Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


Lascia un commento

Annus horribilis – Appendice: trasmutazione

I miei genitori decisero davvero di sparire. All’epoca (come già ricordato) non esistevano cellulari, quindi gli unici contatti che potevamo avere dipendevano da un vecchio telefono imbucato dietro ad una colonna, quasi fosse un oggetto di cui vergognarsi un po’. Se non ero io a chiamare, i miei non lo facevano. Sulle prime pensai che sarebbero capitolati molto in fretta, ma quando, 2 settimane dopo il mio ingresso a Pinerolo, cadde il mio ventesimo compleanno e la mia famiglia non si fece minimamente viva, capii che le cose erano serie.

Del resto, io chiamavo a mia volta per dovere, certamente non per piacere. Facevo una telefonata due volte a settimana (e mi sembrava già troppo…), più che altro per sincerarmi delle condizioni di salute di mio padre (“Amarcord: In salute ed in malattia”), ma l’atteggiamento freddo e distaccato che percepivo dall’altro lato della cornetta mi irritava profondamente: non ero certo io quello in torto, e questo ennesimo tentativo di mia madre (perché era con lei che parlavo prevalentemente) di suscitare i soliti sensi di colpa mi mandava letteralmente in bestia. Fosse dipeso da me, le cose sarebbero anche potute andare avanti così. Ma non dipendeva -solo- da me.

La fraternità, naturalmente, era dispiaciuta da tutta la situazione che si era venuta a creare, anche perché si verificava solo con i miei genitori: quelli di Danilo e di Carlo, infatti, erano contenti della scelta fatta dai rispettivi figli, o quantomeno la rispettavano abbastanza serenamente. Frequentavano il convento per quanto fosse possibile, considerando che entrambe vivevano a Torino o in cittadine limitrofe e Pinerolo era abbastanza distante da raggiungere, ed avevano nei confronti dei frati un atteggiamento amichevole e di affetto. Pertanto, Oreste decise che si doveva fare un tentativo anche con i miei, che oltretutto, fino a quel momento, avevano volutamente evitato ogni contatto anche personale con gli abitanti della fraternità, per cui di fatto non li conoscevano nemmeno. “Vedrai che col tempo gli passerà, devi avere pazienza”, mi ripeteva, inconsapevole che, a me, la cosa andava benissimo anche così. Decise di invitarli a pranzo.

L’occasione sarebbe stata il mio onomastico, che cade il 30 novembre. Erano ormai passati quasi 2 mesi dal mio ingresso in Postulato, e presumibilmente la voglia di vedermi di mia madre avrebbe prevalso sulla rabbia (sua) e sul senso di disprezzo per i Cappuccini (di mio padre). Li avvisai, quindi, durante una delle solite telefonate, e mi costrinsi anche a blandirli, utilizzando la ricorrenza per convincerli a venire. Non nego un certo sforzo e che, per una parte, quasi sperassi che non accettassero. Ma, d’altra parte, a Natale sarei dovuto tornare a casa per qualche giorno, e la situazione sarebbe stata ancora più complicata da gestire, quindi scelsi a mia volta il male minore. Accettarono.

Quella mattina, naturalmente era una domenica, mi alzai dal letto… e mi ridistesi subito! Un forte giramento di testa, un improvviso mal di gola, brividi che correvano su e giù per la schiena come una Ferrari a Maranello mi fecero capire subito che mi era venuto un febbrone da cavallo. Qualcuno potrebbe pensare che “la c’è la Provvidenza” (cit.), io pensai che la tensione ed il nervoso mi avessero giocato un pessimo scherzo. In ogni caso, non potevo più bloccare i miei, che certamente si stavano preparando a venire (da Rivarolo a Pinerolo ci voleva oltre un’ora di auto), ed avvertii, molto preoccupato, Oreste.

“Eeeehhh… che problema c’è? Vorrà dire che tu starai tranquillo a letto, e loro mangeranno giù con noi” mi rispose serafico come un s. Francesco qualunque. Io, al contrario, ero terrorizzato: conoscevo molto bene gli scatti d’ira di mio padre, senza dimenticare i suoi tentativi presso Provinciale e Vescovo di bloccare la mia entrata in convento, per cui l’idea di lasciare i miei da soli con i frati era una prospettiva che ai miei occhi rasentava l’apocalisse. Ma, in quel caso, non potevo davvero fare nulla per cambiare la situazione.

Sentii l’auto entrare nel cortile (riconoscevo il rumore e, soprattutto, la guida isterica di mio padre), e mi infossai ancora di più nel letto. Magari, se fossi sparito dentro al materasso, avrei superato indenne la giornata. “ANDREA! STAI MALE!” L’ingresso drammatico di mia madre nella stanza (eccezione incredibile, in quanto l’area in cui si trovavano le camere da letto, le cosiddette “celle”, di fatto era considerata claustrale, quindi vietata a tutti, tanto più ad una donna) mi riportò alla realtà. “Ma sì, è solo un po’ di febbre, dai…” tentai di minimizzare, ma ovviamente non ce ne fu verso, e mia madre assunse quell’aria da Madonna della Pietà di Michelangelo che avrebbe intenerito anche i sassi (me, no!). Credo sia salito anche mio padre, suppongo fosse abbastanza scontato, ma sinceramente non me ne ricordo. Ho solo l’immagine, ad un certo punto, di un radioso p. Oreste che, come se nulla fosse “Venite? Andiamo a pranzo?” trillò garrulo, con mia madre che lo guardava smarrita con l’aria tipica del “E devo lasciare mio figlio qui DA SOLO?”. Per fortuna, fu solo un pensiero inespresso, e stringendomi forte la mano, come se fossi IO a dover dare forza A LEI, mi lasciò.

