Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Annus horribilis – Parte sesta

Si stava avvicinando l’estate, e con essa almeno due appuntamenti: uno, i primi esami universitari; l’altro, il tentativo ad ogni costo di entrare in postulato ed andarmene da quella casa nella quale non ritenevo più possibile restare. Sapevo che la seconda scadenza si sarebbe dovuta realizzare quell’autunno, o sarei rimasto inchiodato per i prossimi 4 anni almeno, e non ero psicologicamente ed emotivamente nelle condizioni di poterlo accettare.

Ma non ero comunque preparato, quel giorno che salii al Monte, a sentire quello che mi disse p. Luca. “P. Cesare ha deciso che puoi saltare tutta la solita trafila che normalmente viene richiesta per entrare in postulato. Devi però trascorrere almeno una o due settimane nel convento dove dovrai andare, in modo che possiate reciprocamente conoscervi; dopodiché, se per la fraternità andrà bene, potrai comunque iniziare questo autunno”. Ecco la mia espressione in una rara immagine dell’epoca.

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Cos’era successo per far velocizzare così tanto la situazione? Lo venni a sapere alcuni mesi dopo. Mio padre, preso evidentemente da un raptus di demenza senile anticipata, perché sennò non si spiega, aveva preso carta e penna e scritto direttamente allo stesso p. Cesare. Non ho mai letto personalmente la lettera in questione, mentre 2 anni fa, quando per motivi che saranno raccontati un’altra volta (molto, molto più avanti) ho dovuto mettere mani a tutta una serie di documenti che avevo nella vecchia casa dove viveva ancora mia madre, venni in possesso della risposta del frate, che confermava nella sostanza quello che mi avevano detto essere i contenuti dell’iniziativa paterna.

Fondamentalmente mio padre diceva di me, l’amato figlio, che ero un fancazzista, un bugiardo, una persona falsa e di cui non ci si poteva fidare, e che accogliendomi tra loro i frati avrebbero commesso uno dei più grandi errori della loro storia, di cui si sarebbero amaramente pentiti. La bellezza dell’amore paterno…! La genialata, come se la cosa in sé non fosse già abbastanza discutibile, era di citare come teste inequivocabile il famoso Roberto C., che sia p. Luca che, di conseguenza, p. Cesare conoscevano molto bene (e che di lì a pochi mesi sarebbe stato scomunicato ufficialmente dalla Curia vescovile torinese). Ovvio che il buon Provinciale capisse, a seguito di questa serie di perle dispensate sul mio conto, che le mie affermazioni in fondo non erano affatto così esagerate come potevano sembrare, e che realmente correvo il rischio di restare ingabbiato in una realtà che a questo punto si rivelava essere anche vagamente pericolosa dal punto di vista psicologico ed ambientale per come si stava venendo a delineare.

Tornai a casa, da una parte quasi non toccando terra con i piedi dalla felicità, dall’altra pensando a come architettare la richiesta di trascorrere almeno quell’unica settimana in convento. Tra l’altro, il postulato in questione, come già accennato in altri post, era fuori Torino, a Pinerolo, paradossalmente su una collina esattamente di fronte a dove si trovava, a poche centinaia di metri di distanza in linea d’aria, il noviziato dei Salesiani dove, se le cose avessero seguito un altro corso, io mi sarei dovuto trovare esattamente in quel momento. Lo presi come un segno.

Decisi di giocare la carta, che sapevo avrebbe sempre fatto breccia nelle difese paterne, della tripletta università-voti-stanchezza. Mi presentai al pre-appello per il primo esame universitario, a fine maggio, in modo da poter partecipare al secondo appello qualora l’esame non fosse andato bene (per regola universitaria, infatti, non ci si poteva presentare a 2 appelli consecutivi per lo stesso esame; utilizzando il pre-appello, però, si poteva di fatto dare 2 volte lo stesso esame nella medesima sessione, cosa che normalmente non sarebbe stata possibile). La scelta cadde su Diritto Costituzionale, intanto perché era uno dei pochi che realmente mi piaceva, poi perché il docente era formalmente il prof. Pizzetti, che però, essendo entrato a far parte della commissione tecnica dell’allora governo Goria, non aveva di fatto mai tenuto nemmeno una lezione, salvo tornare in tempo per farci sostenere gli esami, a seguito della caduta anticipata del Governo in questione, e che godeva fama, meritata, di essere particolarmente severo.

I miei genitori, evidentemente, avevano la memoria corta e non pensavano più alla famosa storia del pagellino di un paio d’anni prima (“Piccoli falsari crescono”), perché caddero facilmente nel mio inganno: avevano detto che ero un bugiardo ed una persona falsa? Si sarebbero accorti di quanto avevano ragione, se solo volevo recitare una parte. Andai, ovviamente, all’esame, perché dovevo produrre la firma che attestava che avessi realmente provato a sostenerlo; ma feci sostanzialmente scena muta davanti al docente, che quindi mi rimandò velocemente a casa. Casa dove io sostenni, con una certa fierezza, di aver dato una prova più che discreta, ma che mi aveva fruttato un banale 24 “E non voglio” dissi con convinzione “iniziare con un voto così basso che può rovinarmi tutta la media successiva!” Naturalmente mio padre non poté che darmi assolutamente ragione: non fosse mai che suo figlio (lo stesso fancazzista di cui aveva amorevolmente scritto) prendesse meno di un 27 o 28! Trascorse il mese e mezzo circa che mi separava dal secondo tentativo, durante il quale, probabilmente per tutta la tensione vissuta fino a quel momento, mi ammalai. Fu quindi facile tornare, dopo essermi di nuovo presentato all’appello, dicendo con aria furibonda “Appena mi sono seduto mi ha guardato e mi ha detto: -Lei è venuto qui un mese fa e torna adesso credendo di poter di nuovo sostenere l’esame a così poco tempo di distanza? Se ne vada-! Non mi ha praticamente fatto nessuna domanda!” Cosa che, peraltro, questa volta era abbastanza vera, perché le cose si svolsero realmente così dopo che il prof. Pizzetti mi ebbe fatto la prima, ed unica, domanda ed io feci, volutamente, scena muta.

