed insegnando, quindi, posizioni fisiche che conciliassero l’atteggiamento meditativo, o esprimessero determinati sentimenti religiosi, insieme con tecniche di respirazione e di visualizzazione, che aiutassero ad entrare più in contatto con il proprio “io” interiore.

Non ero del tutto nuovo a simili esperienze: il mio amore per la “magia” e per tutto ciò che era in qualche modo occulto nasceva da lontano (“Sim Sala Bim”) e negli anni avevo letto diversi testi di esoterismo che, naturalmente, andavano verso tutt’altra direzione, ma in qualche modo usavano lo stesso linguaggio e le stesse tecniche. Fino ad allora, però, avevo dovuto accantonare quel testo, perché ritagliarsi uno spazio personale in comunità vocazionale era impossibile, visto che dormivamo in camerate da quattro, e quando ero tornato a casa, con tutti gli scombussolamenti che avevo vissuto, tutto questo era passato in secondo piano. Adesso era venuto il momento di riprendere quel libro in mano e vedere se poteva essermi utile per uscire dallo stato di prostrazione in cui mi trovavo.

Lo fu. E fu una scoperta. Il mio dualismo, tipicamente bilancino, di tensione tra corpo e mente, carnale e spirituale, ragione e sentimento, trovò in quella pratica quotidiana un punto di incontro ed una pacificazione. Cominciai, come si dice in gergo, a “praticare” quotidianamente (con questo termine si indica la “pratica”, appunto, della meditazione, specie in ambito orientale), la mattina in camera da solo; ma anche ad utilizzare le tecniche di respirazione e visualizzazione durante i momenti di preghiera comune; così come, spesso, addirittura mentre svolgevo attività che non richiedevano particolare attenzione (tipo estirpare le famose erbacce attorno agli altrettanto famosi fagiolini). Lentamente, riemersi.

La fraternità vide con favore questa evoluzione: dimostrava che ero quantomeno pronto ad affrontare la vita religiosa. Lo stesso Oreste, oltretutto, conosceva quel testo, e fu contento che lo utilizzassi, per di più gestendomi autonomamente. Dopo altri tre mesi di buio, potevo cominciare davvero a vivere appieno la mia esperienza in convento.

Tutto risolto, quindi? No: devo fare ancora due considerazioni. La prima: quel testo, o quantomeno quel modo di vivere la spiritualità, fu fondamentale per il mio percorso religioso, tanto che, molti anni dopo, quando venne il momento di scegliere la tesi con cui avrei conseguito la licenza in Teologia Spirituale alla Gregoriana, a Roma (per l’ordinamento scolastico italiano, l’equivalente di una Laurea in Lettere e Filosofia), decisi che il titolo con cui mi sarei presentato sarebbe stato “Aspetti psicofisici della meditazione profonda”; e, ancora prima di questo, ci sarebbe stato un pungo periodo, di almeno 5 anni, di intensa pratica yoga presso un Istituto, il Kuvalaiananda, di Torino. Ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.

La seconda: la depressione è l’unica compagna di vita che non mi ha mai tradito. E’ sempre con me, silenziosa, ammantata nell’ombra del quotidiano, ma costantemente presente. Ci convivo. E’ un altro dei motivi per cui certi miei comportamenti risultano incomprensibili alle persone che mi stanno accanto. Ancora oggi, in alcuni momenti, mi chiudo, mi ripiego su me stesso, come una torre che crolla implodendo. E oggi come allora, la mia reazione è il mutismo. Certo, non così drastico, perché con la vita che svolgo non mi sarebbe neanche possibile. Ma con le persone che ritengo mi abbiano fatto del male semplicemente non parlo più. Sparisco lentamente, come l’immagine appannata in uno specchio che adagio adagio svanisce, e ci si chiede se in fondo sia mai stata reale. In qualche modo amo questo male oscuro, vivendo come in una Sindrome di Stoccolma che si ripete ciclicamente, e non credo riuscirò mai a liberarmene. Perché è vero che è da soli che si può trovare la forza per uscirne, ma è altrettanto vero che è negli occhi dell’altro che si scopre la propria dignità ed il meritare di essere amati esattamente per come si è. E io questo specchio ancora non l’ho trovato. E credo che questa storia non sarà più narrata un’altra volta.