Rimasi solo, chiedendomi cosa stesse succedendo. Allungai le orecchie, per cercare di sentire le urla di mio padre che, ne ero certo, prima o poi sarebbero arrivate. Nulla. Non sapevo come interpretare il tutto, quindi mi agitavo sempre di più, girandomi e rigirandomi nel letto, in attesa che capitasse una cosa, qualunque cosa, che mi aiutasse a capire cosa stava succedendo. Finalmente la porta si aprì.

“Allora noi andiamo, prima che diventi troppo buio” (mio padre odiava guidare con i fari delle auto che gli venivano incontro). Il trio sorridente padre-madre-Oreste mi guardava e io non ci capivo più nulla. A dire il vero, i sorrisi dei miei erano un filo colpevoli, quello di Oreste vagamente vittorioso. “Ci sentiamo tra un paio di giorni, appena stai meglio. Chiamaci, non farci stare in pensiero!” “Tranquilli, vi chiamo io!” squillò sempre più allegro Oreste. Ed io pensai per un attimo di avere la febbre molto, MOLTO alta. Se ne andarono.

Da quel momento, TUTTE-LE-DOMENICHE i miei genitori vennero a messa in convento. E non solo a Pinerolo, ma in qualunque convento io fui successivamente trasferito (tranne durante l’anno di Noviziato che, svolgendosi a Vignola, in provincia di Modena, presentava qualche problema logistico… per fortuna mia, direi). E spesso mia madre, che va detto, era un’ottima cuoca, portava da casa il pranzo per tutti i frati e le persone presenti (ed al Monte dei Cappuccini questo voleva dire anche per una trentina di persone, a volte), mentre mio padre si occupava del vino (cosa assai gradita dai frati che, eccezion fatta per me, erano tutti ottimi bevitori). Insomma, una rivoluzione copernicana.

Va detta una cosa: la fraternità di Pinerolo, i vari Oreste, Sergio, Marcello, Roby, DanDe e DanTe, erano davvero delle brave persone, semplici ma accoglienti e, come ebbe modo di verificare mio padre, tutt’altro che stupidi o ignoranti. Avevano saputo prendere i miei genitori con delicatezza e naturalezza, facendoli sentire in qualche modo in famiglia e facendo loro comprendere di non essere in competizione per il mio amore. E di questo sarò loro sempre grato.

Certo, i miei continuavano ad essere convinti che la mia scelta di vita fosse sbagliata, e quindi non modificarono la versione data in famiglia ed al giro di amici mantenuta fino a quel momento. Ma anche questo sarebbe cambiato a 180°, dovevano solo passare un paio d’anni. Ma questa è un’altra storia, e dovremo raccontarla un’altra volta.


Lascia un commento

…Maddalena

Mio padre aveva due sorelle.

Rosina aveva un lieve disturbo mentale. Niente di particolarmente evidente, semplicemente un po’ di ritardo nella capacità di apprendere le cose e di parola. Però narra la leggenda (sempre mia madre, again) che sia stata la prima persona a cui ho sorriso quando, una volta adottato, sono arrivato a casa, mentre fino a quel momento ero stato abbastanza ingrugnito. Le volevo bene, proprio perché essendo un’anima semplice mi sembrava a sua volta una bimba solo un po’ cresciuta nel fisico, ma non nel carattere. Purtroppo, morì quando io avevo solo 7 anni, improvvisamente. E’ di fatto la prima esperienza della scomparsa di una persona cara che ho, perché è vero che era già venuto a mancare mio nonno paterno, ma quando questo accadde io avevo solo 4 anni ed i miei ricordi al riguardo sono molto sfumati.

Rimase Maddalena, per tutti Lena. Viveva, ormai sola, in 3 stanze nella casa a fianco, all’interno dello stesso cortile su cui si affacciava la nostra. Zitella impenitente, probabilmente per il carattere non proprio mansueto (e forse anche quel filo di baffi che ha sempre avuto fece la sua parte…), semplicemente mi adorava, essendo il suo unico nipote. Da quando ho memoria, ogni giorno, dopo pranzo (o, quando andavo a scuola tutto il giorno, dopo cena), scendevo da lei. Ci facevamo compagnia come solo bambini ed anziani  sanno farsi (e per me lei è sempre stata anziana, perché essendo ancora più vecchia di mio padre, l’ho sempre vissuta come tale, anche quando probabilmente era “appena” cinquantenne… ma si sa che per i bambini dopo i vent’anni si apre il mondo della geriatria); seduti sul suo divano un po’ rovinato, costantemente ricoperto da una qualche trapunta di colori indecifrabili, guardavamo la tv, e più il programma era strappalacrime, più lei lo amava, pur non essendo affatto portata alla commozione, anzi. Grazie a lei ho conosciuto tutte, e dico TUTTE, le telenovelas brasiliane degli anni ’80, dove la parte della regina la faceva “Andrea Celeste”, che lei adorava incondizionatamente. Stavamo lì, io capendo poco perché non molto interessato, lei “Zitto, zitto!” ogni tanto, nei momenti più importanti, e comunque sgranocchiando caramelle o cioccolata, perché era golosa come me e con me condivideva queste piccole gioie quotidiane che, proprio perché giustificate dalla presenza del nipote, le sembravano meno peccaminose. Era il nostro Piccolo Mondo Antico, fatto di riti, pettegolezzi di paese, biscotti e tamarindo.