L’esito dell’esame, voluto, abbinato alla malattia che avevo avuto, non voluta ma assolutamente provvidenziale, bastarono per dimostrare la mia stanchezza e prostrazione fisica. Dissi che se non mi fossi riposato un minimo rischiavo di bucare anche gli esami della sessione autunnale e che quindi dovevo staccare un po’ con la testa e respirare un po’ di aria diversa… fresca… tranquilla… e che, guarda caso, p. Luca mi aveva invitato a trascorrere una decina di giorni a Pinerolo.

Mia madre entrò in fase di “allarme rosso” totale, iniziando di nuovo con le sue crisi isteriche durante le quali no, assolutamente no, io in quel convento non ci sarei MAI andato. Ma mio padre, per il quale i miei risultati scolastici avevano la precedenza assoluta su qualunque cosa, convinto probabilmente anche dell’esito positivo della geniale iniziativa che aveva preso con la famosa lettera inviata a p. Cesare, decise che ci sarei andato. Dieci giorni, non uno di più. E mi avrebbero accompagnato loro, in auto, per vedere il luogo in cui mi sarei trovato. Le persone no, perché non avevano intenzione nemmeno di incontrarle.

Un pomeriggio di fine luglio, quindi, mi trovai finalmente davanti alla porta del convento di Pinerolo con il mio zaino, ed i miei genitori che mi salutavano; mio padre, forse, più perplesso, come se avesse finalmente capito di essere caduto in una trappola; mia madre che, come tanti anni prima, ripeteva “Adesso stai qui dieci giorni, poi torni a casa e non vai via maipiùmaipiùmaipiù!”, stringendomi con le lacrime agli occhi. Ma con una sorta di maggiore disperazione nella voce, come se in qualche modo capisse che, stavolta, le cose stavano precipitando verso una situazione su cui non aveva più controllo. Non aspettai nemmeno che partissero, mi voltai ed entrai. Cominciava il mio primo periodo in un convento cappuccino.


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Annus horribilis – Parte quinta

E’ ovvio che la situazione che si era venuta a creare non poteva durare all’infinito, nemmeno da parte mia: la tensione psicologica ed emotiva diventava via via più insostenibile, ed anche il mantenere una facciata di normalità davanti al resto del mondo, tanto più in una realtà come quella di un paesino di provincia dove tutti sapevano anche quando e quante volte andavi a fare la pipì in una giornata (uno dei motivi per cui odio i paesi). Decisi, quindi, che la stessa facciata di normalità sarebbe stata mantenuta anche davanti ai miei genitori, mentre mi sarei dato da fare per trovare una soluzione definitiva alla faccenda.

Dopo circa tre mesi di totale mutismo, una mattina mi alzai, scesi a fare colazione e, come se nulla fosse, sorrisi allegramente a mia madre e le diedi un bel bacione sulla guancia. La poveretta rischiò uno svenimento. Da quel momento, per quanto mi riguardava, tutto tornò alla normalità… almeno in apparenza, appunto. E dato che parlare di cose sconvenienti era a sua volta sconveniente, i miei non sollevarono MAI una domanda, un dubbio, un interrogativo, una questione su quanto fosse successo e perché. Cosa che, dal mio punto di vista, ovviamente non era altro che una conferma ed un peggiorare ulteriormente le cose.

Intanto, utilizzai la  nuova situazione per ottenere di poter di nuovo frequentare p. Luca al Monte dei Cappuccini senza dover ricorrere ad ulteriori sotterfugi. I miei pensarono che, probabilmente, almeno il potermi sfogare con qualcuno fosse di aiuto a mantenere un equilibrio psicofisico, quindi scelsero il minore dei mali e non mi fecero più problemi, almeno apparentemente. Di fatto, cercarono di tenermi ancora più d’occhio e sotto freno, ma non potevano peggiorare di molto la situazione rispetto a quello che già avevano fatto fino a quel momento, ed io ero più determinato, avevo di nuovo un obiettivo: entro fine anno me ne sarei andato di casa.