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Male oscuro – Parte terza

Non sai mai quando e come comincia di preciso. E’ un po’ un declinare lento, che diventa un giorno dopo l’altro una discesa più ripida, fino a trasformarsi in una slavina senza che tu te ne accorga; un non dare peso a tanti piccoli segnali: quel senso di malessere che “tanto poi passa”, una sorta di insoddisfazione generale, il sentirti sempre fuori posto, sempre sbagliato. Io adesso lo identifico con una specie di cappa nera, un drappo che scende davanti agli occhi dell’anima e del cuore, come il trovarsi costantemente dentro ad una stanza buia con la sensazione che non si riuscirà mai più a vedere una qualsiasi luce. Non serve a niente, quando si arriva a questo punto, la voce della ragione che dice che non ci sono motivi reali per sentirsi così; e le persone che ti stanno intorno, nel peggiore dei casi non capiscono e pensano che tu sia un ingrato che non sa apprezzare le cose che ha; oppure credono che tu viva in una sorta di menopausa (o andropausa) costante; nel migliore dei casi, ma sono rari, capiscono qual è il problema, ma non sanno come affrontarlo, e spesso fanno più male che bene con i loro rimedi-fa-da-te.

Ho sempre avuto una personalità molto sfaccettata e complessa, difficile da comprendere, anche perché ne mostro sempre e solo un tratto ad ogni persona che entra a far parte della mia vita, come una sorta di specchio spezzato o di puzzle i cui pezzi non combaciano mai. E quando qualcuno che è abituato a vedere un lato di me ne scopre un altro inaspettato, resta spiazzato, e non capisce come realtà così dissimili possano coesistere tra loro. E’ una sorta di schizofrenia psicologica. Credo nasca dal fatto che mi sono sentito spesso castrato e costretto, quindi, a cambiare il mio modo di essere in base alle circostanze.

Da bambino amavo mettermi al centro della scena, cercando probabilmente quelle attenzioni che nei primi mesi di vita, passati in brefotrofio, nessuno mi aveva potuto dare: mi piaceva fare imitazioni (Gatto Silvestro era il mio cavallo di battaglia), cantare, recitare poesie, raccontare ai bambini miei coetanei le favole che avevo letto. Ma lo stare tanto tempo da solo; il sentirmi spesso dire dai miei genitori “questo non si dice, questo non si fa, questo è sconveniente” in una litania castrante per essere sempre compìto, sempre perfetto, un piccolo Ken da esibire agli amici; il vivermi come “diverso” per le attività che svolgevo rispetto ai miei coetanei già alle elementari; tutto ciò mi portò progressivamente a trasformarmi da bambino allegro e “presente” ad introverso e ripiegato su se stesso, nella perenne ricerca di un equilibrio tra l’accettazione e la manifestazione di un sé.

Forse fu tutto questo, unito a quanto trascorso negli ultimi due anni, a farmi cadere improvvisamente, quasi da un giorno all’altro, in uno stato depressivo. Come avevo fatto con i miei solo alcuni mesi prima, adesso, senza però più ne’ volerlo ne’ preventivarlo, precipitai in un mutismo assoluto. La faccia sempre scura, la fronte china ed aggrottata, la voglia di piangere costante, divennero il mio modo di presentarmi al mondo intorno e le mie compagne di vita quotidiane. I frati, ovviamente, non capivano cosa fosse successo, ma nemmeno intervennero più di tanto. Non dimentichiamo, infatti, che il Postulato è un periodo di prova, e se io avessi dimostrato di non essere in grado di superare quel momento di buio interiore, questo avrebbe significato che la vita religiosa non faceva per me.

Intendiamoci: non voglio dire che, come i miei genitori prima, anche la fraternità adesso mi ignorasse; cercavano di interagire nella normale quotidianità, come se il problema non esistesse; ogni tanto, con delicatezza, Dante mi chiedeva “Non stai bene?”; dimostravano la loro presenza nei fatti; ma non affrontammo mai direttamente la situazione, ne’ ci furono approcci medici o psicologici per gestirla. Credo che questo modo di fare sia al contempo uno dei vantaggi, ma anche uno dei grandi limiti, della formazione della vita religiosa, almeno per quanto ho avuto modo di viverla io. E’ un vantaggio, perché non punta il dito accentuando un disagio; ma corre sul filo pericoloso del far finta di nulla, del non affrontare mai seriamente un problema, specie quando questo, paradossalmente trattandosi di un ambiente religioso, investe la sfera dell’intimo di una persona. Sarebbe avvenuto così anche quando, diversi anni dopo, avrei affrontato la presa di consapevolezza riguardante la mia omosessualità, e sarebbe stato, di fatto, il motivo principale della mia uscita dalla vita religiosa. Ma questa è un’altra storia e la dovremo raccontare un’altra volta.


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Male oscuro – Parte seconda

La casa di Lucia era una specie di baita in una valle del pinerolese. Non era lontana dalla città, ma di fatto sembrava di essere in un altro mondo. Entrammo in una stanza avvolta in una semioscurità, che sembrava più piccola di quello che realmente fosse per il gran numero di persone, uomini e donne, che vi erano seduti. Sembrava una via di mezzo tra la sala di attesa di un medico e l’antro di una fattucchiera.