Con lei non aveva senso mentire riguardo la mia partenza per il convento; ma sapevo che non sarebbe stato facile, quindi lasciai questo momento per ultimo. Scesi anche quel giorno da lei, e come sempre fui accolto dal suo bacio un po’ pungente, per via dei peletti ispidi che facevano capolino dal mento, ed umido. “Sai, c’è una cosa che devo dirti” non me l’ero sentita di sedermi sul divano come se fosse un giorno qualunque, e stavo un po’ in bilico sull’orlo di una sedia. “Tra due giorni me ne vado a Pinerolo, entro in convento, dai frati Cappuccini”. Si ferma, mentre sta liberando la tavola apparecchiata con un solo piatto, un solo bicchiere, un solo paio di posate. “E… quando torni? Quanto stai via?” Non ha capito, o vuole far finta di non aver capito. “Beh, a Pinerolo un anno… Poi, se tutto va bene, entrerò in Noviziato, che non ho capito dove si trova, ma dura anche quello un anno, poi non so dove mi mandano… Però per Natale, Pasqua, ste cose lì torno qualche giorno!”. “Beh, se sei contento… sono contenta anch’io per te!” Mi dice, cercando di sorridere. E non c’è più molto da dire. Le sorrido di rimando, la abbraccio e le dò il solito bacio. Mi accompagna alla porta e “Ogni giorno lo passavo aspettando che tu scendessi…” E per la prima, ed ultima, volta la vidi piangere; la porta si chiuse. Prima di risalire dai miei, mi fermai nell’ingresso, dove mia madre non poteva vedermi ne’ sentirmi; e piansi a mia volta.

Due giorni dopo partii. La mia vita in quella casa era davvero finita.


Lascia un commento

Maria…

Fin da bambino, una delle famiglie che frequentavamo maggiormente era quella dei testimoni di nozze dei miei genitori. Ne ho accennato in un post precedente (“Questo piccolo grande amore – parte seconda”), ma finora non avevo mai parlato della loro nipote, mia coetanea nonché frequentatrice del famoso oratorio e relativo gruppo di amici (“Amici miei”): Maria.

La fanciulla ed io abbiamo sempre avuto un rapporto strano, di amore ed odio (quantomeno da parte sua, perché da parte mia più che altro era di indifferenza). Narra la leggenda (mia madre) che, quando ero piccolo, una volta fossimo a pranzo dai suddetti amici, e Maria ed io fossimo seduti vicini. Lei, gelosa delle attenzioni che in quanto ospite mi venivano riservate, mi morsicò il braccio; mia madre, ovviamente inferocita per l’affronto subito dal suo pargolo, la riprese duramente “Maria! Guai a te se fai ancora una cosa simile ad Andrea! Ti prendo a sberle!” e mentre lei, compunta, rispondeva con un pudico “Va bene…”, contemporaneamente cominciava a prendermi a calci sotto la tavola. Ecco, la nostra amicizia era così, simpatica ed affettuosa.

Non stupisce, quindi (in realtà io non ho mai capito come possa essere avvenuto, ma vabbè, su certe cose ammetto la mia totale stupidità), come lei, ad un certo punto, si fosse messa in testa che un giorno saremmo convolati a giuste nozze. Forse avrà pensato che, essendo tutti e due non esattamente dei potenziali partecipanti ai rispettivi concorsi di Miss Mondo e Mister Universo, non potessimo avere chances al di fuori l’uno dell’altra; oppure, essendo stati anche compagni all’inizio dello studio del pianoforte, che avessimo moltissimi interessi che ci accomunavano; di certo, lei era decisamente più maschiaccio di me, e non che ci volesse molto in realtà. Sta di fatto che in oratorio, piuttosto che nel gruppo di canto che animava le messe, piuttosto che in ogni possibile occasione, lei assumeva quell’atteggiamento da fidanzatina scazzata che avesse a che fare con un mezzo cerebroleso. Di sicuro, non c’era mai stata nessuna dichiarazione esplicita. Fino a quel momento.

Dovevo dire anche ai miei amici che sarei entrato in convento, e naturalmente non avevo nessuna intenzione di mentire al riguardo, anzi. Vivevo la cosa come un successo ed ero eccitato ed orgoglioso insieme, visto che questo passo mi avrebbe posto ad un livello diverso rispetto a tutti loro. Non riuscendo minimamente a trattenere il mio entusiasmo, quindi, lo comunicai prima di iniziare la messa durante la quale, come ogni domenica, noi avremmo cantato e Maria ci avrebbe accompagnato suonando (con esiti disastrosi, va detto) l’organo. Sapendo già tutto quello che era successo in precedenza col tentativo fallito della comunità vocazionale salesiana, i miei amici espressero la loro gioia e si congratularono con me per il passo importante che stavo per compiere. Iniziò la celebrazione, e noi accompagnammo il rito col canto, come da copione. Al termine, uscimmo sotto i portici antistanti la chiesa ed iniziammo a parlare, come facevamo sempre.