La prima volta che tornai da p. Luca avevo molto da raccontare, ma non era saggio specificare proprio tutto tutto… Non ci avrei fatto una gran bella figura, ed il mio scopo era quello di entrare assolutamente entro l’autunno in postulato, bypassando a bella posta tutta la trafila che prevedeva la frequentazione, sporadica ma anche abbastanza regolare allo stesso tempo, di una fraternità (con il termine “fraternità” si intende la comunità religiosa di frati che risiede in un convento; è un termine usato soprattutto in ambito francescano, perché il rapporto fraterno tra le persone è alla base della spiritualità di Francesco d’Assisi) e che verificasse la predisposizione o meno del candidato alla vita comunitaria. Esaltai, quindi, la parte che riguardava il soffocamento, il sospetto continuo, la paura dei miei genitori, glissando elegantemente sulle mie reazioni dell’ultimo periodo. Gli feci pressione, facendogli capire che più passava il tempo, più avrei rischiato di venire tagliato fuori da ogni forma di frequentazione del convento almeno fino al termine del percorso universitario che, nella migliore delle ipotesi, si sarebbe protratto per i prossimi 5 anni. Decise di farmi parlare con la persona che avrebbe dovuto dare il suo assenso per ammettermi al postulato, il Provinciale (l’equivalente del Rettore per i Salesiani, ovvero la persona che aveva sotto la propria responsabilità un gruppo di conventi, denominato appunto “provincia”, che non necessariamente coincide con l’omologa geografica. Ad esempio, la Provincia Cappuccina di Torino comprendeva anche tutto il territorio del cuneese), p. Cesare.

Era un uomo di stazza robusta, come tutti i frati cappuccini dotato di una barbetta bianca che gli incorniciava il viso, ma che gli dava anche un’aria un po’ austera. Laddove p. Luca era più basso di me e relativamente giovane, superava di poco i 30 anni all’epoca, lui era oltre i 40 ma ne dimostrava di più, e fisicamente un po’ mi sovrastava. P. Luca vestiva in abiti civili, mentre p. Cesare non si separava mai dal saio d’ordinanza. Insomma, incuteva un certo timore reverenziale, almeno a me che lo vedevo per la prima volta. Ma quando voglio, so essere estremamente affabulatore, e sfoderai con lui tutto il mio vasto repertorio. Sorrisi, fui educato, ma senza essere servile o timido; dimostrai una certa cultura, ma senza dare l’impressione di essere uno spocchioso; parlai con serietà della situazione familiare, ma senza dare ad intendere di volerne fuggire, piuttosto buttando là con nonchalance un certo malcelato dispiacere per non poter seguire la mia vocazione perché impedito a farlo; evidenziai la mia precedente esperienza salesiana, sottolineando come, di fatto, avessi già avuto esperienza di vita comunitaria ed, al contempo, cosa mi avesse deluso in quell’ambito ed invece mi attirasse in quello francescano-cappuccino. Ce la misi davvero tutta.

Ma p. Cesare non era uno sprovveduto. Certamente aveva già parlato anticipatamente con p. Luca, era a sua volta una persona dotata di notevole cultura ed intelligenza ed ascoltava, sapendo andare molto al di là, nella comprensione, di quello che dicevano le semplici parole. Forse non ce l’avrei fatta a spuntarla… Forse, se paradossalmente non mi avesse dato, involontariamente ed inconsapevolmente, una grossa mano mio padre.


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Annus horribilis – Parte quarta

Dovevo rientrare un giorno prima rispetto ai miei amici dalla casa alpina: in teoria, avrei dovuto prendere un bus e raggiungere i miei che mi aspettavano alcuni paesi più in basso, per andare insieme a pranzo al ristorante. Piccola precisazione: la mia famiglia non è mai stata ricca. Mio padre aveva ereditato da mio nonno la casa dove abbiamo abitato per i miei primi 5 anni, poi, abbattuta una stalla a fianco dello stabile (mio nonno vendeva stoffe al mercato ed aveva un carretto trainato da un asino che, ahimè, non ho mai conosciuto), ha costruito una nuova abitazione per noi 3, affittando l’altra. A parte questo investimento patrimoniale,  ed un già in precedenza citato piccolissimo appezzamento di terra con delle betulle da taglio, non abbiamo mai avuto possedimenti, beni-rifugio, azioni o quant’altro. Facevamo parte di quel ceto medio che è stato praticamente spazzato via dalle varie crisi che si sono susseguite nel tempo, con la differenza che il poco che mio padre era riuscito a mettere da parte se n’era già andato in precedenza a causa della sua malattia e delle cure conseguenti… Ma ci arriveremo.

Tutto questo lungo preambolo per dire che il massimo dell’espressione della festa, per i miei genitori, era andare a mangiare al ristorante. A mio padre piaceva bere bene, era, al contrario di me, un discreto intenditore di vino; a mia madre, come già spiegato in altri post, essendo casalinga non sembrava vero, ogni tanto, di “mettere i piedi sotto la tavola”, come era solita dire, e farsi servire, invece di essere lei a farlo spadellando, apparecchiando, sparecchiando, lavando, pulendo (perché mio padre, anche per volontà materna che temeva i disastri potenziali, non muoveva un dito). Era un rito che si consumava in alcune occasioni specifiche dell’anno: per il compleanno di mio padre, mia madre e il di lei onomastico, che cadevano tutti nell’arco di un mese e mezzo e quindi venivano celebrati collettivamente intorno a metà marzo; l’anniversario di matrimonio congiunto all’onomastico di mio padre a giugno; il mio compleanno ed onomastico verso metà ottobre; e sporadicamente eventi eccezionali. Questo era uno di quelli, perché usciva dalla normale cadenza.