“Venite, venite!” disse una voce al di là di una tenda un po’ malconcia. “Non vi dispiace se faccio passare prima loro, vero?” e nessuno osò obiettare. Come avesse capito che eravamo entrati Sergio ed io, non lo so. Certo era che lei ed il giovane frate si conoscevano, e lui aveva un certo qual timore reverenziale nei confronti della donna. Lucia dimostrava più della sua età, che pure ad uno sguardo attento si poteva intuire: vestita come un montanaro, con abiti maschili, camicione a quadri, pantaloni sformati di velluto, l’unico vezzo che aveva, se di vezzo vogliamo parlare, era una specie di foulard che le teneva raccolti i capelli. La pelle del viso sembrava quasi cuoio, arrossata dal sole e con un non so che di lucido, non dato da sporcizia, ma dalla lunga esposizione all’aria aperta e dalla totale mancanza di trucco o cosmetici. Non sapevo definirla, e soprattutto non capivo perché Oreste avesse voluto che andassi da lei.

“Che è successo? Oh, fammi vedere, fammi vedere” Non ero ancora entrato e già mi tastava con delicatezza la caviglia, innaturalmente gonfia ed ingrossata. “E’ caduto da un muretto e ha piegato male il piede” stava spiegando Sergio, in un misto tra italiano e piemontese; “E all’ospedale hanno detto che devono operarlo, altrimenti zoppicherà per sempre”. “Ma va, ma va! Operarlo, operarlo! Sempre a pensare ad operare quando le cose si possono risolvere molto più semplicemente! Guarda qua, che ti insegno”. E cominciò a fasciarmi la caviglia, dopo avermi applicato uno strano impiastro banchiccio. “Devi fasciarla in questo modo, con le bende incrociate, in modo da tenerla assolutamente ferma. E l’impacco lo devi mettere ogni giorno fresco, meglio la sera, così penetra bene durante la notte”. Le mani passavano con sicurezza e velocità da sotto la pianta del piede fino a metà polpaccio, sovrapponendo le parti della benda come i lacci di un sandalo alla schiava. Poteva anche sembrare un po’ squinternata, ma di certo si vedeva che sapeva di cosa stesse parlando e che aveva una manualità da professionista. In effetti, Lucia era un’infermiera diplomata, che aveva coniugato la normale scienza medica con lo studio di rimedi naturali; grazie al suo diploma, poteva avere uno “studio” senza incorrere in denunce di esercizio abusivo della professione, e si dedicava, spesso gratuitamente, a chi i professionisti non se li poteva permettere.

“L’impacco è bianco d’uovo montato a neve, che serve a far uscire l’ematoma, a cui aggiungi (non ricordo quale erba aromatica da cucina

Forse non tutti sanno che Pinerolo è praticamente la “strada di ingresso” alle cosiddette “valli Valdesi”, ovvero il luogo dove i discepoli di Valdo, eretico quasi contemporaneo di Francesco d’Assisi, si rifugiarono e trovarono scampo dopo sanguinose persecuzioni da parte della Chiesa. Io li avevo sempre solo sentiti nominare, e come tutti i bravi cattolici osservanti avevo sempre pensato a loro, come a tutti i protestanti, come a degli esseri che in qualche modo dovevano per forza essere diversi da “noi”. Fu quello, perciò, il primo episodio in cui venni a contatto con una “diversità” rispetto a ciò che ero. E’ un episodio stupido, apparentemente insignificante, ma proprio per questo lasciò in me un riflesso profondo: è stato, nella sua banalità, una delle consapevolezze più importanti della mia vita.

Ma in quel momento non potevo ancora saperlo, e tornavo a casa, cioè in convento, con la mia fasciatura e la sicurezza che il lunedì non sarei andato in ospedale per farmi operare. Per circa un mese la mia caviglia rimasi bloccata dai bendaggi ed ogni giorno Sergio si dedicò all’impiastro (le bende, invece, imparai presto a sistemarmele da solo). Posso garantire che, a distanza di anni, cammino perfettamente e non ho mai zoppicato nemmeno una volta.

Probabilmente, però, questa fu la classica goccia che fece traboccare un vaso pieno di stanchezza, tensioni, emozioni tenute a freno troppo a lungo. Improvvisamente, senza rendermene minimamente conto, caddi in una forma depressiva che non avevo mai vissuto in vita mia, nemmeno nei miei momenti peggiori e di maggiore difficoltà. Ed il mio carattere mostrò uno dei suoi lati più oscuri.