Rallenty. Maria esce, confusa tra la folla di persone che sciamano fuori dalla chiesa; si guarda intorno, quasi affannata; ci vede; a passo deciso, i pugni stretti e le nocche sbiancate, si avvicina al nostro gruppo, che la guarda meravigliato arrivare; la gonna si agita intorno alle gambe magre, spinta dalla camminata concitata; si fa largo, quasi spintonando chi mi sta intorno, e mi si para davanti; le labbra tremano, le lacrime sono trattenute a stento; trattengo il fiato.

“Andrvrea!” (sì, pizzica la erre…) “Ti sHei” (sì, pizzica anche la esse e questo la porta a sputacchiare un po’…) “innamorvrato di Qualcuno” (credo parli di Dio…) “con cui io non posHHso competervre! Ma rvricorvrdati che sHe cambiervrai idea io sHarvrò qui ad asHpettarvrti!”

Si gira, corre via singhiozzando, le spalle che sobbalzano un po’ per la corsa, un po’ per le lacrime. Campo lungo. Musica. Titoli di coda.

I miei amici, che avevano trattenuto il fiato fino a quel momento increduli, scoppiano a ridere come dei pazzi. Io resto interdetto e non so se mi sento più divertito per il nonsense della cosa, più imbarazzato per la comica figura involontaria o più dispiaciuto per la sua reazione. Inutile dire che questo episodio è rimasto negli annali della storia del nostro gruppo, ed ancora oggi ogni tanto capita che lo rievochiamo. Maria, adesso, è sparita dal nostro sempre più decimato giro (si sa, la vita e le storie personali allontanano e cambiano rapporti e ritmi). Nel tempo ha iniziato a lavorare, poi ha lasciato il lavoro per entrare a sua volta in convento, tra le suore presso cui da bambino avevo frequentato le elementari. Non è mai arrivata a prendere i voti ed è uscita dopo un paio d’anni, tornando al lavoro che aveva lasciato. Ha avuto diverse vicissitudini sentimentali, e tra un fidanzamento e l’altro capitava che si rifacesse sentire, proponendo rimpatriate ed incontri che non sono mai avvenuti. Ho perso definitivamente i contatti con lei, unica donna che abbia mai pianto per il mio amore non corrisposto. Anche se in verità, sempre all’oratorio, altre due avevano fatto addirittura a botte per me… Ma questa è un’altra storia, e sarà raccontata (in un “Amarcord”) un’altra volta.


Lascia un commento

Annus horribilis – Parte finale

Era inutile rimandare ulteriormente il momento: avrei affrontato i miei genitori quella sera stessa. Volevo togliermi fin da subito il blocco dallo stomaco, anche se questo avrebbe significato vivere il poco più di un mese rimanente prima del mio ingresso in postulato in condizioni da tragedia greca.

“Ormai l’estate è finita, a Pinerolo sei andato, ti sei riposato, quindi è ora che ricominci a prepararti agli esami. Con sta storia dei frati riprenderai quando avrai finito l’università. Fino ad allora, non se ne parla più”. Se anche avessi avuto dei dubbi sull’opportunità o meno di aspettare a parlarne, contenuto e tono di mio padre me li aveva fugati. “Oggi ho parlato con p. Cesare”. Primo momento di gelo, evidentemente mio padre non se lo aspettava. “Ha detto che, se voglio, loro sono disponibili ad accettarmi in Postulato fin da subito”. Mia madre sbianca e mi guarda come fosse improvvisamente una statua di cera. “Ho risposto che per me va bene, entrerò il primo di ottobre”.

Fu come se fosse esploso un ordigno nucleare. Piatti e bicchieri schizzarono per aria e tutto il tavolo tremò, mentre mio padre batteva i pugni, paonazzo e digrignando i denti dalla rabbia, e “NO! TU SEI MIO FIGLIO E FARAI QUELLO CHE DICO IO! FINCHE’ SARAI IN QUESTA CASA SONO IO CHE DECIDO! TU LI’ NON CI ANDRAI! MIO FIGLIO NON ANDRA’ IN GIRO SCALZO COME UN MENDICANTE! SE PROPRIO RELIGIOSO DEVI ESSERE, ALMENO CHE SIA UN ORDINE DECENTE, COME I GESUITI! I CAPPUCCINI NO!”. Mia madre cominciò a piangere, mordendosi un labbro, poi, come di solito faceva in circostanze simili, corse in bagno e vi si chiuse dentro.

“Dimentichi un particolare. Io sono maggiorenne, se me ne voglio andare me ne vado, e tu non puoi trattenermi. Finché vivo sotto questa casa devo fare quello che vuoi tu, ma io non vivrò più sotto questa casa. Quindi il discorso finisce qui”. Le mie parole, ma soprattutto il tono con cui le pronunciai, furono come ghiaccio che cadeva spezzandosi a terra. Vi misi dentro tutta la rabbia, l’umiliazione, la paura che avevo vissuto in quei mesi. Le caricai di tutto il dolore che volevo far vivere ai miei genitori, restituendo moltiplicato quello che avevo vissuto io nell’ultimo anno. Volevo che soffrissero. Mi alzai, uscii dalla cucina e me ne andai.