Dovevo prendere un bus, dicevo; ma non lo feci. La rabbia che era straripata violentemente nei giorni scorsi non era minimamente diminuita, anzi: l’idea di rivedere i miei mi dava un fastidio quasi fisico; pertanto, decisi di scendere da Gressoney fino al punto di ritrovo a piedi. Ora, è notorio che la rabbia sia sempre una cattiva consigliera; infatti, avendo ai piedi una sorta di stivaletti-doposci e dovendo fare a piedi un bel tratto di strada asfaltata in forte discesa, arrivai ad un certo punto con al posto delle estremità inferiori una massa di bolle e piaghe che mi facevano stringere i denti dal dolore. Un vero genio, insomma. Il che, naturalmente, non fece altro che accrescere ulteriormente il mio malanimo.

I miei, quando mi videro, attivarono la ormai nota modalità “ritrovamento-dopo-mesi-di-assenza-e-stenti-senza-di-loro”, come se fossero passati 3 anni e non 3 giorni da quando ero partito. Mi abbracciarono e baciarono; non ricambiai. Salimmo in auto e ci dirigemmo verso il ristorante, i miei parlavano ed ogni tanto mi rivolgevano qualche domanda; feci finta di non sentirli, guardando fuori dal finestrino. Entrammo, ci sedemmo al nostro tavolo, ordinammo, e di nuovo i miei mi chiesero com’era andata la breve (troppo breve, per me) gita; risposi a monosillabi, sottolineando il fatto che i miei amici erano ancora là ed io, come sempre, avevo dovuto esaudire i desideri altrui (i loro) e venire via prima. I miei si adombrarono, mio padre visibilmente stizzito, e cominciarono, come facevano sempre in situazioni simili, a parlare tra di loro escludendomi, convinti di farmi sentire in colpa e non capendo che, al contrario, era esattamente quello che volevo.

Tornammo a casa, mi infilai in camera e riemersi  a fine pomeriggio per suonare al pianoforte le mie due ore quotidiane di esercizi; per il resto, rimasi in silenzio. Cena, tentativi di conversazione da parte dei miei; silenzio. Ora di andare a dormire; silenzio. Mattina dopo, colazione; silenzio. Pranzo; silenzio. Cena; silenzio. Mi ero chiuso in un mutismo totale, assoluto. Cercavo di  non guardarli neppure, tanto era il fastidio che provavo anche solo alla loro vista. I miei inizialmente non capirono e si sentirono spaesati; poi si arrabbiarono; poi, soprattutto mia madre, cominciarono a preoccuparsi dell’evoluzione della cosa; e finalmente, quello che volevo, furono feriti, dolorosamente. Col senno di poi mi rendo conto della crudeltà che ebbi nei loro confronti, ma in quel momento ero del tutto incapace di affrontare la situazione diversamente. Tutto quello che avevo tentato fino ad allora era stato inutile, non ne potevo più ed ero ferito ed accecato dal dolore e dall’umiliazione che avevo vissuto a mia volta, tanto più forti quanto da parte loro inconsapevoli nonostante tutto.

“Ma che cosa ti abbiamo fatto?” ricordo che una sera scoppiò piangendo mia madre. “Adesso provate anche voi cosa vuol dire” fu la mia risposta. L’ultima per un bel po’, perché continuai nel mio mutismo assoluto per oltre 3 mesi. Mi limitavo ad aprire bocca nei momenti indispensabili, e per lo più con monosillabi, mentre, di contro, recitavo la parte del figlio perfetto, brillante e sorridente in pubblico, con amici, parenti e conoscenti. Sapevo perfettamente che i miei non avrebbero mai rivelato quello che stava avvenendo in casa, perché sarebbe stata un’onta per loro, e quindi avrebbero dovuto a loro volta continuare a recitare la parte della Famiglia Felice, e la dissociazione tra le due situazioni sarebbe stata per loro ancora più dolorosa. Ma in quel momento era tutto ciò che volevo, annebbiato da una specie di autodistruzione inconscia.

Sunshine-Family


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Annus horribilis – Parte terza

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Con il famoso gruppo dell’oratorio quell’anno si decise di trascorrere Capodanno presso la casa alpina della diocesi di Ivrea, la Gino Pistoni a Gressoney. Una cosa breve: partenza il 30 dicembre e rientro il 3 gennaio, che per me sarebbe stata ancora più ridotta, in quanto, per qualche impegno familiare che non ricordo, sarei venuto via anticipatamente il giorno prima. Ma, se non altro, mi sarei risparmiato il rito che da sempre veniva consumato in quell’occasione, ovvero di trascorrere l’ultimo dell’anno mangiando come bovi presso una famiglia di amici, per rientrare a casa alle 00.05. Se c’era un’occasione in cui mi volevo risparmiare finti sorrisi ed il millantare che andasse tutto bene, era proprio quella.

Partimmo, quindi, allegramente (quantomeno i miei amici, io un po’ meno), armati di doposci (Gressoney è una nota località turistica invernale), giacconi, petardi ed eleganti abiti da sera per la festa del 31 dicembre, almeno per quello che era considerato il livello di eleganza della fine anni ’80, quindi in realtà agghiaccianti. C’era tutto il caravanserraglio descritto in altri post (“Amici miei – parte prima, seconda, terza”) ed oltre, perché si erano aggregati anche molti di quelli che frequentavano l’oratorio con minore assiduità di noi.