Se la cosa importante per mio padre era il livello “sociale” da esibire, e quindi la scelta dei Cappuccini, da lui ritenuti il peggio del peggio dal punto di vista di prestigio, era uno smacco inaccettabile, per mia madre il punto era che me ne sarei andato e li avrei lasciati. Tutta la sua vita non avrebbe più avuto un senso, dato che lei aveva fatto girare la propria intera esistenza intorno al fatto di essere, appunto, madre. Anche il rapporto con mio padre aveva assunto una sua ragion d’essere in funzione di questa visione del proprio ruolo e, paradossalmente, il mio allontanarmi, oltre al peggiorare della situazione di salute di mio padre, l’avrebbe aiutata negli anni successivi a recuperarlo in un modo nuovo. Ma in quel momento non poteva saperlo nessuno di noi.

Mio padre, che evidentemente non aveva ancora imparato la lezione, pensò di passare al livello successivo, come nei videogiochi. Dopo aver scritto al p. Provinciale dei Cappuccini, p. Cesare appunto, decise di scrivere al Vescovo. Solo che sbagliò obiettivo. Infatti, nell’ambito della vita religiosa il Vescovo non ha alcuna giurisdizione ne’ autorità, se non per quanto riguarda la gestione della propria diocesi. In sostanza, se un convento è ANCHE parrocchia, allora in quel caso il Vescovo può ovviamente dire la sua, almeno per quello che riguarda la pastorale, la catechesi, ecc ecc. Ma in tutto ciò che riguarda la vita INTERNA di una qualunque casa di religiosi, maschile o femminile che sia, l’unico ad avere autorità decisionale è l’Ordine di appartenenza, nei suoi vari gradi. Oltretutto, il Monte dei Cappuccini si trova a Torino, e quindi ricade sotto la diocesi del capoluogo piemontese. Il Postulato, d’altro canto, era a Pinerolo, a sua volta sede vescovile. E mio padre, che ovviamente non aveva agganci ne’ presso la Curia torinese, ne’ presso quella pinerolese, scrisse all’unica realtà dove pensava di avere qualche chance di essere considerato, quella sotto cui rientrava il nostro paese, Rivarolo: la diocesi di Ivrea. Che, per un usare un francesismo, non c’entrava assolutamente un cazzo. Quindi il vescovo, con una lettera molto gentile, sostanzialmente comunicò all’amato genitore che lui non poteva farci niente, perché non ne aveva l’autorità ne’ a livello di competenza, ne’ a livello di territorialità. In sostanza, lo mandava a… quel paese (ma molto educatamente eh).

Il problema principale, a questo punto, era quello di comunicare quest’onta alla collettività di amiciparenticonoscenti. E, dato che la ruota del karma gira, come io avevo ingannato i miei mentendo su voti scolastici e scelte di vita, adesso i miei si sarebbero trovati nelle condizioni di dover ingannare, per non vivere una vergogna per loro inaccettabile di fronte a tutti, chiunque mi conoscesse. Semplicemente, io sparii. Senza entrare troppo nel merito del dove, come, quando e perché, improvvisamente io me ne dovetti andare da Rivarolo per seguire dei non meglio precisati studi in una non meglio precisata città per un non meglio precisato periodo di tempo. Immagino che questa versione lasciasse molti punti oscuri in chi se la sentiva propinare, ma naturalmente io non ebbi mai modo di vedere come fosse gestita da parte dei miei. Certo è che, due anni dopo, d’improvviso il parentame fu inondato di santini del sottoscritto in saio che annunciavano gioiosamente dell’ingresso nella vita religiosa con la formale funzione religiosa durante la quale avrei preso i voti. Con tutto il comprensibile sconquasso che questa nuova, improvvisa ed inaspettata versione avrebbe generato.

Ma questo era ancora molto in là da venire; io, invece, che non dovevo ne’ volevo fingere (anzi…) avrei dato il lieto annunzio ai miei amici e a mia zia. Con esiti… che vedremo.


Lascia un commento

And the Winner is…

Quando tornai a casa, mantenni un very low profile. Ovviamente non potevo lasciar trapelare che non aspettavo altro che parlare con p. Cesare per sapere cosa sarebbe stato di me da lì a poche settimane, perché temevo qualche improvviso colpo di testa dei miei genitori. Quindi ripresi la mia apparente normalità, fatta di ore trascorse al pianoforte, finte preparazioni ai prossimi esami universitari (perché, se anche non fossi stato ammesso al Postulato, almeno non avevo la minima intenzione di continuare con quella facoltà per me insopportabile, quindi avrei bucato ogni appello finché i miei non si fossero arresi all’evidenza), sorrisi e gentilezze assortite. Dentro di me, però, si agitava una vera e propria tempesta fatta di speranze e timori, aspettative e rassegnazioni.

Il giorno che salii al Monte sapendo che avrei parlato col Provinciale, l’unico sentimento che provavo era paura. Comunque fosse andata, ero spaventato: lasciare casa dei miei, questa volta sul serio e definitivamente, era un’opzione che, in fondo, era sempre sembrata lontana, anche quando ero dai Salesiani, perché nel mio inconscio avevo saputo, da un certo punto in poi, che non sarei mai entrato nel loro noviziato. Ma anche la prospettiva che tutto si interrompesse, mi venisse detto che no, non potevo ancora, forse mai, accendere al postulato cappuccino e quindi sarei dovuto restare a casa mi terrorizzava, perché in quel caso, forse per la prima volta, non avevo più davvero idea di cosa avrei fatto della  mia vita. Entrai, attraversai il chiosco, salii le scale che portavano alle aree generalmente interdette a chi non fosse frate e bussai alla porta dell’ufficio dove p. Cesare mi stava aspettando.