Trascorremmo l’ultima giornata dell’anno prendendo il sole per tentare di non avere un colorito più idoneo ad Halloween che al Capodanno (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…), facendo un po’ di sci, chi di pista chi, impedito come me, di fondo (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…) ed, arrivata la sera, preparandoci per il cenone (se di cenone possiamo parlare in una casa alpina gestita dalla diocesi… ma vabbè) ed agghindandoci a festa, quindi trattandosi della fine anni ’80 sempre in maniera agghiacciante (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…). Lo ammetto: non conservo nessun ricordo chiaro di quella serata; ho vaghi barlumi di fuochi d’artificio che illuminavano la neve, mentre noi tentavamo di far partire i nostri petardi mezzi congelati (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…); di brindisi e baci scambiati, con qualcuno che veniva preso in giro, e qualcunaltro che infilava la lingua in bocca al/alla fidanzato/a del momento (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…); di giochi di società, o forse di balli, il ricordo è ancora più confuso (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…); ma in tutto ciò io ero estraniato, nervoso, con una rabbia crescente che sembrava essere stata stappata violentemente come il tappo dello spumante che stavamo bevendo e che molto più di quello mi confondeva, mi faceva bollire il sangue, mi saliva alla testa, mi annebbiava la vista… e pensavo rabbiosamente ai miei genitori.

Questa sensazione non mi abbandonò nemmeno il giorno dopo, gli altri smaltita la sbornia, io non la rabbia, che anzi cresceva, cresceva come una slavina che stava per spazzare non solo l’ultimo, ma anche gli anni precedenti. Andammo a pattinare sul ghiaccio, ridemmo, scherzammo, cademmo, ci rialzammo, ma in tutto questo era come se ci fossero due “me”: uno che partecipava alle iniziative con gli altri e provava a divertirsi, un altro che lo guardava distaccato, dall’esterno, come si trattasse di un qualcuno che già non esisteva più, ricordo di un passato che si ostinava a persistere, come una fata morgana, reale ed evanescente insieme. Una cosa emergeva su tutto, quella frase che mia madre mi aveva urlato in faccia solo poche settimane prima: “TU SEI MIO!”. Se nei confronti di mio padre avevo sempre provato un certo distacco e i nostri caratteri ed interessi erano così diversi da farmi sentire con assoluta certezza che non fosse il mio padre biologico, per mia madre avevo invece sempre avuto un attaccamento morboso, frutto e riflesso di quello che aveva lei per me, ed il cordone ombelicale che non c’era mai stato fisicamente era sempre stato presente, anche se invisibile, emotivamente. E quella frase, con tutto il sottinteso contenuto, l’aveva bruscamente reciso. Io non ero AFFATTO suo. Non lo ero in nessun modo, ne’ fisicamente, perché col corredo genetico di qualcun altro, ne’ emotivamente, perché ero davvero stanco di sentirmi castrato e di dover lottare per ogni singola decisione desiderassi prendere per me stesso ed il mio futuro.

Non avevo potuto decidere o meno di imparare a leggere a 3 anni, di cominciare a suonare il pianoforte a 5, di andare a scuola privata di inglese a 7, di fare il pendolare da Rivarolo a Torino a 10, di rinunciare alla comunità vocazionale a 14, di andare all’Università a seguire una facoltà che odiavo a 20. Non avevo avuto voce in capitolo in nulla, mai. E ne presi consapevolezza con una rabbia che stava rischiando di sfociare nell’odio. No, se c’era una cosa che potevo affermare con certezza, era di non essere figlio loro. Perché non sei genitore quando dai da mangiare, un’istruzione ed un tetto sulla testa a qualcuno; lo diventi quando questo qualcuno viene accompagnato da te su quella strada che è la sua, e sua soltanto, e tu lo aiuti ad essere la persona che è destinato che sia. Solo allora sei un genitore; ed i miei non lo erano. Avevano fatto quello che erano stati in grado di fare, certamente. Ma il senso di perdita di mia madre quando non era riuscita a portare avanti le sue gravidanze, il sentirsi inadeguata ed in qualche modo incompleta come donna e come moglie per il fatto di non avere un figlio, ed il desiderio di mio padre di vederla felice erano tutte cose che erano venute prima di me, ed in qualche modo avevano giustificato la mia presenza in quella famiglia, e tutte le scelte che nonostante me, e non per me, erano state fatte.

In quel 1 gennaio di molti anni fa si consumò, in una innevata vallata alpina, il mio commiato definitivo alla famiglia Borgialli. Non fisicamente, perché avrei trascorso ancora alcuni mesi in quella casa; non legalmente, perché certo non potevo rinnegare la mia storia di 20 anni; ma esistenzialmente, perché da lì in poi cominciai a pensare a me stesso solo in quanto tale, e non come ad un qualcuno “facente parte di”. Molto tempo dopo mi sarei anche riconciliato con questa parte di me; ma sarebbe stata una fase che sarebbe arrivata ad anni di distanza, quando le parti si sarebbero invertite ed in qualche modo da figlio sarei diventato genitore ed i miei da genitori, figli. Ma è un’altra storia, che sarà raccontata un’altra volta.


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Annus horribilis – Parte seconda

Il viaggio a Medjugorie aveva lasciato strascichi su mia madre di cui non mi ero immediatamente reso conto. Aveva iniziato a ricercare il contatto con gruppi, persone, avvenimenti dove un presunto e deviato senso del miracolistico aveva preso il sopravvento su qualunque altra forma di spiritualità e religiosità. La frequentazione, fisica e/o telefonica, di movimenti mariani e non, in cui più si gridava al prodigio più si credeva di entrare in contatto con una qualche entità superiore era diventata, per lei, quasi una forma ossessiva. Non stupisce, quindi, che anche per quanto riguardava me ed i miei, per lei e mio padre, incomprensibili comportamenti nei confronti loro e delle scelte che LORO facevano, cercasse risposte presso elementi che avevano più a che fare con fattucchiere e approfittatori della creduloneria popolare che con la fede. Ma quali erano questi comportamenti che tanto creavano problema?

In contemporaea con quanto raccontato nel post precedente, dovetti sottopormi ad una visita per la colonna vertebrale. Non sono mai stato uno sportivo ne’ ho mai dato peso alla forma fisica, specie da bambino, anche in questo spinto dai miei genitori che ritenevano assolutamente più importante per il mio sviluppo di persona suonare il pianoforte piuttosto che frequentare le già di per sé superficiali lezioni di educazione fisica fin dalle elementari. Nel tempo, quindi, avevo sviluppato tutto un po’ di tutto: scoliosi, lordosi e cifosi, non a livelli patologici, ma sufficienti per farmi avere continui problemi posturali e conseguenti fastidi. Inoltre, la pratica quotidiana al pianoforte, di non meno di 2 ore giornaliere, con la posizione che richiedeva a schiena-spalle-braccia-mani, non mi aveva certo aiutato. Il dottore che mi visitò, quindi, mi prescrisse una serie di sedute di fisioterapia ed esercizi presso una struttura di Torino, dove mi dovevo recare due volte a settimana, alternando queste mattinate con quelle in cui dovevo frequentare l’Università. In sostanza, quindi, mi trovavo di nuovo a fare il pendolare ogni giorno, come era stato per gli 8 anni precedente, eccezion fatta per il periodo trascorso in comunità vocazionale.

Cosa c’entrava tutto questo con mia madre? Per due motivi principalmente. Intanto, approfittavo del mio essere a Torino per continuare ad andare al Monte dei Cappuccini da p. Luca. Non avevo messo da parte il mio intento di entrare a far parte dell’Ordine dei frati francescani, ovviamente, ed ero stato scioccamente così incauto da non nasconderlo ai miei genitori. Del resto, la frequentazione del Monte era l’unica boccata di aria fresca che avevo in quel periodo di oppressione che vivevo quotidianamente. Ma, e questo fu il vero problema, continuavo anche a vedere Marco L., quello che per primo mi aveva accompagnato da p. Luca e che non mi lasciava indifferente, diciamo così, a livello fisico, perché ormai di fatto viveva in convento, pur continuando a svolgere il proprio lavoro. Infatti, come era per i salesiani, anche per entrare nei frati Cappuccini si dovevano seguire delle tappe, che prevedevano alcuni periodi, più o meno lunghi in base alle possibilità personali (perché qui avevamo a che fare con persone adulte, non più con ragazzini incasellati in orari scolastici), trascorsi in convento per sperimentare la vita comune, per poi passare al cosiddetto “postulato”, dove invece si viveva per almeno un anno in fraternità in modo costante, per finire con il già conosciuto “noviziato”. Ovviamente, quindi, l’accoppiata “Monte dei Cappuccini-Marco L.” erano per me un richiamo irresistibile.

Richiamo che, secondo mia madre, mi allontanavano di nuovo da lei, che già scottata dall’esperienza salesiana era diventata sempre più ossessiva ed ossessionata. Un giorno mi sorprese al telefono proprio con Marco (nel secolo scorso non esistevano i cellulari, ahimè…) e scoppiò in una scenata isterica, come se stessi cospirando chissà quali nefandezze. Il tempo di rientrare dal lavoro mio padre e la sera stessa dopo cena, “Da domani non andrai più a Torino per la fisioterapia, ma solo per le lezioni all’Università. Tanto sappiamo gli orari (avevo l’obbligo di frequenza, quindi non potevo sgarrare), quindi da adesso in poi ti dedicherai solo allo studio. Non devi perdere tempo dietro ai frati o ad altro, se ne parlerà una volta che ti sarai laureato” fu la sentenza emessa.

Mi chiesi se fossero impazziti o cosa. Fui talmente scioccato da non riuscire a replicare praticamente nulla, guardandoli con bocca aperta ed occhi spalancati come mi trovassi in un horror di serie B. Non avevo via di scampo, perché non solo ero costretto a frequentare le lezioni, ma con me erano iscritte alla stessa facoltà delle ragazze con cui si seguivano insieme i corsi e che, soprattutto, erano figlie di amici di famiglia, da cui, quindi, i miei genitori potevano tranquillamente sapere se effettivamente frequentassi l’Ateneo o meno. Se già prima mi ero sentito in gabbia, adesso mi pareva di non avere più ossigeno per respirare, ed entrai in uno stato di agitazione costante.

“Per il momento non possiamo fare altro, tieni duro e fai come ti dicono, magari con il tempo, vedendo che stai tranquillo, anche i tuoi si rilasseranno ed allenteranno la tensione…” mi disse un pochissimo convinto p. Luca quando, disperato, gli raccontai della cosa. “Non capisco, non ce la faccio… Non posso continuare così, ormai sono quasi 3 mesi che andiamo avanti… Io non capisco cosa gli abbia detto questo Roberto C…” “ROBERTO C.?”