“Allora, com’è andata a Pinerolo?” “Beh, mi sono trovato bene…” Non sapevo come rispondere: se sembravo troppo sicuro di me, davo l’impressione di strafottenza; se facevo troppo il timido, si poteva pensare che non fossi convinto della decisione di andare in Postulato. Cercavo di lasciare che fosse p. Cesare ad esporsi, ma lui non era uno stupido. Dopo un po’ di schermaglie reciproche, durante le quali nessuno voleva evidentemente scoprire le proprie carte, sbottai.

“Come le ho già detto in altre occasioni, se non entrerò in postulato quest’anno temo che i miei genitori mi impediranno di frequentare non solo Pinerolo, ma anche il Monte. In queste settimane hanno un po’ allentato la corda perché è estate, ma con la ripresa degli studi universitari è ovvio che per loro sarà quella la priorità, ed io sarò di nuovo ingabbiato, come nell’ultimo anno che ho trascorso.” Il mio tono era tra il rassegnato, il terrorizzato ed il determinato.

“Sì, lo penso anch’io. La situazione è certamente complicata in casa tua. D’altra parte, i confratelli di Pinerolo mi hanno detto che sei una persona volenterosa, ma poco portata alla manualità ed alla fatica, quindi potresti essere inadatto ad un certo tipo di vita: noi non siamo intellettuali (-e questo non poteva che essere il giudizio di fra’ Sergio-). Sei anche consapevole delle tue capacità, e questo fa di te una persona poco umile, un po’ troppo saccente (-grazie tante, p. Oreste-). Ma io, e non solo io, credo che come Cappuccini noi abbiamo bisogno di un po’ di precisione, di cultura, di un po’ di quell’atteggiamento salesiano che ti porti dietro (-oltre a quello di p. Cesare qui c’era anche la valutazione di p. Roby, senza dubbio-). Quindi, per me puoi entrare a far parte del postulato a partire dal mese di ottobre. Ci saranno altre 2 persone con te, Danilo che hai già conosciuto, e Carlo. Sarà un anno impegnativo e potrai capire cosa fare del tuo futuro, se la tua strada è tra i frati Cappuccini o meno. Ma io sono contento che tu sia con noi. Dei tuoi genitori non preoccuparti, se ti vogliono realmente bene, capiranno.”

Mesi e mesi di tensione finalmente scoppiarono. Se non fossi stato seduto, probabilmente sarei caduto a terra, perché mi sentii improvvisamente debole, con la testa che girava, come se tutta l’adrenalina accumulata in quel periodo che sembrava infinito fosse improvvisamente defluita dal mio corpo. E, contemporaneamente, mi assalì subito da una parte l’ansia per il dover affrontare i miei, dall’altra la consapevolezza di un passo questa volta sì ineluttabile, che avrebbe realmente cambiato la mia vita. E, forse, non ero ancora così pronto come volevo far credere, a me stesso prima che agli altri. Ma il dado era tratto.

Questa volta non ci potevano essere ripensamenti dell’ultimo minuto, non potevo tirarmi indietro 3 giorni prima di entrare; sapevo quale sarebbe stata l’alternativa, e comunque, rispetto a quello che avevo vissuto con i salesiani, ero realmente più convinto che la spiritualità francescana si avvicinasse maggiormente al mio modo di essere e di interpretare il rapporto col “divino”. Ma certamente, ancora una volta, la situazione che si era venuta a creare e dalla quale era dipesa in parte la mia decisione, aveva creato la necessità di cominciare un percorso in tutta fretta, saltando delle tappe. E questo non potevo ancora saperlo, ma sarebbe stato qualcosa che avrei pagato molto, molto caro. Ma questa è un ‘altra storia, e dovremo raccontarla un’altra volta. Ora, dovevo affrontare la mia famiglia.


Lascia un commento

Andreino pane e vino – Parte seconda

Se avevo pensato che vivere in fraternità sarebbe stato relativamente semplice avendo avuto già l’esperienza di un anno in comunità vocazionale a Valdocco, mi sbagliavo. Mentre qui, infatti, eravamo tutti studenti, ed i tempi erano scanditi fondamentalmente da scuola e studio e tutto il resto, attività più prettamente religioso-spirituali a parte, era demandato ad altri, là si trattava di gestire una quotidianità fatta dall’alternanza preghiera-pulizie-orto-preghiera-cucina-pulizie-riposo-preghiera-lavoretti-preghiera-cucina-serata-preghiera-sonno. Si potrà notare che, oltre alla preghiera, c’era quindi una serie di attività a me del tutto sconosciute con cui dovevo venire a contatto per la prima volta: se le pulizie in qualche modo già me le ero gestite tra i salesiani, qui scoprivo l’esistenza del dover cucinare, a pranzo solo un giorno a settimana, ma a cena, incredibile ma vero, tutte le sere!; del dover svolgere lavori di normale gestione della casa (lampadine, queste sconosciute…); e, soprattutto, dell’ORTO!!! Io, che avevo SEMPRE odiato una dimensione bucolica che andasse oltre il guardare documentari in televisione, mi ritrovavo a dover fare i conti con pomodori, insalate, i Temibili Fagiolini (qualcuno di voi ha mai provato lo stracciamento di palle ed il conseguente mal di schiena del raccogliere i fagiolini?), ed i conigli.