I miei genitori si erano lasciati sfuggire di essere andati da un presunto veggente della nostra zona, appunto tale Roberto C., e che era stato lui a suggerire loro di stringere la morsa nei miei confronti. Tale individuo, però, era ben conosciuto da p. Luca, che si era occupato di lui per conto della Curia vescovile, proprio per capire di che tipo di persona si trattasse. “Cerca di capire cos’ha detto su di te e poi fammelo sapere” fu quindi la sua richiesta. Niente di più facile.

La rabbia e la paura che covavo da tempo dentro di me non chiedevano altro che una scusa per trovare un violento sfogo, e questa fu la scintilla di uno scontro che volutamente cercai con mia madre. Cominciai, tornato a casa, ad urlare, volutamente, per liberarmi della tensione nervosa, per ferirla, per restituirle il male che mi stava facendo. Ma lei fece altrettanto, gridando che lei mi aveva voluto, era venuta a cercarmi in brefotrofio, e quindi “TU SEI MIO!”. Ed il famoso Roberto C., vedendo una foto che i miei gli avevano portato, aveva sentenziato che io ero gay, anche se non poteva dire se avessi già avuto esperienze sessuali o meno, e quindi di fare attenzione alle persone che frequentavo. Da qui, la proibizione assoluta di vedere Marco L., e già che c’eravamo anche p. Luca.

Quando, a metà tra lo sconvolto e il furioso, raccontai allo stesso frate quanto sopra (dopo aver raccontato ai miei non so più quale scusa per poter salire al Monte) “Strano”, disse lui guardandomi attentamente “Roberto è uno sfruttatore ed una persona sporca, ma ha delle innegabili capacità parasensoriali, e di solito quello che dice di una persona è vero…”. Certo che era vero, ma io non ne ero ancora consapevole, ed in quel momento non mi interessava affatto, anzi lo ritenevo la farneticazione di un pazzo che cercava solo (ed anche questo era assolutamente inoppugnabile) di sfruttare economicamente ed emotivamente i miei. E se di mia madre non mi stupivo, non riuscivo a capacitarmi di come mio padre, di solito assolutamente razionale e concreto, fosse caduto preda di simili deliri da streghe di paese.

Ma anche così non se ne usciva. Si stava avvicinando Natale, erano trascorsi ormai 3 mesi in un crescendo di vessazioni, sospetti, paure e rinfacciamenti reciproci tra me ed i miei e la situazione, con quella nuova rivelazione, era diventata emotivamente e psicologicamente insostenibile. Mancava davvero poco.


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Annus horribilis – Parte prima

La decisione che avevo preso non era stata indolore ne’ priva di conseguenze. Ero semplicemente sconvolto: cosa dovevo fare? Che direzione intendevo dare alla mia vita? Ero abbastanza certo di voler entrare a far parte dell’Ordine dei Frati Cappuccini, ma non era una cosa immediata, ci sarebbe voluto almeno un anno prima che questo potesse realizzarsi: e nel frattempo?

Arrivavo da una Maturità che definire deludente è un eufemismo, da un anno di vita sia scolastico che in comunità vocazionale assolutamente pesanti, dal vedere infranto quello che pensavo fosse il mio progetto di vita da sempre. Volevo una scossa forte, poter fare qualcosa che non avevo mai fatto prima, staccare completamente con il mio essere precedente e dare un taglio differente alle mie giornate. Mi sarei cercato un lavoro! Intendiamoci: non volevo certo rinunciare agli studi universitari, qualora non fossi entrato in convento (ed ormai non ero più certo di nulla), ma l’idea di rimettermi immediatamente a studiare dopo l’esperienza traumatica di Valsalice mi dava semplicemente la nausea ed un senso di rifiuto assoluto. Inoltre, mi rendevo conto di non sapere praticamente niente della vita, di essere sempre dipeso dai miei genitori, e sentivo l’esigenza di capire cosa volesse dire avere un lavoro con i suoi ritmi e le sue esigenze, e cosa significasse guadagnarsi uno stipendio. Non intendevo, quindi, cercare una sistemazione definitiva, ma un qualcosa di passaggio, tipo commesso o cameriere, che quindi potesse essere interrotto velocemente e senza conseguenze qualora la mia strada fosse andata verso l’Ordine Cappuccino o gli studi universitari.

“Domani andrai a Torino ad iscriverti all’Università”. Quella sera a cena rimasi ghiacciato. “No, io non voglio andare all’Università, non me la sento di ricominciare subito gli studi, mi fermo per un po’ poi ricomincio, devo staccare con la testa”. “Non dire sciocchezze! Tu non farai niente che non decida io! Sei a casa mia e finché starai sotto questo tetto farai quello che dico IO! TU farai l’Università e ti iscriverai a Giurisprudenza!” Il tono di mio padre era via via salito fino ad arrivare alla fase, che ben conoscevo, che non ammetteva nessuna possibilità di replica. E mia madre, che di solito in quei casi giocava il ruolo di intermediaria, rimase immobile, lo sguardo freddo chino sul cibo, continuando a mangiare come se nulla fosse. Era evidente che il mio destino era stato deciso congiuntamente, visto che l’idea del figlio avvocato era, come già ho accennato in precedenza, un chiodo fisso materno. Mi sentii soffocare. Se Università doveva essere, almeno che fosse Lettere o Filosofia, le mie due amate materie umanistiche. “Non dire scempiaggini” ribatte sprezzante mio padre quando provai almeno quel compromesso. “Sono materie inutili che non ti daranno da mangiare. Ho detto Giurisprudenza, e non si discute!”.