Ma da una parte non potevo certamente fare molto lo schizzinoso, dovendo dare di me non una buona, un’OTTIMA impressione, visto che da quegli unici dieci giorni dipendeva l’esito della mia ammissione in postulato per l’autunno, e dall’altra tutte quelle novità in fondo mi incuriosivano e ci mettevo tutta la mia buona volontà. Il più delle volte, va detto, con esiti disastrosi. Fra Sergio, che era la persona preposta alla gestione di tutta la parte pratica della giornata mia e di Danilo, se con quest’ultimo non aveva grossi problemi, visto che era decisamente più sveglio e capace di me, nei miei confronti capì molto presto che doveva armarsi di molta, molta pazienza ed un atteggiamento decisamente stoico. Dopo aver quindi puntato già molto in alto per le mie possibilità (“Sei capace di aiutarmi a sistemare l’impianto elettrico, sì?”), comprese che doveva partire dalle basi (“No, se tieni la scopa in quel modo ti spazzi sui piedi, e non va bene…”). Insomma, un vero spasso… per me, forse non tanto per lui.

D’altra parte, in quello che invece erano le prime infarciture di storia francescana e rudimenti di teologia e spiritualità, ovviamente ero già decisamente su un altro livello. Anche troppo, forse: il buon p. Oreste, che come ho detto nel post precedente in certi momenti peccava di timidezza e denotava una certa insicurezza, al sentire il mio modo di parlare, vedere la mia cultura generale, verificare la mia conoscenza della vita di Francesco d’Assisi, conoscere quella che era stata la mia esperienza tra i salesiani, si intimidì, e questo atteggiamento gli sarebbe rimasto sempre come sotteso nei nostri rapporti. Ad onor del vero, è un qualcosa che ancora oggi, se voglio, accentuo e mi torna utile in determinati contesti. Al contrario, invece, p. Roby, che apprezzava moltissimo questa mia preparazione ed il mix di imbranataggine quasi infantile e livello culturale sopra la media, diceva spesso “Ci vuole gente come te tra di noi, gente preparata” e questo, naturalmente, non poteva che farmi un enorme piacere, oltre ad ingrossare il mio ego per altri aspetti un po’ saccagnato.

Complice il periodo estivo, un paio di giornate furono anche dedicate ad escursioni montane, che eccitavano tantissimo Oreste, il quale sembrava trasformarsi in una capra tibetana. “Aspetta! ASPETTA! Che non ti stanno dietro!” urlava stizzito fra Sergio, mentre io, che ovviamente era la prima volta che scalavo una seppure piccola cima (oddio, piccola… circa 3000 metri), tentavo disperatamente di non cadere rovinosamente in qualche burrone. “Sei sempre il solito! Non ascolti e fai di testa tua” ” Ma sì, ma sì… siamo tutti vivi no?” I battibecchi tra Oreste e Sergio erano la norma, e mi divertivano molto, oltre a lasciarmi anche abbastanza stupito: in fondo, il primo era il superiore del secondo, in quanto guardiano del convento, eppure questa formalità cedeva il passo alla normalità di un qualsiasi rapporto che si sviluppava in una sorta di famiglia, dove al posto dei legami di sangue c’erano quelli dati da una scelta di vita comune. Tutto questo su di me, che da sempre avevo vissuto la mia solitudine come un peso a volte insopportabile da gestire, esercitava il fascino del canto di una sirena. Mi sembrava fosse tutto quello che avevo sempre desiderato e tutto quello che avrei voluto da lì in poi.

I dieci giorni, ovviamente, volarono in un “amen”. Mi sembrava di essere appena arrivato, che già era ora di ripartire. Sapevo cosa sarebbe avvenuto adesso: la fraternità, ed in particolare Oreste, Roby, Marcello e Sergio, avrebbe dato il suo parere al Provinciale, p. Cesare, sull’opportunità della mia ammissione o meno per l’autunno, ed avrei quindi potuto sapere a breve se la mia vita sarebbe cambiata o se avrei dovuto tornare in quella specie di inferno che mi sembrava ormai essere casa. Era solo questione di (poco) tempo.


Lascia un commento

Andreino pane e vino – Parte prima

Il convento di Pinerolo è anomalo. Non è infatti il classico edificio che viene in mente quando si parla di “convento”, con chiostro, porticato, lunghi corridoi austeri e tutto l’armamentario da Nome della Rosa. E’ una struttura relativamente recente, un grosso casermone di cemento rettangolare, a 3 piani, che al posto del chiostro ha nella parte posteriore un ampio giardino che si affaccia sulla città di Pinerolo. A fianco, in una grande casa di fine ottocento, c’era un’altra comunità di frati che si occupava dei confratelli più anziani di tutta la Provincia (religiosa), una sorta di casa di riposo però gestita sempre da Cappuccini per Cappuccini. Si trattava, quindi, di 2 fraternità confinanti, ma tra di loro separate e con ritmi e gestioni della quotidianità estremamente diverse.

Quella di prima accoglienza, il famoso postulato in cui stavo entrando per la prima volta, era composta all’epoca da 6 frati. Il cosiddetto “guardiano”, ovvero il responsabile della comunità., era p. Oreste, che all’epoca era poco meno che quarantenne, dinamico, ma nel contempo un po’ timido, con un vistoso riportino sulla pelata che quando tirava vento sventolava come una bandierina brizzolata, facendoci ridere moltissimo (ma lui ci teneva da morire).

L’economo, ovvero quello che gestiva tutti gli aspetti amministrativi, era p. Dante, o come dicevan tutti (cit.) DanDe, perché essendo abruzzese non riusciva a pronunciare la “T”: il motivo per cui fosse stato nominato economo era chiaro immediatamente, in quanto era dotato di braccine molto, molto corte. Il fatto di chiamarlo DanDe ci permetteva di distinguerlo da un altro frate suo omonimo, p. Dante appunto, appassionato di montagna ed un po’ alternativo nei modi di fare, spiccio, simpatico, oserei dire persino un po’ grezzo, e proprio per questo, probabilmente, designato ad essere il cappellano di circensi, nomadi e carcerati, che frequentava e seguiva con regolarità e molta dedizione, uno dei due che, cosa più unica che rara, non aveva la barba.

Marcello era magro ed allampanato, e pativa di frequenti stati di debolezza, che lo costringevano a volte a letto per intere giornate: soffriva molto di questa sua condizione perché gli sembrava di essere di peso per la fraternità, quindi, nei momenti in cui invece stava bene, lavorava moltissimo quasi a compensare i periodi di inattività forzata; p. Oreste gli era molto affezionato e cercava in tutti i modi di dargli sollievo quando stava male.

P. Roberto, affettuosamente chiamato p. Roby (o nella extended version, Roby Uan Kenobi), era il decano del convento, ed assomigliava tremendamente a Yoda di Star Wars: piccolino, barbetta, pelato, inseparabile dal suo saio (mentre tutti gli altri vestivano in abiti civili); era molto allegro e nel contempo approfittava un po’ dell’investitura da “vecchio saggio” che tutti in qualche modo gli avevano attribuito, anche perché per molti anni era stato colui che si era occupato della formazione dei giovani confratelli, tra cui gli stessi con cui ora condivideva la quotidianità, P. Oreste e p. Marcello, che nutrivano per lui una via di mezzo tra un timore reverenziale (“Era severissimo!” continuavano a dirci un po’ spaventati) e l’affetto che si prova per il nonno di casa; in realtà non era così vecchio, avrà avuto poco più di 60 anni, ma dimostrava più dell’età che aveva (e ne approfittava spudoratamente); era anche vagamente civettuolo, e ci teneva sempre ad avere un po’ di profumo (sì, proprio profumo) in tasca perché, diceva, “Non voglio puzzare di vecchio!”.

Chiudeva la combriccola il più giovane dei frati, frà Sergio, che a differenza degli altri non era sacerdote, anch’egli senza barba, e si occupava di tutto ciò che era “manualità” in convento, a cominciare dal non piccolo orto (un centinaio di metri quadrati), dalla coltivazione delle more (almeno finché non siamo arrivati noi… ne parlerò più avanti…) e tutto ciò che era di gestione “pratica”: una sorta di tuttofare, insomma (compreso anche cucinare quando la signora che di norma svolgeva questo compito aveva il giorno di riposo settimanale).

Nota: sottolineo l’assenza di barba in Dante e Sergio perché per i frati cappuccini era una tradizione, e, fino alla fine degli anni 60, addirittura un obbligo averla. Questo perché l’Ordine Cappuccino nasce nel 1500 come riforma degli altri due Ordini Francescani, Conventuali e Minori, e per distinguersi da essi, ed in qualche modo assimilarsi alle fasce più povere della popolazione, con cui voleva condividere l’appartenenza, scelse appunto di avere come simbolo del proprio “pauperismo” la barba. Anche se l’obbligo non c’è più, ancora oggi la quasi totalità dei frati Cappuccini continuano ad essere barbuti. Inutile dire che dal momento in cui entrai in quel convento, la barba divenne anche per me un imperativo categorico (del resto, fin da bambino ne ero stato affascinato e avevo pensato che da grande me la sarei fatta crescere) e da allora, salvo che per necessità mediche (in occasione dell’operazione al cuore che abbi nel 2010) non l’ho mai più tagliata.

In tutto ciò arrivai io, tra l’eccitato, l’intimidito ed il preoccupato. Era un posto nuovo, con persone nuove, con ritmi di vita nuovi, con attività nuove… insomma, una vero salto nel buio! Mi sembrava, per certi aspetti, di essere finito nella Piccola Casa nella Prateria, e mi sentivo decisamente un pesce fuor d’acqua. Per fortuna, nei giorni in cui io ero lì, c’era anche un altro ragazzo, di 2 anni più vecchio di me, Danilo, che già da un po’ frequentava il convento e, presumibilmente, sarebbe entrato come postulante a tutti gli effetti quello stesso autunno (come auspicavo avvenisse anche per me). La sua presenza mi fece ovviamente sentire un po’ meno spaesato, anche se lo stacco da quello che finora era stato il mio ambiente era comunque bello tosto. Iniziavano così i miei primi 10 giorni.