Smisi di mangiare, con stizza, ma non riuscii a replicare. Salii in camera e lasciai che il blocco che si era formato in gola si sciogliesse con tutta la rabbia che avevo in corpo, ma sentendomi del tutto impotente, e quasi violentato. Sapevo che continuare ora sarebbe stata una battaglia persa in partenza, ed aspettavo di poter giocare le mie carte, ben poche peraltro, in un altro momento. Ma non sapevo che quello era solo l’inizio di un crescendo che avrebbe cambiato per sempre i rapporti tra me e la mia famiglia.


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Amarcord: Brexit

Da bambino per anni sono andato al mare con mia madre a Bellaria-Igea Marina. Mio padre lavorava presso quella che allora si chiamava A(zienda)E(nergetica)M(unicipale) di Torino, attualmente IREN, e che, come spesso capitava all’epoca con realtà statali o parastatali, aveva delle convenzioni con alberghi per i propri dipendenti e/o colonie estive per i loro figli. OVVIAMENTE i Borgialli non potevano mandare LORO FIGLIO in una colonia estiva, perché LORO FIGLIO non poteva mischiarsi con gli altri (versione paterna) e non poteva stare tanto tempo da solo lontano dalla famiglia (versione materna). Ergo noi, ovvero mia madre ed io, perché come ho scritto precedentemente mio padre, che detestava il mare, si limitava ad accompagnarci, poi tornava a casa e veniva dopo 2 settimane a riprenderci, andavamo ogni anno nella suddetta località presso un albergo, La Pineta, tuttora esistente, col cui nome ogni singolo anno mio padre giocava, pensando di raggiungere vertici elevatissimi di spiritosaggine, dicendo “Porto la Pinota (la piccola Pina, ovvero mia madre) alla Pineta!”. E giù a ridere. Cosa non fa dire l’amore…

Fin da piccolo, quindi, quella era la meta delle mie estati, insieme con la colonia montana sempre aziendale, dove però era mio padre ad avere il ruolo di gestore (quindi ero sotto la sua supervisione e non in mano a sconosciuti) ed, essendo invece odiata da mia madre perché (e cito testualmente) “C’è troppo vento e appena esco di camera sono subito tutta spettinata!”, i ruoli si invertivano, ovvero restavo con mio padre, mentre se ne rimaneva a casa mia madre.

Ma torniamo alla realtà marina. Fin da piccolo, come ho già raccontato precedentemente, ero affascinato da tutto ciò che ai miei occhi aveva un non so che di magico, e la tecnologia rientrava in questa categoria. Il mio amico più grande dell’albergo, quindi, era l’ascensore.

L’idea di schiacciare un pulsante, vedersi chiudere una porta, sentire le farfalle nella panci(n)a e ritrovarsi ad un piano diverso era un’esperienza per me meravigliosa, e fosse dipeso dal sottoscritto avrei trascorso tutte le 2 settimane facendo su e giù in quell’aggeggio. Chiaramente, come sappiamo, anche a 3-4 anni sapevo già leggere e distinguere i numeri, quindi di solito non avevo problemi ad essere autonomo, ed essendo dotato di un ottimo senso dell’orientamento non mi perdevo nemmeno quando dovevo ritrovare la camera, in quei corridoi in cui tutte le porte sembravano uguali.

Fino a quel giorno. Dovevo salire in camera da mia madre, non ricordo perché non fossi con lei, entrai quindi nel fido ascensore, schiacciai il mio pulsante, uscii dalla porta, mi diressi verso la camera, aprii senza bussare (perché avrei dovuto? Era la MIA stanza) ed entrai. Nella MIA camera c’erano una donna ed un bambino, che avrà avuto la mia età o forse un anno in più. La signora cominciò a parlare in tedesco, in modo abbastanza concitato, ed ovviamente io non ci capivo nulla. Quindi mi rivolsi all’unica persona che ritenevo avrebbe potuto ragionare in modo intelligente e capire che erano nella camera sbagliata, il figlio.

“Questa è la mia camera, dov’è la mia mamma?” “(Parole incomprensibili)” “Ma no, sono sicuro che questa è la mia camera, la porta è quella giusta” “(Parole incomprensibili)” “Ah… Quindi secondo te sono sceso al piano sbagliato?” “(Parole incomprensibili, ed indica per terra)” “E’ vero… il pavimento è diverso da quello della mia stanza… salgo un piano… Ciao” “(Parole incomprensibili, saluto con la manina e sorriso)”.

Salii al piano superiore, e ritrovai camera e madre, alla quale non dissi nulla perché sapevo che il rivelarle di avere sbagliato piano mi avrebbe precluso per sempre l’uso indipendente dell’ascensore (che adesso sarebbe comunque vietato ai bambini non accompagnati, ma allora non si andava tanto per il sottile).

Che c’entra tutto questo col titolo? C’entra perché questo episodio mi è tornato in mente quando, un paio di mesi fa, è successo tutto il casino che ben conosciamo a proposito del referendum sulla Brexit e sui suoi esiti. Ed ho pensato che il vero, grande problema dei bambini è che, col tempo, diventano adulti. Purtroppo.